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Corpi vergognosi: vestirsi per nascondersi

Da chi fa il bagno coi jeans, a quelli che non fanno la doccia in palestra per paura di mostrarsi. È il ʻbody-shamingʼ e potrebbe riguardare anche voi

di Marco Jeitziner

Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, allegato del sabato a laRegione

Non è un fenomeno prettamente adolescenziale, ma secondo gli studiosi sempre più giovani di entrambi i sessi si vergognano del loro corpo. È il cosiddetto body-shaming (ovvero derisione/vergogna del corpo). In Svizzera, un sondaggio del 2017 di Promozione Salute Svizzera (PSCH), fra i 13-16enni dice che solo il 37% dei ragazzi e delle ragazze è ʻsoddisfattoʼ del proprio fisico. Spesso per i maschi il problema è la massa muscolare insufficiente, per le femmine essere un poʼ in sovrappeso. Niente di nuovo, direte; e infatti nemmeno i giovani ticinesi, esclusi dallo studio, sfuggono al problema.

Lago di Lugano, la scorsa estate. Assisto (un po’ perplesso) a una scenetta, apparentemente goliardica. Un gruppetto di adolescenti accaldati si appresta a buttarsi in acqua: una ragazza un po’ in carne lo farà coi pantaloni jeans e il reggiseno a mo’ di bikini, mentre un ragazzo magro e pallido addirittura con tutti i vestiti addosso: scarpe, calze, pantaloni, felpa e cappellino. I loro amici, in costume da bagno, non sembravano perplessi; anzi tutto ciò pareva normale.E i due protagonisti non davano l’impressione di vergognarsi. Resta, visto dall’esterno, lo stupore di una scena inedita, almeno per il sottoscritto. Sia chiaro, fare il bagno vestiti non è vietato e c’è persino una pagina dedicata su Wikipedia (‘Baignade habillée’), ma qualche domanda è legittima. Se è vero che possono esserci dei motivi religiosi (come nei paesi musulmani) o di salute (proteggersi dai raggi UV), gli studiosi sociali propendono per altre ragioni: la vergogna – e la copertura – del corpo o di parti di esso, quindi in sostanza ansia e poca autostima.

Aree problematiche

Qualcuno potrebbe dire che i due giovani di Lugano hanno fatto il bagno vestiti solo perché non avevano il costume; ma è più plausibile l’ipotesi che sia meno impegnativo tenere addosso i vestiti piuttosto che controllare il proprio regime alimentare o non vergognarsi per ciò che si è. C’è una vasta letteratura in merito. Per esempio, uno studio del 2008 pubblicato sulla rivista Qualitative Research in Psychology afferma, non senza sorpresa, che “l’abbigliamento viene utilizzato strategicamente per gestire l’aspetto fisico e l’ansia nascondendo le ‘aree problematiche’”. Le ragazze nascondono gambe e sedere, i maschi il torso. Allo stesso modo uno studio del 2012 del periodico Sex Roles dimostrava, sempre che ce ne fosse bisogno, che “gli scenari che comportano l’abbigliamento rivelatore (bagnanti)” inducono una “maggiore auto-oggettivazione” – ci si vede cioè come oggetti da guardare e valutati in base all’apparenza – e la “vergogna del corpo” rispetto a scenari con “abiti più modesti (maglione)”. Insomma, amiamo l’estate ma poi c’è imbarazzo con la nudità e gli adolescenti ne soffrono particolarmente (vedi più in basso, ndr).


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Perfezione mitizzata

Viviamo in una società del culto del corpo, anzi, di “un certo tipo di corpo”, precisa la psicologa e sessuologa clinica di Lugano Lia Wächter, cioè un corpo sano, giovanile, tonico, slanciato, prestante ecc. Quindi proprio il corpo “a volte diventa terreno di feroci giudizi e critica e criterio primario di accettazione/esclusione”, spiega Wächter. Soprattutto tra gli adolescenti, cioè quando “il corpo subisce i cambiamenti più repentini e ‘drammatici’” e i bambini “si trasformano in ragazzi e ragazze caratterizzati da un maggiore polimorfismo”. Ma è fuori di dubbio ormai il ruolo delle applicazioni per cellulari come Instagram o TikTok, così anche lo studio di PSCH per cui “sono potenti opinion maker (...) anche in relazione all’immagine corporea”, si legge. Insomma, non bastavano pubblicità e televisione, ora i cellulari “hanno accelerato e rinforzato, soprattutto tra i giovani, la creazione e la diffusione di modelli di perfezione irrealistici”, spiega ancora Wächter, e ne consegue che il “sentimento di inadeguatezza è molto spesso presente”, ecco perché si cerca di “dissimulare, nascondere ciò che riteniamo essere vergognoso”. E quale miglior modo se non quello di non togliersi i vestiti nemmeno per un bagno estivo? E tantomeno, a quanto pare, dopo l’attività sportiva.

Più vergogna, meno sport?

Chi frequenta le sale o le strutture sportive ci racconta che sarebbero spesso le ragazze a non fare la doccia: arrivano già con la tuta da ginnastica e si lavano a casa. Il presidente della Società ticinese docenti di Educazione fisica (Stdef), Ermanno Del Don, ci conferma tra i motivi la “mancanza di privacy”, la “vergogna nel mostrarsi e paura del giudizio di compagne e compagni” e il fatto che “già ai corsi con pernottamento notiamo che le ragazze si portano il bikini per fare la doccia”. Insomma, guai a mostrarsi come mamma le ha fatte. Altre ragioni, spiega la Stdef, sono gli spogliatoi antiquati, il timore per l’igiene, borse alla moda troppo piccole per contenere asciugamani e shampoo, oppure la fretta perché bisogna truccarsi e mettersi creme. Nel 2015 l’allenatore di tennis sudamericano, ma attivo in Ticino, Gonzalo Vitale, al sito spaziotennis.com ha confermato: “In Europa ho notato che i ragazzi non fanno la doccia”, mentre “invece è proprio nello spogliatoio che si forma la squadra”. Cifre che fanno riflettere giungono da uno studio britannico pubblicato sullo European Journal of Sports Sciences: “Più della metà dei ragazzi delle scuole secondarie e due terzi delle ragazze non si fanno mai la doccia dopo l’educazione fisica”, riporta nel 2017 la BBC. Altri studi “hanno evidenziato timori di bullismo e umiliazione”. La mancanza di tempo sembra piuttosto una scusa che non un vero impedimento. Ma per gli studiosi britannici le preoccupazioni per la doccia, e quindi la nudità, sono “una potenziale barriera all’esercizio intenso e alla forma fisica”, si legge. Non un bel presagio per una possibile gioventù sempre più sedentaria e dunque anche in sovrappeso.


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BODY-POSITIVE: LA SVIZZERA REAGISCE

Solo dal 2021 il nostro Paese vanta il progetto Body Respect Schweiz (bodyrespect.ch), incentrato sulla discriminazione delle persone obese ma anche sul “body-shaming di ogni tipo”. Ma è stato copiato dall’Islanda. Eppure è dal 2017
che Promozione Salute Svizzera (PSCH) sostiene che è “assolutamente necessario” sviluppare un piano d’azione. Di fatto in Irlanda una ricerca dimostra il nesso tra la vergogna del corpo e “livelli più elevati di depressione, abuso di alcol e sostanze, ansia, autolesionismo e suicidio” (Dooley, 2013). Da qui l’iniziativa Be Body Positive del 2012 e programmi specifici quale #MoreThanASelfie. In Svizzera invece ogni cantone si muove da solo. Per il Ticino dobbiamo tornare a dieci anni fa (2009-2011) col progetto di Radix Autostima allo specchio, promosso in 32 classi di scuola media per una settimana. Ma oggi? Una panoramica di PSCH del 2018 sui cantoni, indica in Ticino un Piano di Azione Cantonale (PAC) ma “nessuna misura”. Nelle linee guida 2020-2023 del Forum per la promozione della salute nella scuola del tema non c’è traccia, però si intende “partecipare più attivamente ai progetti di promozione della salute di più ampio respiro (nazionale)”. “Siamo consapevoli dell’importanza di questo tema”, ci spiega Manuela Vanolli, collaboratrice scientifica al Servizio di promozione e valutazione sanitaria (SPVS), ma il servizio segue “un approccio più olistico (…) declinandolo all’interno di una serie di progetti” che riguardano vari temi (alimentazione, attività fisica, salute mentale). In Ticino si utilizzano, precisa Vanolli, “approcci diversi, in contesti (setting) diversi” (scuola, casa, tempo libero) e “orientandosi a differenti gruppi target”. Benché nel PAC ticinese il “body-shaming” non sia esplicitato, assicura Vanolli, “le misure contribuiscono a promuovere anche questo aspetto del benessere”. Nel 2021 il tema dell’immagine corporea è stato affrontato anche da Radix Svizzera italiana, un partner del PAC, nell’opuscolo Adolescenti in casa dedicato ai genitori. Ma quanti genitori ne sono consapevoli? E soprattutto, non è troppo tardi? Nel 2016 la Commissione per l’educazione affettiva e sessuale nelle scuole suggeriva che, per poter “valorizzare il rispetto di sé e del proprio corpo” e “saper dare un nome alle emozioni legate al corpo”, bisognerebbe iniziare già all’asilo.

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