Reportage

Non era l’Everest. Verso il Campo Base in solitaria

Dodici giorni di trekking per spogliarsi del superfluo, imparando a guardare all’essenziale, al necessario

(© Samuela Lepori)
4 gennaio 2026
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Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, allegato a laRegione.

Un trekking di dodici giorni per raggiungere il Campo Base dell’Everest a oltre 5’000 metri di altitudine. Dodici giorni per spogliarsi del superfluo, imparando a guardare all’essenziale, al necessario.

Ogni anno migliaia di persone percorrono il sentiero che dal piccolo aeroporto di Lukla, sull’Himalaya, conduce al Campo Base dell’Everest, a quasi 5’400 metri di altitudine. Il mio trekking, durato dodici giorni, si è svolto in un momento di relativa quiete, alla fine della stagione dei monsoni, ed è stato accompagnato da un clima insolitamente mite, poco prima che le folle di escursionisti cominciassero a riversarsi sul sentiero. Ma anche in bassa stagione, il contrasto tra la natura aspra dell’Himalaya e l’organizzazione turistica è evidente. Tutto comincia con il volo per Lukla, uno degli aeroporti più pericolosi al mondo: colpa dell’altitudine, delle condizioni meteorologiche, della pista corta e inclinata, incastrata tra un dirupo e una parete di roccia. Sul piccolo velivolo, l’hostess ridistribuisce i pochi passeggeri per bilanciare meglio il peso: un primo assaggio dell’essenzialità e delle sfide logistiche che accompagneranno tutto il viaggio.

© Samuela Lepori

Adattarsi

Namche Bazaar è la mia seconda tappa, la prima prevista per l’acclimatamento. Un tempo era un remoto villaggio di montagna, oggi è un crocevia di turisti da tutto il mondo, nonché il luogo in cui il capitalismo gioca le sue ultime carte. Paradossalmente, qui è più facile procurarsi l’ultimo modello di scarponi La Sportiva che trovare del formaggio di yak. Agricoltori e pastori hanno lasciato il posto a guide, portatori e gestori di lodge: questi ultimi sono i veri benestanti della zona, mi spiega la mia guida Prakash, che al momento della partenza mi invita a destinare la mancia ad altri.

© Samuela Lepori

Qui possiamo ancora scegliere tra vari tipi di lodge (le cosiddette teahouse), ma d’ora in avanti anche i turisti più esigenti dovranno adattarsi all’essenzialità. La sera fa freddo, ci si raccoglie attorno alla stufa, che viene scaldata con sterco di yak, mangiando l’immancabile dal bhat, il piatto tradizionale. Malgrado la promessa che mi ero fatta di concedermi un periodo di detox digitale, e malgrado il prezzo crescente della connessione internet, la tentazione di mettermi in comunicazione con i miei cari è troppo forte. Avvolta nella coperta, scrollo le notifiche come sfogliassi vecchie lettere di amici lontani.

© Samuela Lepori

Capire i propri bisogni

Non è solo il prezzo del wi-fi ad aumentare esponenzialmente salendo: tutto diventa più caro, perfino la carta igienica, di cui tutti abbiamo fatto scorta. Quel giorno mi aggiro per il villaggio con la solita ossessiva domanda: di cosa potrei avere bisogno? La merce sale grazie agli sherpa, che sono ovunque sul percorso. Si spostano in piccoli gruppi, piegati sotto carichi enormi e spesso indossando scarpe inadatte: sneaker malandate, stivaloni da pescatore, calzature piatte stile Superga, in netto contrasto con l’equipaggiamento tecnico di cui facciamo sfoggio noi escursionisti.

© Samuela Lepori

Sembrano figure antiche – impossibile non pensare al mito di Sisifo – legate a fatiche che mi sembrano lontanissime. Solo le radioline appese ai loro carichi – che trasmettono esclusivamente musica nepalese – mi ricordano che siamo nel XXI secolo. Alcuni portano i sacchi dei turisti, ma la maggior parte trasporta materiale da costruzione: legname, lamiere, sacchi di cemento. Un’alluvione ha appena causato gravi danni facendo esondare il Dudh Kosi, e ora si ricostruisce a pieno ritmo.

© Samuela Lepori

Il grande assente

L’Everest si nasconde dietro le nuvole, rimanendo il grande assente di questo viaggio. Lo manco a ogni view point e, quando finalmente lo intravedo, mi appare piccolo rispetto ad altre cime, come l’imponente Lohtse o il più elegante Ama Dablam. Salendo, il panorama muta gradualmente, così come mutano le condizioni e gli alloggi. L’altitudine toglie l’appetito e rallenta i pensieri, rende più raro il bisogno di parlare. Tutto si fa essenziale: attorno a noi sempre più rocce, sempre più ghiaccio, la vegetazione scompare, così come i cani randagi che mi hanno fatto compagnia nei primi giorni. Eppure, ogni tanto, la natura s’impone: minuscoli fiori di montagna, qualche uccellino, perfino un pika dell’Himalaya, creatura deliziosa simile a un topolino.

© Samuela Lepori

Questo viaggio interroga anche la solitudine. I solo traveler come me mi sembrano tutti uguali: silenziosi, abbottonati, difficilmente capaci di andare oltre i saluti. Anche io parlo poco. Ogni giorno incontro facce nuove e mi convinco che ho già abbastanza cose da affrontare, senza aggiungerci la socialità. Poi penso che sia solo una scusa.

© Samuela Lepori

Una meta anomala

Il punto di arrivo, il Campo Base dell’Everest, rappresenta per certi versi una meta anomala. Non è una cima, non c’è neppure un accampamento in questo periodo dell’anno: solo un’enorme roccia a segnare l’altitudine. Un sacco di gente l’ha coperta di nomi e dediche, come un qualunque muro del mondo. Sono la prima ad arrivare, seguita da altri turisti europei. Ci scambiamo dei biscotti al cocco e ascoltiamo l’imponente ghiacciaio Khumbu scricchiolare sotto di noi. L’Everest compare dietro le nuvole: minuscolo, deludente. Ma non è mai stato lui la vera meta del viaggio.

© Samuela Lepori

Il trekking termina con altri tre giorni di discesa, che a tratti percepisco come la parte più dura del viaggio: le giornate mi sembrano infinite, ora che la meta non porta più su di sé particolari significati. A Lukla crollo sul letto, esausta, ma sollevata, dopo un pomeriggio di fitte piogge in cui capisco che il mio viaggio poteva essere molto diverso. Qui, perlomeno, ritrovo il lusso di un bagno tutto per me. Niente come il Nepal per imparare a stare nell’istante. A non aspettarsi troppo, ad accettare quanto si riceve, a camminare quando si può, a fermarsi quando serve. Non è poco; mi sento a pezzi, ma ricomposta.