SOCIETÀ

Paura da divano

Il cinema horror ci permette di affrontare mostri e paure in un ambiente sicuro, sfogare i nostri demoni e provare il brivido del pericolo senza rischi reali. Anche perché, a volte, la vita vera fa molta più paura

Paura da divano
L’attrice Jamie Lee Curtis nel ruolo di Laurie Strode nel film horror ‘Halloween - La notte delle streghe’ (1978), diretto da John Carpenter
(© Keystone)
18 ottobre 2026
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C’è una deliziosa ironia nel fatto che la specie umana abbia trascorso secoli a cercare modi per non morire ammazzata, e oggi spenda miliardi per sedersi al buio a guardare qualcuno inseguito da un tizio con un coltello a serramanico in mano.

La psicologia definisce questo processo “eccitazione da transfer”. È un termine elegante per dire che il nostro cervello è un po’ stupido: vede un mostro sullo schermo, percepisce un pericolo, grida aiuto, pompa adrenalina come se fossimo in fuga da un leone nella savana, e solo in un secondo momento lascia intervenire il lobo frontale che razionalizza la situazione sussurrandoci: “Ehi amico rilassati, è solo un film. Sei sul divano, hai il pigiama e il rischio reale di morte è pari a zero”.

© KeystoneL’iconico primo piano dell’attrice Drew Barrymore nel ruolo di Casey Becker nel film horror ‘Scream’ del 1996, diretto da Wes Craven

Una bugia che ci raccontiamo

Amiamo l’orrore perché è una bugia che raccontiamo al nostro sistema nervoso. Ci permette di simulare la vicinanza alla morte senza quell’indiscutibile fastidio di dover effettivamente morire. È un po’ come fare bungee jumping, ma al posto della corda elastica abbiamo una confezione formato famiglia di patatine da sgranocchiare.

Secondo la teoria psicoanalitica più diffusa, guardare film di paura ci permette di affrontare i nostri traumi in un ambiente controllato. Forse, però, “affrontare” è una parola grossa. Diciamo che ci permette di guardare in faccia i mostri interiori mentre ci sentiamo al sicuro e protetti. È la nostra “scatola di sicurezza”.

La mente non è molto diversa da una soffitta disordinata, piena di pensieri che non riusciamo ad ammettere di avere: scatti d’ira, desideri inappropriati, ricordi traumatici, oppure quella volta in cui abbiamo chiamato l’insegnante di italiano “mamma” e il fidanzato premuroso “papà”. Tutta questa roba viene rimossa nell’inconscio perché troppo sconvolgente per la nostra delicata psiche abituata alle scandite e ripetitive attività quotidiane.

Il nostro mostro

Ma, ahimè, il rimosso non se ne sta buono a lungo. A un certo punto comincia a bussare alla porta, chiedendo di uscire. L’horror è un modo elegante per lasciarlo fare, perché il mostro nel film non è davvero un mostro: è il nostro mostro. È la nostra rabbia repressa, è la nostra paura della morte, sono gli impulsi che la società definisce “inaccettabili”. Guardare un film horror significa aprire una valvola di sfogo.

La cosa divertente è che, per il nostro cervello, ciò che crea davvero la paura non è l’alieno con tre teste e denti aguzzi, bensì qualcosa di quasi familiare. È la bambola che sembra umana, ma ha gli occhi vitrei. È il vicino di casa simile a Ned Flanders che sorride troppo. Sono le gemelle di Shining vestite uguali che ti chiedono di andare a giocare con loro.

© KeystoneL’attore Jack Nicholson nel ruolo di Jack Torrance nella celebre scena del film ‘Shining’ del 1980, diretto da Stanley Kubrick

Tutte queste situazioni ci terrorizzano perché ci ricordano fasi primitive della nostra esistenza che abbiamo sepolto, come l’infanzia o l’istinto animale, accompagnate dalla paura di scoprire che il sicuro, il conosciuto, il controllato, nasconde in realtà un segreto oscuro. È il motivo per cui i migliori film horror non si svolgono su Marte, ma in un appartamento o in una villetta monofamiliare suburbana. Perché è lì che viviamo.

L’ordine infranto

Fu Sigmund Freud nel 1920 nel saggio ‘Al di là del principio di piacere’ a rivelare al mondo la teoria della pulsione. Secondo lo scopritore della psicoanalisi coesistono nell’uomo sia una pulsione di vita, Eros, che una pulsione di morte, Thanatos. L’horror soddisfa la seconda. Abbiamo una parte di noi piccola, scura e contorta che vuole vedere l’ordine infranto, anche se solo per finta.

È come portare un’auto sportiva in pista: fai urlare il motore (adrenalina, battito cardiaco, sudore freddo) senza rischiare di finire contro un guardrail. È un’emergenza simulata in cui abbiamo il potere assoluto perché, se la situazione diventa troppo intensa, ci basta cambiare canale, ma se riusciamo ad arrivare ai titoli di coda, il nostro corpo rilascia endorfine e dopamina come ricompensa per essere riusciti a scampare a una minaccia… inesistente. Perché? Perché c’è una soddisfazione biologica nella sopravvivenza.

In sintesi, andare a vedere un film horror è un po’ come andare in terapia, ma invece di parlare su un divano di fronte a un terapeuta di quanto il mondo non ti capisca o del fatto che il capo promuova gli altri e non te, guardi qualcuno che viene inseguito con una motosega.

O forse amiamo l’horror perché la vita vera è per molti aspetti molto più terrificante: bollette che scadono, ipoteche da pagare, relazioni che finiscono, amici che si perdono, guerre che impazzano, crisi climatiche, nuove generazioni che non comprendiamo, sveglie alle 6 del mattino, sabati pomeriggio a fare la spesa. Al confronto, un clown che mangia i bambini è quasi rilassante.

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