Stabilitosi in Ticino da molto tempo, l’artista di origini irachene racconta la sua storia e cosa, ancora oggi, lo sprona a realizzare le sue opere

Di origini irachene ma in Ticino da moltissimi anni, Fadhil è un artista che opera attraverso strumenti molto diversi. Ciò che più sembra contraddistinguere il suo fare è l’impronta politica degli interventi, spesso imperniati su una decisa presa di posizione rispetto ai fatti della contemporaneità. Nel periodo che stiamo internazionalmente attraversando, conoscere lui e il suo lavoro è un modo per chiedersi cosa l’arte possa ancora fare per fare breccia nella violenta complessità di un mondo tempestato da guerre e forme sempre più sofisticate di alienazione.
La prima volta che ho incontrato Al Fadhil è stato alcuni anni fa, nella sua casa-atelier di Balerna, dove mi ha accolto offrendomi le more che crescono accanto alle mura della sua abitazione. «Tieni, queste sono per tua figlia», ha aggiunto porgendomele. Tuttora, al visitatore che varchi l’ingresso, il posto colpisce per la sua monacale essenzialità e quel semplice gesto sembrava esserne parte integrante: una scala che sale ai piani alti in penombra, qualche quadro appeso, un gatto a zonzo tra le stanze, uno studio in cui le pareti sono fregiate da segni di matita, di colore, di orme lasciate dalle opere che lì hanno campeggiato nel corso della propria embriogenesi.
Quando chiedo, come di consueto faccio con chi intervisto, se ci sia stato qualcosa, un evento o altro che, a suo avviso, abbia giocato un ruolo fondativo nella sua scelta di dedicarsi all’arte, per cominciare Fadhil mi parla del suo Paese natale: «Non intendo galvanizzare le mie origini, ma avendo un vissuto piuttosto immerso nelle viscere della Storia, è bene ricordare che l’Iraq era l’antica Mesopotamia e qualunque sia il grado culturale dell’autoctono – intellettuale o analfabeta –, nel nativo questa antichità appare. Lungi da me assimilare il mio discorso a un’idea di superiorità della razza, non c’entra nulla. Ma in Europa, attualmente, dove il consumismo e lo sfruttamento sono stati eletti a pilastro dell’esistenza, è più difficile incontrare qualcuno che evidenzi in sé la propria radice storica. Ciò detto, queste caratteristiche fanno sì che l’individuo mediorientale abbia un background solido ed estremamente definito (o almeno questo posso dire per quel che riguarda la mia generazione)».
Nato a Bassora nel 1955, Al Fadhil è cresciuto in una famiglia di undici figli sotto la guida di un padre severo, ma intelligente: professore di letteratura antica e di grammatica, educava i propri bambini allo studio invitandoli al confronto fra loro. Un giorno, nel corso di un pomeriggio solitario, il piccolo Fadhil scopre nel beauty case di sua madre un bel rossetto rosso e, approfittando della situazione, con lo specchio in mano tratteggia sul muro della sala il suo primo autoritratto. Al rientro dei genitori è ovviamente terrorizzato, temendo l’ira del padre, ma contrariamente alle aspettative questi non si scompone e, il giorno dopo, si presenta con una scatola di matite colorate e un quaderno: «Ecco, disegna qui se vuoi», gli dice facendogliene dono. «Erano Caran d’Ache», ricorda Al Fadhil. «Come dire, la Svizzera era nel mio subconscio molto prima che vi arrivassi».
Dopo un’adolescenza trascorsa a Bagdad, dove seguendo la propria propensione all’espressione visiva frequenta uno degli istituti d’arte più prestigiosi del Paese, Fadhil si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Firenze. «Tanti sbagliano, credendo che io sia fuggito dal mio Paese. Non sono scappato e non sono stato rifugiato: me ne sono andato in modo assolutamente regolare, per motivi di studio. Ma era il 1978 e di lì a due anni Saddam Hussein avrebbe aggredito l’Iran. Sin dal mio insediamento all’accademia ero impegnato politicamente e quando appresi della guerra questo aspetto e la mia indole ribelle si intensificarono (ero vicino alle formazioni della sinistra italiana). Inoltre la mia attività pubblica in ambito culturale fu presto evidente: realizzavo mostre e organizzavo eventi. Terminati gli studi, mi recai all’ambasciata irachena a rinnovare i documenti. Fu allora che mi ritirarono il passaporto dicendomi che sarei dovuto rientrare per il servizio militare, vale a dire per combattere per decenni. “Va bene”, risposi, “tenetevi i documenti. Non voglio tornare in Iraq”.
Così per due anni sono stato apolide, finché non mi sono sposato con una ragazza, figlia di una gallerista di Campione d’Italia, da me conosciuta quando facevo ritratti ai turisti sul Piazzale degli Uffizi. In seguito, da lì al Canton Ticino il passo fu breve e in men che non si dica sono entrato in contatto col vivace mondo culturale della Svizzera italiana di quegli anni».
Se il percorso di Al Fadhil trova le sue radici nell’arte pittorica, con una particolare attenzione per il lavoro di Francis Bacon – in giovinezza vero e proprio punto di riferimento per la maggior parte degli artisti che lo circonda –, in seguito sarà il compenetrarsi di più tecniche, anche lontane fra loro, a caratterizzare il suo agire. A partire da un primo esperimento, quasi casuale, fatto ancora nella sua epoca fiorentina con diapositive volutamente escoriate al fine di non permettere al proiettore una chiara messa a fuoco dell’immagine, sviluppando il proprio discorso espressivo Al Fadhil ha praticato l’astrattismo per poi passare alla Land Art e alla performance, ma senza indugiare nel mero esercizio di stile.
© ProlitterisErrante, videostill, 2000«In questo senso, qui le mie origini saltano fuori. Sono sempre stato attorniato da colleghi che si preoccupavano soprattutto di estetica. Io però so cos’è l’ingiustizia, so cosa vuol dire avere dei parenti dietro le sbarre o morti in guerra. Per questo da subito – e lo dico con tutto il rispetto per chi si occupa di estetica, che è cosa importante – mi sono buttato nelle tematiche politiche e socioculturali: un artista deve avere un messaggio etico da trasmettere, rispetto al contesto in cui vive. Ed è in nome di questo messaggio che ha il compito di arrivare a tutti».