Svizzera

Crans-Montana: "Ragazzi rivivono incubo, ma maggioranza ce la farà"

18 gennaio 2026
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"Un evento di natura estremamente minacciosa e orripilante": la psicologa Anna Graf, che segue al Kinderspital di Zurigo un gruppo di giovani gravemente ustionati nel rogo di Crans-Montana (VS), non usa mezzi termini per descrivere il trauma vissuto dai cinque adolescenti tra i 14 e i 18 anni e dalle loro famiglie. Ma dalle sue parole arriva anche un messaggio di speranza, fondato sulla scienza e sull'esperienza clinica: "La maggioranza ce la farà a superare il trauma".

"Dalla ricerca sappiamo che una grande parte di bambini e adolescenti non sperimenta conseguenze psicologiche gravi", afferma la studiosa in un'intervista pubblicata oggi dalla NZZ am Sonntag. Questo non significa negare la ferita profonda. Molti pazienti, al risveglio dal coma, sperimentano una reazione acuta da stress. "I pazienti sono assaliti da immagini incontrollabili, i cosiddetti flashback. Questi causano spesso panico, estrema paura con reazioni fisiche come tremori".

L'esperta descrive un sistema nervoso "in allarme per lungo tempo", che rende i ragazzi "molto impressionabili, irritabili, incapaci di dormire o di concentrarsi". A questo si aggiunge una percezione alterata della realtà: "Le persone descrivono di percepire tutto solo attraverso una nebbia, hanno la sensazione che non sia tutto vero e che si risveglieranno da un incubo".

Il lavoro della squadra medica e psicologica è minuzioso e parte dalle necessità più basilari, in un dialogo continuo tra esigenze cliniche e supporto emotivo. Un esempio concreto riguarda una paziente terrorizzata dalle porte chiuse, che le provocano flashback. "A causa dell'igiene e dell'alta temperatura necessaria per curare le ustioni, le porte non potevano semplicemente restare aperte", spiega Graf. "Ma abbiamo trovato una soluzione: una delle due porte a vetri può restare aperta".

L'approccio con i ragazzi è diretto ma calibrato. "Ciò di cui i pazienti hanno bisogno in una tale situazione è, sorprendentemente, basilare". Si cerca di orientarli "con parole semplici e calme", chiedendo loro come stiano, se abbiano incubi o pensieri ossessivi, lasciandoli liberi di interrompere il colloquio se diventa troppo.

Un ruolo fondamentale è affidato alle famiglie, anch'esse provate dallo stesso trauma. "Stanno male. E allo stesso tempo devono esserci per i loro figli e dare loro sostegno e sicurezza. Spesso è una grande tensione". Il supporto per i genitori parte dalle cose pratiche: "Ci sediamo con loro e chiediamo se hanno mangiato, dove dormono".

La chiave per prevenire disturbi a lungo termine, come il disturbo da stress post-traumatico, sta nella ricostruzione narrativa. "Molti ragazzi hanno ora il bisogno di raccontare cosa è successo", spiega la specialista. Nel caos dell'evento traumatico, il cervello immagazzina solo frammenti sconnessi. "Raccontare e mettere gli eventi in una sequenza significativa riduce il rischio". Per questo si incoraggiano i familiari ad ascoltare, senza evitare il racconto.

Anche quando il ricordare è doloroso, si cerca di "avanzare" con cautela nella storia. "Aiuta andare avanti nel racconto e chiedere, per esempio: "Quando hai capito che stava arrivando aiuto? Come hai sentito che qualcuno si stava prendendo cura di te?". Per mantenere un filo della memoria anche in terapia intensiva ogni letto ha un diario in cui infermieri, psicologi e genitori annotano gli eventi.

Oltre al rischio di stress post-traumatico i giovani dovranno affrontare altre sfide, dalla fatica cronica alla difficile reintegrazione sociale. "Forse hanno difficoltà a reintegrarsi socialmente, perché probabilmente avranno un aspetto diverso da prima della catastrofe. Hanno cicatrici: l'autostima e l'immagine corporea possono diventare un tema pesante". Un'altra questione cruciale sono i sensi di colpa, sia dei genitori ("come ho potuto permettere quella serata?") che dei figli ("nella fuga ho pensato solo a me stesso").

Il percorso di guarigione sarà lungo e personalissimo. "Alcuni avranno bisogno di supporto psicoterapeutico dopo i lunghi mesi in ospedale. Altri saranno inizialmente stabili, ma anni dopo soffriranno nuovamente per un certo aspetto e avranno bisogno di aiuto per elaborarlo". Ma la conclusione della psicologa che guarda in faccia al dolore estremo è orientata alla fiducia: "La maggioranza supererà il suo trauma". La resilienza dipende meno dalle caratteristiche del trauma stesso e più "dai tratti della personalità e dall'ambiente sociale", conclude.