Secondo uno studio dell'ETH di Zurigo, gli attacchi sono in aumento. Attribuire ogni episodio alla Russia rischia però di amplificare l'effetto della sua strategia.
ZURIGO - Le incursioni di droni, gli attacchi informatici, i sabotaggi e le campagne di disinformazione sono diventati uno degli strumenti principali della cosiddetta guerra ibrida. Dall'invasione russa dell'Ucraina nel 2022, questi episodi sono aumentati sensibilmente in tutta Europa. Ma quanto è concreta la minaccia per la Svizzera? E quanto centra la Russia?
A riportare il tema al centro del dibattito è stato qualche settimana fa il comandante dell'Esercito svizzero, Benedikt Roos, rivelando che una formazione di droni ha sorvolato un'infrastruttura militare elvetica. L'episodio ha alimentato numerose speculazioni, tanto che alcuni media si sono chiesti se dietro l'operazione potesse esserci la Russia. L'esercito, tuttavia, non ha reso noto il luogo dell'accaduto né dispone di elementi per identificare l'origine dei velivoli. Qualche giorno dopo, i giornali del gruppo Tamedia hanno rivelato che il sorvolo avrebbe interessato la caserma di Jassbach, nell'Emmental, dove ha sede il centro di formazione per la difesa cibernetica e l'intercettazione delle comunicazioni. Per il Sonntagsblick si trattava invece il Laboratorio di Spiez - struttura altamente sensibile specializzata nelle minacce nucleari, biologiche e chimiche - già finito nel mirino dello spionaggio russo nel 2018. Dopo l'avvelenamento nel Regno Unito dell'ex agente russo Sergej Skripal e di sua figlia con il gas nervino Novičok, il centro svizzero analizzò un campione della sostanza nell'ambito delle indagini internazionali. Pochi mesi dopo, due agenti del GRU furono arrestati all'Aia: avevano con sé biglietti ferroviari per la Svizzera e documenti sul laboratorio di Spiez. Secondo gli inquirenti, la loro missione era legata proprio alla struttura, con l'obiettivo di ostacolare o cancellare le tracce dell'avvelenamento.
Non è sempre colpa di Mosca
Proprio l'incertezza che circonda episodi come quello delle presunte incursioni di droni è al centro dell'analisi di Ivo Capaul, ricercatore del Center for Security Studies del Politecnico federale di Zurigo (ETH). Come si appresende dalla NZZ, dopo aver analizzato diversi database relativi a incidenti verificatisi in Europa e la scorsa settimana ha pubblicato uno studio intitolato «Ciechi nella zona grigia: interpretazione di un quadro di minaccia ibrida».
Alla luce delle indagini, Capaul invita quindi alla prudenza: attribuire automaticamente ogni evento sospetto a Mosca rischia di amplificare l'effetto psicologico delle operazioni ibride. Dei 61 avvistamenti di droni analizzati nel suo studio, soltanto tre possono infatti essere ricondotti con certezza alla Russia. Questo non significa che il rischio sia trascurabile. Al contrario, secondo il ricercatore la priorità è rafforzare le capacità di sorveglianza e identificazione. Sapere rapidamente se un'infrastruttura è stata effettivamente presa di mira e da chi rappresenta il primo passo sia per garantire la sicurezza sia per evitare allarmismi. Una comunicazione tempestiva e trasparente delle autorità contribuisce inoltre a mantenere la fiducia della popolazione e dimostra a eventuali aggressori che le loro operazioni clandestine possono essere individuate.
Svizzera in ritardo
Su questo fronte la Svizzera parte però in ritardo. Attualmente l'Esercito dispone di un solo nuovo sistema semimobile di contrasto ai droni, utilizzato a metà giugno durante il vertice del G7. Per il resto, le capacità di rilevamento sono giudicate ancora molto limitate, tanto che gli stessi vertici militari ammettono di essere oggi quasi "ciechi" di fronte a incursioni di questo tipo. Per colmare il divario tecnologico, il messaggio sull'esercito 2026 prevede nuovi investimenti nella difesa antidrone. Sono in programma sistemi capaci di individuare i velivoli tramite radar e neutralizzarli con disturbatori di segnale ("jammer") o, in prospettiva, con tecnologie laser. La scelta definitiva delle apparecchiature sarà effettuata solo poco prima della loro entrata in servizio, prevista nel 2028, per evitare che risultino già obsolete in un settore in rapidissima evoluzione. Il Consiglio degli Stati ha già approvato il programma di acquisti, mentre il Consiglio nazionale dovrebbe pronunciarsi in autunno. Nel frattempo, la sfida per la Svizzera resta quella di migliorare la propria capacità di distinguere una reale minaccia da un falso allarme: una differenza che, nella guerra ibrida, può rivelarsi decisiva.