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02.12.2022 - 08:30
Aggiornamento: 05.12.2022 - 10:28

‘Qui a Palazzo le persone mi conoscono, ed è questo che conta’

È stato definito ‘principe del lobbismo’, ‘petro-lobbista’, ‘cacciatore di mandati’. Albert Rösti spiega perché non fa nulla di strano, o di male

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Keystone
È il grande favorito per la successione di Ueli Maurer

‘Corriere del Ticino’, ‘laRegione’. Prima l’uno, poi l’altra. Per Albert Rösti è il giorno del Ticino. ‘Giorno’ per modo di dire: non sono nemmeno le 9 quando – dopo una mezz’oretta di intervista – si congeda da noi per correre verso le altre, innumerevoli incombenze che lo attendono. La vigilia, le prime audizioni davanti ai gruppi del Plr e verde-liberale; poi, la sera, in diretta sugli schermi della Srf, le impertinenti domande ("Signor Vogt, lei quanto guadagna?", "E lei, signor Rösti?", "Un consigliere federale può dire bugie?") di alcuni vispi bambini, capaci di creare qua e là una punta d’imbarazzo nei due aspiranti Udc alla poltrona di Ueli Maurer in Consiglio federale. Mercoledì, il 55enne bernese arriva un po’ trafelato in una chiassosa e affollata anticamera del Consiglio nazionale: stringe mani a destra e a manca, risponde al volo – sempre col sorriso sulle labbra – alle sollecitazioni di altri giornalisti, ha una parola anche per gli occasionali visitatori di Palazzo federale. Poi afferra una sedia: «Eccomi, mi scusi per il ritardo. Adesso sono tutto per lei».

Signor Rösti, partiamo dal Ticino. Pressione sui salari, dumping, elevata presenza di lavoratori frontalieri in determinati settori: la situazione sul mercato del lavoro ticinese è tutt’altro che rosea. Da consigliere federale cosa farebbe?

Si tratta anzitutto di applicare in maniera conseguente le misure d’accompagnamento esistenti. E se le commissioni tripartite svolgono bene il loro compito, allora anche la pressione sui salari si attenuerà. Purtroppo l’Accordo sulla libera circolazione delle persone limita fortemente il nostro margine di manovra, in particolare per quanto riguarda la preferenza ai residenti sul mercato del lavoro. Proprio l’esempio del Ticino – che aveva approvato sia la nostra iniziativa per limitare l’immigrazione, sia quella dell’Udc ticinese detta ‘Prima i nostri’ – mostra che nelle trattative con l’Ue la protezione dei salari non è negoziabile. L’accorciamento del termine di notifica di 8 giorni e la ripresa della direttiva Ue sulla cittadinanza sono altri elementi inaccettabili. La Svizzera deve tracciare una chiara linea rossa.

L’accesso al mercato unico europeo è vitale per molte aziende svizzere. Lo stallo nelle relazioni bilaterali rischia di pregiudicarlo. Non la preoccupa?

La preoccupazione non è buona consigliera. Direi che è una grande sfida, per la quale nutro grande rispetto. Ma ripeto: dobbiamo dire chiaramente all’Ue quali sono le linee rosse che non oltrepasseremo, sul piano della protezione dei salari, della giurisdizione della Corte europea di giustizia e della ripresa dinamica del diritto europeo. Un accordo che non le rispetti non potrà mai essere accettato dal popolo svizzero. Meglio essere subito chiari con Bruxelles, coscienti del rischio che l’Ue si inalberi. In tal caso avremmo uno status quo, ma pur sempre con una disoccupazione ai minimi storici e l’inflazione più bassa al mondo.

Lo status quo sarebbe una via percorribile?

A corto termine sì. Poi occorrerà trovare una soluzione per sviluppare ulteriormente gli accordi bilaterali. Sono sicuro che l’Ue sarà disposta, prima o poi, a discutere nuovamente con noi di cooperazione nell’ambito della ricerca e di altri temi. La Svizzera ha molto da offrire, basti pensare alle competenze delle nostre università e dei politecnici federali.

Veniamo alle audizioni: martedì com’è andata? Il ‘Blick’ ha scritto di candidati ‘nervosi’.

Com’è andata lo devono giudicare i gruppi parlamentari. Per quanto mi riguarda, non direi nervoso: concentrato, piuttosto. La giusta tensione di chi si sente pronto. E posso dirmi soddisfatto.

La domanda più difficile?

Quella di cui abbiamo parlato: le relazioni con l’Ue. Una domanda che non ha facili risposte.

Lei è subito stato designato come grande favorito. Un vantaggio o uno svantaggio?

Per la motivazione è sicuramente un vantaggio. Non tanto l’essere considerato favorito, quanto il fatto che la capacità di assumere il mandato sia ampiamente attestata. Ma bisogna stare attenti. Non mi sono mai sentito grande favorito, nemmeno adesso: per me le chance di essere eletto sono del 50%, identiche a quelle del mio collega Hans-Ueli Vogt. Si sa: le elezioni del Consiglio federale hanno le loro regole, e fino alla mattina del 7 dicembre il mio nome non sarà scritto su alcuna scheda.

Il difficile deve ancora venire: martedì lei e Vogt sarete sulla graticola dei gruppi parlamentari di Ps e Verdi. Presenterà la sua dichiarazione dei redditi, come ha ventilato?

Se mi verrà chiesto, lo farò. Indipendentemente da questo, per me è importante mostrare che uno guadagna in base al lavoro che effettivamente svolge, non di più. Quel che ho sempre detto è che guadagno molto meno di un consigliere federale, e che il mio salario – per il lavoro che svolgo – è ragionevole: nel senso di non troppo alto né troppo basso. [ride]

Si porta dietro questa etichetta di ‘lobbista del petrolio’. Ci ha fatto l’abitudine, oppure la disturba ancora?

Le persone qui a Palazzo federale mi conoscono. Ed è questo che conta. Per alcuni anni sono stato presidente di Swissoil. Cioè: non dei grandi importatori di combustibili, bensì dei piccoli commercianti che portano la nafta nelle case. Ma con le etichette ormai bisogna convivere.

Nessuno sa quanto guadagna grazie ai suoi 13 mandati retribuiti indicati nel Registro degli interessi del Parlamento. Non sarebbe auspicabile che i parlamentari rendano pubblico anche questo tipo di informazione?

No. Nel mio caso, i mandati principali sono tre: consigliere nazionale, sindaco di Uetendorf e presidente di Auto-suisse. Gli altri occupano una parte trascurabile del mio tempo. In questi mandati c’è sempre una controparte, con la quale ci si accorda sulla confidenzialità. In Svizzera abbiamo una cultura dove si dichiara semplicemente ciò che si fa, anche in Parlamento. Lo ritengo importante, ma non bisogna arrivare al punto di essere obbligati a indicare quanto si guadagna con queste attività.

Se fosse eletto dovrebbe abbandonare questi mandati. Ciò non toglie che, anche da consigliere federale, continuerà a farsi latore – benché non più formalmente – degli interessi che ha difeso fino a poco tempo prima. Il consigliere federale Albert Rösti potrà mai dirsi davvero indipendente?

Sì. Altrimenti nessuno può diventare consigliere federale. Qualunque politico ha attività accessorie e legami d’interesse. È il principio della milizia. Se un parlamentare è titolare di una grande azienda e qui si discute di politica fiscale, come potrà essere ‘davvero’ indipendente? I parlamentari avvocati sono coperti dal segreto professionale: provi a chiedere loro cosa fanno, chi sono i loro clienti. Il punto è questo: vogliamo mantenere il sistema di milizia? Per me due cose contano: ho assunto soltanto mandati che rispecchiano le mie convinzioni e i valori per i quali sono stato eletto al Consiglio nazionale; e questi mandati non sono in contraddizione l’uno con l’altro.

Lei in pratica è un politico di professione. La riprova che il Parlamento di milizia è ormai poco più di un mito?

No, al contrario. Se sono un politico di professione è perché, oltre alla carica di consigliere nazionale, sono anche sindaco di Uetendorf, con una percentuale di lavoro del 40%. In generale, ‘milizia’ per me significa non fare politica al 100% ma portare in Parlamento le conoscenze accumulate in altri ambiti, in particolare quelle maturate grazie al contatto con le persone, la ‘base’.

Da un lato, i Verdi temono che"un consigliere federale dell’Udc può fare grandi danni [al dipartimento dell’ambiente]"; dall’altro, per quanto riguarda la nuova legge sul CO2, "il lobbista del petrolio di lunga data prende le distanze dal suo stesso partito" e "diventa verde" (la ‘Weltwoche’). Svolta energetica, clima, nucleare: dove sta, esattamente?

Se mi criticano da entrambe le parti, vuol dire che forse faccio le cose non così male [ride]. Per me la necessità di questa transizione, dell’uscita dalle energie fossili, è incontestata. Ma prima di poterlo fare abbiamo bisogno di alternative: dobbiamo investire molto velocemente e in modo sostenibile nella produzione di elettricità.

Sostenibile: cosa intende?

Energie rinnovabili come il fotovoltaico (anche con grandi impianti in alta montagna), l’eolico, e beninteso l’idroelettrico. In settembre, ad esempio, ho portato avanti con successo una soluzione a favore di quest’ultimo settore. Produrre più elettricità è l’unica alternativa. Su questa via restano da fare grandi passi, anche scendendo a compromessi, ad esempio sulla protezione della natura e del paesaggio.

Col nucleare, come la mettiamo?

A corto/medio termine (10-20 anni) dobbiamo puntare sul fotovoltaico alpino e l’idroelettrico. Va sfruttato meglio anche il potenziale dell’eolico. A lungo termine, per sostituire le fonti energetiche fossili, serviranno anche grandi centrali. Di quale tipo, si vedrà. Sulla tecnologia e sulla ricerca dobbiamo essere aperti. Il nucleare? Non sarebbe giusto escluderlo a priori. Per me può entrare in discussione qualora siano disponibili reattori di quarta generazione, che permettano tra l’altro di minimizzare la quantità di scorie prodotte e di ridurre al minimo i pericoli in caso di incidente. La Svizzera deve partecipare alla ricerca in quest’ambito.

Il suo maggior successo e la sua più cocente delusione, da politico.

La delusione più cocente: il cattivo risultato dell’Udc alle elezioni federali del 2019. Il presidente non ha tutta la colpa, certo. Ma è un po’ come nello sport: spesso è l’allenatore che paga. I successi sono stati diversi: quello che più mi sta a cuore è l’essere riuscito – dopo vent’anni di ricorsi e discussioni – a far passare a grande maggioranza in Parlamento l’idea che la diga del Grimsel va innalzata in tempi brevi.

Perché l’Assemblea federale dovrebbe preferire lei a Vogt?

Posso solo dire ciò che porterei in Consiglio federale: un’ampia esperienza a livello dirigenziale; una vasta, approfondita conoscenza dei dossier politici; l’estesa rete di contatti: non solo in Parlamento ma in tutto il Paese.

chi è

Due cariche politiche, 16 mandati e 2 mentori

Cinquantacinque anni, sposato e padre di due figli adulti. Originario di Kandersteg, nell’Oberland bernese, dov’è cresciuto in una famiglia di contadini di montagna. Dottore in agronomia al Politecnico di Zurigo. Dal 2003 al 2006 segretario generale della Direzione dell’economia pubblica del Canton Berna. Nel 2010 candidato (non eletto) al Consiglio di Stato bernese. Eletto al Consiglio nazionale nel 2011. Si è profilato sui temi ambientali e di politica sanitaria. È apprezzato per la sua affabilità e i toni concilianti, pur restando fedele alla linea del partito. Responsabile della campagna elettorale dell’Udc alle elezioni federali del 2015, poi presidente del partito dal 2016 al 2020, quando si dimette dopo il deludente risultati. Conta su un’eccellente rete di contatti, in parte grazie al suo ‘Büro Dr. Rösti Ag’. È consulente di rappresentanti del mondo economico e politico, soprattutto nei settori dell’energia, della pianificazione territoriale, dell’ambiente e dell’agricoltura. Nel registro degli interessi del Parlamento indica 16 mandati in aziende, associazioni, gruppi di pressione e società, in svariati ambiti. È stato fino a pochi mesi fa presidente di Swissoil (commercianti di combustibili). È tuttora presidente di Auto-Suisse (importatori e concessionari di automobili) e dell’Associazione svizzera di economia delle acque (idroelettrico). Tredici mandati sono retribuiti, gli altri tre sono volontari. Rösti è anche sindaco di Uetendorf, Comune vicino a Thun con 6mila abitanti. I suoi mentori politici: l’ex consigliere federale Adolf Ogi (anche lui di Kandersteg) e la ex consigliera di Stato bernese Elisabeth Zölch.

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