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Il tranquillone delle Alpi

Il gipeto, fra amore e crudeltà

L’eleganza del gipeto barbuto in volo
8 giugno 2020
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Quando di un camoscio morto non rimane che la carcassa spolpata, la parte migliore non è ancora stata mangiata! Un osso contiene in media 10% di proteine, 16% di grasso e alcune sostanze minerali di importanza vitale. Dal punto di vista energetico, lo scheletro di un animale è superiore alla succulenta massa muscolare. Il gipeto non chiede di meglio: in libertà, la sua dieta è composta di ossi per l’80-90%. Non che rifiuterebbe un buon bocconcino di polpa! Anzi, i piccoli vengono nutriti per alcune settimane esclusivamente di carne, per procurarsi la quale, però, c’è da lottare con gli altri animali necrofagi. Il gipeto pacifico e flemmatico, non ama troppo le baruffe e preferisce quindi attendere che i primi commensali – volpe, corvo, taccola e aquila – se ne siano andati, per godersi in santa pace i prelibati avanzi. Bisogna però dire che il concedersi questo lusso gli è facilitato da una particolarità che lo contraddistingue dai possibili concorrenti: mentre un normale stomaco animale si rifiuta di digerire gli ossi, quello del nostro avvoltoio riesce a spappolare un’intera vertebra di vitello in poco tempo, grazie all’acido cloridrico! Non ha nemici naturali – a parte l’uomo – e quindi ha perso o non ha mai sviluppato un carattere estremamente aggressivo o difensivo. Questo comporta, quando tenuto in cattività con altri rapaci, il rischio di diventare vittima dell’aggressione altrui.

Raccontato così, il gipeto barbuto sembra non essere tra gli animali più graziosi del pianeta. Ha uno sguardo fisso e il suo aspetto può incutere paura. Ma in realtà, appena è in volo mostra tutta la sua eleganza. La distanza dalla punta di un’ala a quella dell’altra misura quasi tre metri: è più grande dell’aquila reale e anche la sua coda è più lunga. In effetti è l’uccello più grande delle Alpi e di tutta l’Europa. Gli avvoltoi sono spesso senza piume su testa e collo, e molte persone li considerano per questo brutti e di sgradevole aspetto. Ma il gipeto è diverso: è coperto da un folto piumaggio, attorno agli occhi ha un vistoso anello rosso e ai lati del becco ha piume nere simili a una barba. Proprio da qui deriva il suo nome comune, “avvoltoio barbuto”. Numerose le leggende che circolavano attorno a questo uccello: si diceva che cacciasse gli agnelli e rapisse i bambini piccoli. Tutte queste storie – non vere, le fake news giravano già – hanno portato allo sterminio di questo uccello. Esche avvelenate, caccia con i fucili: tutto ciò lo fece sparire dalle Alpi. Ma grazie a un progetto di reinserimento del WWF, oggi ne vivono 200 coppie tra la Svizzera, Italia, Francia e Austria.

La stagione degli amori

Il gipeto sente la primavera… in autunno, quando gli altri animali di montagna si preparano ad affrontare la stagione invernale, riducendo al minimo il consumo di energia, e gli uccelli migratori si trasferiscono in regioni più temperate. Il rituale d’accoppiamento e i balli nuziali rappresentano dunque l’attività principale. Stridendo e fischiando, i gipeti in amore danno vita a voli acrobatici sempre più vertiginosi e frenetici. In pieno inverno, dunque, la femmina depone due uova. La temperatura esterna può toccare i – 20 gradi e la necessità di mantenere quella delle uova costantemente sui 38 gradi, richiede perfette condizioni d’isolamento. Il nido del gipeto è perciò situato in un luogo protetto, una piccola caverna dall’accesso stretto, che offre riparo dalle intemperie. Qui le uova verranno deposte e covate su di uno strato isolante spesso fino a 20 cm, fatto di piume, resti di pellicce di animali morti, lana di pecora e fieno. La minima oscillazione della temperatura può rivelarsi fatale. Le uova tollerano solo brevissime assenze del corpo dell’uno o dell’altro genitore. Malgrado le apparenze, un periodo di cova tanto precoce è giustificato biologicamente. Alla fine dell’inverno, quando sgusciano i piccoli, l’offerta di cadaveri animali è particolarmente copiosa. Una cosa bisogna sapere: la femmina depone prima un uovo e poi, a distanza di una settimana circa, depone il secondo. La coppia che si viene a formare rimane insieme per sempre (o quasi sempre). La maturità la raggiungono attorno agli otto anni e possono vivere oltre i 30 anni.

Quello che rompe le ossa!

Abbiamo già letto che il gipeto si nutre di carogne e che quindi è lo “spazzino” negli ecosistemi alpini. Abbiamo anche già letto che è tra i pochi ad avere uno stomaco capace di digerire le ossa e che quindi non deve mai litigare con nessuno per il cibo. Ben quattro quinti della sua alimentazione è costituito da ossa. Di solito gli basta aspettare fino a quando di un camoscio morto o di un cervo non rimangono altro che le ossa. Ma come fa a ingoiarle? Quelle che sono più corte di trenta centimetri vengono ingoiate intere, mentre quelle più grandi le afferra con gli artigli e le porta via in volo fino a 50-100 metri di altezza e poi le lascia cadere su una lastra di pietra – detta il “maglio” - così che, una volta frantumate possano essere inghiottite. L’operazione, sia notato per inciso, viene eseguita con buona precisione: centro sicuro, da 100 metri, di un “bersaglio” di 30mq. Nei posti più adatti per questa operazione si trovano tanti pezzetti di ossa sul terreno. Questi luoghi vengono chiamati “la bottega delle ossa”. I gipeti erano noti già ai Romani, che li chiamavano “ossifraga”, che significa “coloro che rompono le ossa”. Ricorrere a questo sistema pare sia istintivo, visto che gli esemplari rilasciati se ne servono subito una volta in libertà. Questa sua passione per le ossa gli fa risparmiare tanta energia e permette al gipeto di sopravvivere con 200-300 grammi di ossa al giorno. Se gli capita uno scheletro bello grosso, ne approfitta per fare scorta per una settimana buona, poiché il suo stomaco non solo è molto acido, ma anche flessibile e riesce ad immagazzinare da 6 a 8 razioni giornaliere di cibo.

Fra amore e crudeltà

Benché, in età adulta il gipeto sia un animale molto pacifico, la sua vita inizia con un fratricidio. La femmina depone in genere due uova. Il più piccolo dei due, però, non avrà nessuna probabilità di sopravvivere. Sin dai primi istanti di vita il fratello (o la sorella) maggiore si mette a tormentarlo – privandolo del cibo, ferendolo in continuazione – fin quando lo sfortunato non sarà tanto indebolito da soccombere. Questo comportamento – detto in gergo scientifico “cainismo” – sembra innato, perché il primogenito perseguita il secondo nato anche senza motivo apparente. Questo comportamento si osserva presso altre specie di uccelli rapaci. Il secondo uovo, di fatto, funge solo da riserva biologica nel caso in cui il primo sia sterile o che l’embrione perisca. Se ciò non si avvera, il secondo deve soccombere. Il cainismo è conseguenza dell’adattamento alla scarsità cronica di cibo ed a cure parentali particolarmente stressanti. In circa tre mesi e mezzo il pulcino, che alla nascita non pesa più di 100 grammi, deve raggiungere dimensioni ragguardevoli e il peso di 4 chili. La razione di cibo giornaliera corrisponde al 20-25% del suo peso corporeo. Soddisfare simili esigenze per due piccoli sarebbe molto difficile. Il gipeto, infine, non cova ogni anno. Il tasso di crescita é di circa un piccolo ogni due coppie. Anche l’aquila cresce in media un solo piccolo, ma se sbuca anche un secondo pulcino, questo di solito riesce a neutralizzare gli attacchi del fratello maggiore. Per i rapaci la gioventù  è difficile: 9 piccoli su 10 muoiono prima di compiere i 4 anni. Stessa cosa vale per il gipeto: nell’Africa meridionale la mortalità giovanile (primi 5 anni di vita) è del 95%. Ma una volta superata la fase critica, se non vengono avvelenati o cacciati, muoiono di vecchiaia.

 

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