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In Namibia, il rinoceronte respira

Il Blue Rhino Task Team

Rinoceronti neri sudoccidentali, vivono in aree deserte
(© Marcus Westberg/WWF-US)
25 luglio 2026
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Una notizia che arriva come una boccata d’aria fresca in un mondo di dati spesso sconfortanti: nel 2025, la Namibia ha registrato il livello più basso di bracconaggio ai rinoceronti degli ultimi dieci anni. Quarantuno animali uccisi: un numero ancora alto, ma il 53% in meno rispetto al 2024. Un risultato straordinario per uno dei Paesi che ospita la più grande popolazione di rinoceronti neri del mondo.

Non è un caso. È il frutto di anni di lavoro paziente, coordinato e capillare tra governo, comunità locali, forze dell’ordine e organizzazioni come il WWF. Un modello che dimostra come la conservazione della natura non sia una battaglia persa in partenza, ma una sfida che si può vincere – passo dopo passo, anno dopo anno.

E se da una parte il Sudafrica ospita il più alto numero di rinoceronti in generale (bianchi e neri), la Namibia ospita circa 6’788 rinoceronti neri sudoccidentali (l’85% degli esemplari totali nel mondo). Si tratta di una sottospecie che si è adattata alla vita nel deserto. Li si trova, infatti, soprattutto nella regione del Damaraland. Proteggerli significa proteggere un patrimonio naturale di valore incalcolabile per tutto il pianeta.

Il Blue Rhino Task Team

Dietro il calo del bracconaggio in Namibia c’è una rete di esperti ben precisa: il Blue Rhino Task Team, un’unità specializzata e multiagenzia dedicata all’intelligence e al coordinamento contro i crimini faunistici. È questo il cuore pulsante della strategia namibiana. Si tratta di un organismo che raccoglie informazioni, supporta le indagini, analizza le tendenze del traffico illegale e coordina la risposta nazionale.

Il team lavora a stretto contatto con le forze dell’ordine, le agenzie di conservazione e i partner locali. I risultati del 2025 riguardano non solo i rinoceronti, ma anche elefanti e pangolini – due specie ugualmente sotto pressione e a rischio – confermando che l’approccio integrato sta funzionando su più fronti.

Il WWF contribuisce a questo sistema sostenendo la capacità operativa dei ranger, le tecnologie di monitoraggio della fauna selvatica, i tribunali specializzati per i crimini ambientali e le misure antibracconaggio sul territorio. Tra gli interventi più efficaci figura anche la decornazione preventiva dei rinoceronti: una tecnica indolore che riduce drasticamente l’interesse dei bracconieri, poiché il corno è l’unico obiettivo delle uccisioni illegali.

Fondamentale è anche il coinvolgimento delle comunità locali. In Namibia, la conservazione non è imposta dall’alto, ma è condivisa con chi vive accanto agli animali, trasformando i residenti in custodi attivi del territorio. Un modello che crea anche opportunità economiche attraverso il turismo sostenibile, rendendo la protezione della fauna selvatica vantaggiosa anche per le persone.

Il corno di rinoceronte

Perché qualcuno rischia la prigione – o persino la vita – per uccidere un rinoceronte? La risposta è semplice e brutale: il corno di rinoceronte è tra i materiali più costosi al mondo, più prezioso per peso dell’oro e della cocaina in certi mercati asiatici. In Cina e nel Sud-est asiatico viene usato nella medicina tradizionale, nonostante non esistano prove scientifiche della sua efficacia, ma anche come simbolo di status sociale.

Questa domanda alimenta reti criminali sofisticate che operano attraverso interi continenti, dalla caccia di frodo in Africa al contrabbando verso i mercati asiatici. Non si tratta di bracconieri isolati mossi dalla povertà, ma spesso di organizzazioni strutturate con risorse, tecnologia e connessioni internazionali.

Il picco più drammatico in Namibia si era registrato nel 2022, quando 87 rinoceronti erano stati uccisi: il numero annuale più alto mai registrato nel Paese, quasi il doppio rispetto all’anno precedente. Un segnale allarmante che aveva spinto le autorità a intensificare ulteriormente gli sforzi. La risposta coordinata ha dato i suoi frutti: da 87 uccisioni nel 2022 a 41 nel 2025, con una tendenza al ribasso costante. Nonostante i progressi, le sfide restano. I bracconieri si adattano continuamente, esplorando nuove specie da sfruttare. Anche piante protette, rettili e insetti sono finiti nel mirino del crimine organizzato. Uno dei problemi più persistenti è il tempo che intercorre tra l’arresto e la condanna, che può lasciare i sospettati in libertà per mesi o anni, indebolendo l’effetto deterrente della legge.

Per questo il WWF continua a investire non solo nella prevenzione sul campo, ma anche nel rafforzamento del sistema giudiziario, affinché ogni arresto si traduca in una sentenza rapida e significativa.

Il delfino dell’Indo: una speranza...

Mentre in Namibia si celebra il calo del bracconaggio ai rinoceronti, dall’altra parte del mondo arriva un’altra notizia che scalda il cuore: in Pakistan, il governo del Punjab ha istituito il Punjnad Indus River Dolphin Sanctuary, la prima area protetta della provincia dedicata alla conservazione del delfino del fiume Indo. Un tratto di circa 200 km del grande fiume asiatico – incluso il punto dove confluiscono i cinque fiumi del Punjab, da cui il nome Punjnad, che significa proprio “cinque fiumi” – diventa finalmente zona protetta per legge.

Non è un lusso. È una necessità urgente. Del delfino del fiume Indo restano oggi solo 2mila esemplari in tutto il mondo. Nell’arco di un secolo, il loro areale si è ridotto dell’80% a causa della costruzione di dighe, sbarramenti e infrastrutture idriche che hanno frammentato il fiume e isolato le popolazioni. Si stima che circa 660 delfini vivano nel Punjab e quasi due terzi di loro si trovano esattamente nel tratto ora protetto. La nuova area si congiunge con una zona già tutelata nella provincia del Sindh, creando un corridoio continuo di quasi 400 km di habitat protetto lungo l’Indo. Per una specie la cui sopravvivenza dipende dalla possibilità di muoversi, nutrirsi e riprodursi lungo il fiume, questo collegamento è fondamentale. Il WWF lavora alla protezione del delfino dell’Indo dagli anni Novanta e lo fa con ricerche scientifiche, operazioni di salvataggio, sensibilizzazione delle comunità locali e collaborazione con le autorità pakistane. Oggi, questa creatura straordinaria ha un futuro un po’ più sicuro. E con lei, tutto l’ecosistema del grande fiume che da millenni nutre l’Asia meridionale.

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