Intervista al giornalista ticinese, natio della Leventina, che non è tanto interessato a raccontare sé stesso, quanto a scoprire il mondo e chi lo abita

Bruno Giussani è un vero giornalista, parla d’altro, non di sé. È abituato a far domande, a scrivere, a organizzare e dare conferenze. Qui, tuttavia, abbiamo raccolto la sfida di fargli un ritratto. Personale. Vogliamo chiedergli chi è, dietro quel velo di competenza e razionalità; domandargli: ‘Ma tu, tu che da piccolo volevi salire su un razzo e fare l’astronauta, cosa sogni adesso nella vita?’. E, fra i suoi album, scelgo una fotografia che a me sembra un invito...
Bisogna partire dalla gioia: il vento nelle fronde degli alberi; il blu del cielo del mare del lago; il canto impazzito degli uccelli. Sono queste le cose che più danno gioia al ticinese Bruno Giussani. E poi gli piace parlare con la gente, esplorare il mondo, discutendo con le altre persone. Si dice incapace di chiacchierare del più e del meno, non fa per lui. Va dritto al punto, desidera il cuore delle cose e più di tutto: vuole capire il mondo.
Cambiare il mondo? Prima di tutto capirlo. Poi si vedrà.
Vado a trovarlo nel suo appartamento di Losanna, una specie di soffitta gradevole, piena di luce, dove trascorre soltanto una parte del suo tempo. A terra ci sono quadri appoggiati, mai appesi, da anni.
Giussani infatti divide la sua vita fra Losanna, Faido, dove è nato, e viaggi prevalentemente di lavoro. A Losanna ha gli amici, il lago e la vita culturale. A Faido ha gli amici, la mamma e la montagna. Più un giardino (orto, frutteto) che coltiva con cura, quando c’è. È nato in una famiglia di genitori bergamaschi che hanno fatto tutto per i figli. Sente un po’ il senso di colpa per non essere rimasto a vivere in Ticino, quindi torna appena può, un paio di volte al mese.
Dai genitori ha imparato a lavorare molto e il meglio possibile. Da piccolo, aiutava già il panettiere del paese e rifletteva su cosa significa un mestiere: ricevi la farina, che non è mica buona da mangiare, e la trasformi in qualcosa di croccante che ti sfama. Con i primi soldini si era comprato una bicicletta. Leggeva molto, ma giocava anche.
All’epoca i figli degli italiani erano presi in giro, ma lui non ci dava molto peso. È partito presto da casa, timido e curioso; ancora oggi a volte queste due spinte (a chiudersi, ad aprirsi) cozzano dentro di lui. Ma decisamente sembra che sia la curiosità a vincere ogni volta la partita.
© KeystoneZurigo, 2016, cerimonia di premiazione degli Swiss Awards, a Giussani è stato consegnato il riconoscimento per l’economiaHa iniziato a lavorare per le riviste locali e per il Giornale del Popolo, ma gli mancava qualcosa; è partito a studiare Scienze politiche a Ginevra, non è più tornato. L’Hebdo, New York, la Fondazione Ted, il Canada. Il mondo. Ha organizzato centinaia di conferenze, ha incontrato migliaia di persone. Ha letto di tutto. A farlo spostare non è mai stato un pensiero di carriera: erano i suoi propri limiti che voleva superare, le sue gabbie che voleva spalancare.
Ha volato avanti e indietro intorno alla Terra come un forsennato; ma sempre con la testa lucida, chissà come si fa. Un trucco ce lo rivela: ogni volta arriva in aeroporto un’ora prima dell’orario consigliato.
Perché? Perché deve cambiare ritmo, adattarsi a un tempo diverso. Il tempo del viaggio, sospeso, è un luogo di mezzo tra la partenza e la meta. È uno spazio per pensare, riordinare le idee. Quando hanno messo il Wi-Fi sugli aerei, ci è rimasto male, ride: adesso anche l’aeroplano è un ufficio, non ti salvi più.
Prima di conoscerlo, Bruno Giussani me lo ero sempre immaginata come il cavaliere pallido che attraversa impervie foreste brandendo la spada della giustizia. E questa intervista non mi smentisce.
Quando gli domando cosa lo muove, cosa lo fa alzare la mattina, cosa lo fa lavorare così tanto, mi parla proprio di questo. Per usare le sue parole, «le ingiustizie», dice, «quelle grandi come quelle piccole, mi mandano in bestia notevolmente». Perché certi problemi non sono individuali, sono di tutti. È quello il suo punto di partenza: capire nel mondo che cosa provoca tutte queste disuguaglianze e cosa si può fare per ridurle.
Prima di tutto, lui per mestiere osserva come le società si organizzano; bisogna individuare dove sta il potere. Perché il potere è il punto centrale. Da lì discendono gli sfruttamenti, le iniquità, le sofferenze dei più. E potere significa soldi, controllo di pochi, autoritarismo.
Gli chiedo perché negli ultimi anni si stia occupando così tanto del rapporto tra umani e tecnologie. Perché oggi il potere si trova nelle tecnologie, ed è la prima volta che il potere è invisibile, nascosto dietro i nostri apparecchi digitali, che sembrano innocui ma non lo sono.
Il nostro cervello è tanto fine da inventare cose straordinarie, ma non lo stiamo usando bene, perché quelle cose straordinarie non vanno a beneficio della collettività, come invece dovrebbero. La collettività si sfilaccia, il clima si degrada, la democrazia si erode, i divari tra chi si arricchisce e chi si impoverisce si allargano.
Quindi, che fare? Naturalmente non c’è una semplice soluzione, ma milioni di tentativi che danno fiato e gambe e pensieri agli uomini e alle donne che attraversano le famose impervie foreste. A volte, l’unica cosa che è nelle nostre possibilità è testimoniare, che è già molto importante. Altre volte, possiamo fare qualcosa, ognuno il suo.
Quindi, anche lui dà il suo contributo. Studia, cerca, apre gli occhi. E prova a divulgare come può, con i suoi mille aerei e le sue mille ore di lavoro settimanale, raccontando al maggior numero di persone possibile, nel modo più chiaro possibile, che cosa ha scoperto su quel manipolo di persone ricchissime, che ci controllano da dietro gli schermi, e che non hanno a cuore né il pianeta né chi ci vive sopra. Molto si è già detto dei suoi libri e, qui, posso solo ribadire: vanno letti.
© Ti-PressAl festival Endorfine nel 2025E fa la sua resistenza tecnologica, per mantenere la sua integrità cognitiva. Avevo pensato che fosse più nerd, affascinato dai computer, mezzo dipendente dagli schermi. Invece no. Cerca di non esserne inghiottito. In camera sua il telefonino non entra; sceglie fonti affidabili con le quali informarsi e comunica con i suoi amici il più possibile a voce, faccia a faccia di fronte a un caffè. Non usa WhatsApp. Passeggia molto. Gli piace andare fuori, contemplare i colori, notare i dettagli di ciò che fa il mondo vegetale e animale (noi compresi).
Prima di lasciarci, un’ultima cosa. Ho una figlia preadolescente, ho voglia che diventi una brava persona, felice. Qual è secondo lui l’aspetto più importante da trasmetterle? Cosa importa veramente nel fondo di noi stessi, che non deve mancare? Mi risponde così: «La capacità di fidarsi degli altri, anche a costo di sbagliarsi». La sfiducia, il fatalismo, il «tanto non si può far niente», la paura dei diversi, la tentazione di sentirsi più furbi quando non ci si fida più di nessuno... no, bisogna cercare di resistervi. E non è facile. Ma se il tuo primo riflesso è diffidare degli altri, magari ti risparmierai anche qualche fregatura, ma il prezzo da pagare è molto, molto più alto. Quindi, facciamo vincere la curiosità, anche noi. Che possa, il più possibile, vincere la spinta ad aprirsi. E spalanchiamole, queste nostre gabbie.
Bruno Giussani parlerà dei suoi due recentissimi libri La mente sotto assedio (Casagrande) e Meno America nelle nostre vite (Tlon) giovedì 27 agosto all’AI Salon a Bioggio (alle 17); venerdì 28 agosto alla Casa dei Landfogti a Malvaglia (alle 18); sabato 29 agosto al Dazio Grande a Rodi-Fiesso (alle 18); mercoledì 9 settembre alla libreria Pagina21 di Locarno (alle 18.15); sabato 12 settembre alla conferenza TEDxBellinzona (alle 17).
