A salire sulla scena in questo atto è la compagnia fondata da Maria Luisa Cregut, che racconta come nascono progetto e spettacoli e come si lavora in squadra

Raccontiamo il teatro non professionistico, quello che si fa nel tempo libero, investendo conoscenze, dedizione e… tanta passione. A salire sulla scena in questo primo atto è la compagnia fondata da Maria Luisa Cregut, che ci racconta come nascono progetto e spettacoli e come si lavora in squadra.
Silenzio in sala, su il sipario: si parte. La prima compagnia di teatro amatoriale a salire sul palco di ticino7 è Artinscena, creata nel 2005 da Maria Luisa Cregut. Il motivo ce lo spiega lei stessa: «A me piace vedere Artinscena come una grande famiglia. Dove, appunto, si cresce tutti assieme». Sotto il ‘cappello’ della sua compagnia, basata a Morbio Inferiore, sono rappresentate praticamente tutte le generazioni, dai più piccoli attori, che vanno dai sette ai dieci anni, a quelli più ‘maturi’, già oltre la cinquantina da qualche anno. «E in mezzo ci stanno il gruppo composto da attori in età di scuola media e quello dei liceali». Insomma, un po’ come una società sportiva con tanto di… settore giovanile.
© ArtinscenaI piccoliL’ispirazione per dare vita a una realtà come Artinscena nasce dal vissuto della nostra interlocutrice. «Alle spalle ho quindici anni da cantante lirica, attività che mi ha portata in giro per i teatri europei dandomi una certa familiarità con la ribalta. A un certo punto però ho sentito l’esigenza di fermarmi, di avere anch’io una famiglia. E un giorno, giocando prima con mia figlia e poi con il mio figlioletto, che allora erano ancora piccini, mi sono accorta di avere una certa predisposizione per la comunicazione con i bambini. Ecco, è da qui che è iniziato tutto.
© ArtinscenaI giovaniNel 2000, quando sono arrivata in Ticino, ho subito cominciato a lavorare a un progetto assai creativo collaborando con le Scuole elementari di Morbio. Alla fine ne è nato un ‘progettone’: con questi ragazzi abbiamo creato scenografie e costumi, e con quelli più grandicelli abbiamo pure approfondito le varie tecniche che fanno parte della ‘troupe’ del teatro, dal suono alle luci. Per dare un seguito a questo lavoro, che aveva raccolto un grande entusiasmo tanto fra i partecipanti (sul palco ho portato a recitare 44 bambini!), quanto fra chi quel progetto l’ha sostenuto, nel 2005 è così nata Artinscena. Il cui fine, ancor prima di creare attori, è quello di portare nel mondo del teatro amatoriale quegli strumenti di cui si servono pure le accademie per scoprire i talenti e le capacità di ciascuno di noi. E dove ci sono delle carenze, si cerca di esercitare affinché tutti diventino felicemente orgogliosi di loro stessi». E lo si diventa? «Il teatro insegna a essere contenti di ciò che siamo e che riusciamo a fare. E questa consapevolezza basta per sentirsi orgogliosi».
Ciò che Artinscena porta sul palco, a ogni buon conto, non è tutta… farina del sacco di Maria Luisa Cregut. La rappresentazione finale nasce sì da una sua traccia, ma poi segue il fil rouge che è il frutto di pensieri ed emozioni, e pure dei desideri, di tutti i componenti della compagnia: «È il classico lavoro di squadra. Ciò che faccio io è mettere a loro disposizione i mezzi per costruire lo spettacolo e magari dare lo stimolo iniziale, partendo da un colore, o da un oggetto. Poi lascio affiorare le loro idee. Capita magari che tutto parta dal personaggio che vogliono interpretare, e da lì si cerca poi di cucire quell’abito, ossia la storia, che lo veste al meglio. Le prime prove sono una sorta di brainstorming: io prendo nota di ogni idea, cercando poi di tradurre il tutto in un copione. È così che nasce gran parte dei nostri spettacoli».
© ArtinscenaGli adultiIn venti e più anni di recite, le soddisfazioni, per Artinscena non sono mancate. E qual è quella che Maria Luisa Cregut ricorda con maggiore emozione? «Bene o male le porto tutte nel cuore. Ad esempio, nel 2013 con il gruppo di ragazzi del Liceo abbiamo portato in scena le Operette Morali di Giacomo Leopardi: il risultato finale è stato davvero molto bello. L’abbiamo proposto in un concorso internazionale in Italia e abbiamo vinto il primo premio!
Un altro anno, invece, mi sono trovata a lavorare con un gruppo veramente bravo, che voleva confrontarsi con qualcosa di già scritto. E siamo andati a cercare nel passato antico, fino ai tempi della Roma Antica, chinandoci su un lavoro di Tito Maccio Plauto. E l’abbiamo portato in scena addirittura a Siracusa, nel primo anfiteatro greco dedicato al dramma greco. È stata un’emozione da pelle d’oca: quelli sono momenti impagabili, che ricompensano tutti i mesi di sacrifici fatti, e non parlo della sottoscritta, per portarlo in scena».
Come si gestiscono gli imprevisti? «Nel teatro gli imprevisti fanno parte del gioco. È lì che si vede la vera abilità di un attore. Proprio in occasione di quello spettacolo a Siracusa, all’aperto, ricordo che a un certo punto è piombato un cane, nel bel mezzo dello spettacolo. Così una ragazza che era in scena l’ha preso in braccio, facendolo diventare pure lui un attore della nostra compagnia e parte della pièce, almeno finché non è scappato via».
Quanto tempo impiega un’idea per trasformarsi in uno spettacolo pronto per la sua prima? «Il percorso è lungo: prima di arrivare in scena ci vogliono almeno cinque mesi di gestazione. Generalmente iniziamo a lavorare su qualcosa di nuovo a ottobre, in modo da avere un copione nella sua versione finale, o quasi, verso fine gennaio. Poi iniziano lo studio, la preparazione delle scenografie e della coreografia, e a primavera inoltrata siamo pronti per il grande debutto».
Uno dei requisiti indispensabili, quando si fa teatro, specie se amatoriale, è però l’arte di adattarsi, e di fare del proprio meglio con ciò che si ha a disposizione. E questo, Maria Luisa Cregut lo sa bene: «Due anni fa la Federazione delle filodrammatiche amatoriali ticinesi ci ha chiesto di rappresentare la Svizzera italiana in un festival a Barcellona. Ma per la pièce che volevamo portare in scena ci mancavano due personaggi. Così sono andata a… reclutare due ragazze che nel frattempo si erano trasferite oltre San Gottardo per motivi di studio. Per le prove, si collegavano da remoto col computer… L’ultima prova, tutti assieme, l’abbiamo fatta nientemeno che sulla spiaggia di Pineda de Mar, a un’ora da Barcellona. Tutto è bene quel che finisce bene, come si suol dire: anche quella si è rivelata un’avventura meravigliosa».
© Artinscena