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11.05.2022 - 08:45
Aggiornamento: 15:31

Lex Netflix, pro e contro la nuova legge sul cinema

Confronto tra Daniel Mitric, presidente dei Giovani liberali radicali ticinesi, e Niccolò Castelli, direttore della Ticino film commission

L’importanza del cinema non è in discussione: a pochi giorni dalla votazione sulla cosiddetta ‘Lex Netflix’ – le modifiche alla Legge sul cinema che estendono ai servizi di streaming obblighi simili a quelli già esistenti per le tv: obbligo di investire in Svizzera e una quota di produzioni europee – abbiamo sentito Daniel Mitric, presidente dei Giovani liberali radicali ticinesi, e Niccolò Castelli, direttore della Ticino film commission e membro del Consiglio dell’Associazione svizzera regia e sceneggiatura film ed entrambi hanno ribadito il valore di un settore audiovisivo svizzero forte. «Siamo favorevoli alla promozione del cinema, il problema è il come» ci ha spiegato Mitric che «da fiero locarnese» ricorda il Festival del Film e «le grandi emozioni che si provano ogni anno ad agosto in Piazza Grande».

Le attuali sovvenzioni che riceve il cinema non vengono messe in discussione dai contrari alla Lex Netflix. Perché quindi la sezione giovanile del Plr, insieme a quelle di Udc e Verdi liberali, ha raccolto le firme contro questa legge? «Perché è una legge che colpisce i consumatori» risponde Mitric. «Le misure di sostegno al cinema che conosciamo finora, tramite il servizio pubblico e quindi il canone e gli aiuti da parte di Confederazione, Cantoni e Comuni, è pagato dalla collettività, mentre qui si chiama alla cassa chi ha un abbonamento alle piattaforme di streaming. Piattaforme che sono delle realtà che funzionano bene senza costrizioni da parte dello Stato: con questa legge si vuole andare a dire ai privati come e quanto devono investire le loro risorse».

Netflix e gli altri servizi di video on demand «hanno fatto bene al cinema, combattendo la pirateria e diffondendo la cultura cinematografica digitale soprattutto tra i giovani» osserva Mitric. Tuttavia – ci spiega Niccolò Castelli – in Svizzera di film e serie prodotte dai grandi operatori dello streaming se ne sono viste poche, finora. «Lo vedo bene dal mio osservatorio della Ticino film commission: lavoriamo molto bene con i film per il cinema, per i festival, per la televisione, ma di produzioni per i grandi portali dello streaming non ce ne sono e questo perché negli altri Paesi hanno l’obbligo di investire, da noi no». Con l’Italia che ha recentemente portato la quota dal 10 al 20%, «se Netflix vorrà fare un film su Heidi, non lo girerà in Svizzera ma in Sudtirolo perché deve spendere lì i soldi».

Con l’obbligo di investire il 4% della cifra d’affari lorda, si stima che al settore cinematografico svizzero arriverebbero circa 18 milioni di franchi in più. Ma, prosegue Castelli, non è solo un problema di risorse aggiuntive: «È una questione di diversificazione delle produzioni, di avere la possibilità di competere in un mercato, quello dello streaming, al quale adesso non abbiamo accesso».

Daniel Mitric, la legge prevede una quota del 30% di produzioni europee. Quali sono i timori?

È una quota paternalista e protezionista e per questo ci opponiamo con veemenza. L’aspetto secondo noi più grave è che questo 30% non prende in considerazione né la qualità né le preferenze del pubblico. L’unico parametro preso in considerazione è la provenienza geografica e questo limita la libertà di scelta del singolo consumatore.

Le piattaforme streaming dovranno infatti ridurre l’offerta proveniente dal resto del mondo: non avremo film di successo che arrivano da Africa, Asia o America per soddisfare questa quota esclusivamente quantitativa. Il risultato sarà indebolire le produzioni non europee.

Rimane comunque ampio spazio per le altre cinematografie.

Certo, ma oggi stando ai dati dell’Ufficio federale di statistica la richiesta di produzioni cinematografiche europee è al di sotto del 15%. Qual è quindi il senso di questo 30%? Inoltre si chiede che le produzioni europee debbano essere contrassegnate come tali e facilmente reperibili, a riprova dell’atteggiamento paternalista e protezionista di questa legge. Il singolo consumatore paga con i suoi soldi un abbonamento per avere un servizio di qualità che noi andiamo a limitare.

Però già adesso i servizi di streaming rispettano questa quota.

E allora perché inserirla nella legge? Non è compito dello Stato intromettersi in questi aspetti. E non dobbiamo dimenticare che gli amanti del cinema svizzero hanno già adesso accesso gratuitamente a una vasta scelta online con PlaySuisse, piattaforma della Ssr che mostra unicamente film e serie svizzere, e che potrebbe essere valorizzata maggiormente.

Anche per l’obbligo di investimento immagino ci si preoccupi della libertà, in questo caso di un’azienda di investire come vuole i propri soldi.

Sì, ma ci sono anche altri aspetti. Il primo è la quota stabilita, più alta di quella prevista in altri Paesi. Inoltre si parla di una percentuale sulla cifra d’affari lorda, non degli utili. Che gli affari vadano bene o vadano male, si è chiamati a investire e questo forse non nell’immediato ma a lungo termine avrà delle ripercussioni sul consumatore. Già oggi abbiamo in Svizzera delle realtà cinematografiche che hanno avuto il meritato successo nel mercato dello streaming, senza alcun obbligo di investimento.

Molti Paesi europei prevedono norme simili.

Unicamente Francia, Italia e Spagna hanno un obbligo di investimento superiore a quello che si vuole introdurre in Svizzera. Tutti gli altri Paesi o non prevedono alcun obbligo, oppure è più basso, intorno al 2%: la metà di quello che viene proposto in Svizzera. Nel dibattito parlamentare infatti è stato proposto di stare su questi valori, ma la lobby del cinema si è imposta.

Il confronto internazionale non è però immediato: in alcuni Paesi c’è una tassa, prevista in Svizzera solo in caso non si riesca a investire.

In ogni caso la maggior parte dei Paesi europei non conosce questo obbligo. I privati devono essere liberi di decidere dove e come investire le proprie risorse. Se si vuole promuovere maggiormente il cinema lo si può fare con il budget della Confederazione al quale già contribuisce la collettività, non chiamando nuovamente alla cassa i singoli consumatori.

Tuttavia non è detto che i consumatori siano chiamati a pagare di più: il costo degli abbonamenti sembra più legato al tenore di vita e infatti in Svizzera abbiamo gli abbonamenti più cari.

Non conosciamo la politica dei prezzi delle piattaforme. In generale possiamo affermare che un aumento dei costi da parte di un fornitore ha conseguenze sul consumatore che pagherà o finanziariamente, o in termini di qualità.

Niccolò Castelli, perché obbligare le piattaforme a investire nel cinema svizzero invece di ricorrere ad altre forme di sostegno?

Perché, invece di andare a toccare i soldi dei contribuenti, si fa in modo di investire in Svizzera una parte di quello che già viene pagato.

Inoltre avere dei produttori che investono in un film significa che poi crederanno in quel film, lo pubblicizzeranno, lo presenteranno ai festival, magari organizzeranno delle proiezioni in sala, faranno di tutto per farlo vedere. Se invece sostengo una produzione con una sovvenzione a fondo perso, poi non ho la certezza che questa ottenga visibilità perché giustamente le varie piattaforme spingeranno le proprie produzioni.

Si insiste molto sul fatto che norme simili esistono in altri Paesi. Tuttavia il panorama europeo è molto frammentato e in molti casi non è prevista nessuna misura.

È vero, ma la cosa più importante sono i Paesi a noi più vicini perché sono quelli che per noi rappresentano una concorrenza: una piattaforma di streaming che vuole produrre una serie in lingua italiana andrà in Italia piuttosto che in Ticino, dal momento che ha l’obbligo di investire in Italia ma non in Svizzera.

La particolare soluzione che si vuole adottare in Svizzera, con un obbligo di investimento oppure una tassa sostitutiva di pari importo, non è praticamente prevista in nessun altro Paese.

Secondo molte analisi quella svizzera è una delle varianti più liberali e infatti ha trovato ampio consenso in parlamento, anche tra esponenti del partito liberale.

Ogni operatore ha infatti la piena libertà di decidere in cosa investire seguendo una propria strategia e le preferenze del proprio pubblico: serie, film di finzione, documentari, di qualsiasi genere e tema. E ha quattro anni di tempo per farlo, il che permette di sviluppare progetti lunghi e di partire dalla sceneggiatura. E se proprio è disinteressato alla produzione, o magari se si ha a che fare con importi insufficienti per una produzione cinematografica, c’è la soluzione della tassa sostitutiva.

Si è detto che la nuova legge sul cinema vuole portare in Svizzera produzioni che altrimenti sarebbero realizzate all’estero. Hanno ragione i contrari a dire che è una norma protezionistica?

Sì, è protezionistica ma dal momento che altri Paesi hanno norme paragonabili, non adeguandoci andremmo a danneggiare la nostra economia e penso che anche i politici liberali siano chiamati a proteggere l’economia del Paese che rappresentano. È una norma protezionistica che tuttavia dà pari opportunità a tutti gli operatori del settore.

Passiamo alla quota del 30% di produzioni europee. Non si andrà a limitare la scelta dei consumatori?

No, innanzitutto perché già adesso quella quota è rispettata per cui non ci saranno grossi cambiamenti per gli abbonati. E questo vale anche per chi dice che con la nuova legge ci si ritroverà a pagare per dei film che non vede: è già così, quello che una persona può riuscire a vedere è in ogni caso una piccolissima parte del catalogo offerto dai servizi di streaming. Per vedersi quel 70% di cinema non europeo ci vorrebbero comunque anni di visione ininterrotta…

Se la situazione è già così, perché quindi inserire questa quota nella legge?

Perché l’Unione europea ha già questa norma e se ci adeguiamo a livello di legge abbiamo l’opportunità che la Svizzera venga meglio riconosciuta come Paese europeo: i film svizzeri avrebbero la possibilità di essere meglio mostrati negli altri Paesi europei, con tutte le ricadute economiche e anche turistiche che ciò comporta.

Siamo rimasti fuori da diversi progetti europei sull’audiovisivo e un passo verso la politica culturale europea ci darebbe maggiori opportunità di coproduzione.

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