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26.10.2021 - 09:390
Aggiornamento : 12:25

La pandemia non ha fatto esplodere l’aiuto sociale

Le richieste sono aumentate solo dello 0,5%. A frenarle soprattutto gli aiuti stanziati da Confederazione, cantoni e comuni. Messe in luce alcune mancanze

Al contrario di quello che si temeva, il coronavirus non ha fatto esplodere il numero di dossier depositati all’aiuto sociale. L’anno scorso si è infatti registrato solo un leggero aumento dello 0,5%. La pandemia ha comunque portato a galla alcune mancanze del sistema, rivela uno studio.

La crisi sanitaria ha tutt’al più fermato la tendenza al ribasso osservata negli ultimi anni, indica in un comunicato odierno l’Iniziativa delle città per la politica sociale, una costola dell’Unione delle città svizzere che rappresenta gli interessi di una sessantina di centri urbani del Paese. Il massiccio incremento tanto paventato non si è però concretizzato.

Le misure messe in atto durante la crisi, come l’estensione delle indennità di disoccupazione, le misure di riduzione dell’orario di lavoro o le indennità di perdita di guadagno per i lavoratori autonomi, hanno fornito una preziosa rete di sicurezza per le persone colpite, ha detto davanti alla stampa Emilie Moeschler, municipale del PS e titolare del dicastero sport e coesione sociale a Losanna.

La percentuale di nuovi casi è passata dal 62% al 65% nel 2020. L’aumento è probabilmente legato al coronavirus, secondo Michelle Beyeler, coautrice dello studio. Losanna ha ad esempio registrato un aumento da marzo a giugno e poi un ritorno alla stabilità nella seconda metà dell’anno.

La pandemia ha mostrato come certi gruppi di popolazione sfuggano alla rete di protezione sociale. A testimoniarlo sono le lunghe file della primavera 2020 per accaparrarsi viveri gratuiti. Fra questi si trovano in particolare stranieri, che accedendo all’aiuto sociale potrebbero perdere il loro permesso di dimora o di domicilio. Il sistema va quindi adattato di conseguenza, scrivono gli autori dello studio.

Evoluzione variabile

Secondo il rapporto, il tasso di chi fa ricorso all’assistenza sociale è aumentato nel 2020 in cinque città: Zurigo, Berna, Lucerna, Sciaffusa e Coira. In altre sei città - Basilea, Losanna, Bienne (BE), Zugo, Schlieren (ZH) e Wädenswil (ZH) - il tasso è invece in calo, mentre rimane stabile a Winterthur (ZH), San Gallo e Uster (ZH).

Lo sviluppo nelle città è per lo più in linea con la tendenza degli anni precedenti, ha detto Beyeler. Su un periodo di dieci anni, gli autori trovano che il rischio di dipendere dall’assistenza sociale tende ad aumentare soprattutto in alcune città di medie dimensioni: il tasso di chi ricorre all’assistenza sociale è aumentato in modo comparativamente significativo almeno dal 2017 a Winterthur, Sciaffusa e Lucerna.

Le persone che si affidano all’assistenza sociale sono genitori single, coppie con bambini, persone senza istruzione o rifugiati. Nel 2020, il 53,5% degli adulti che ricevevano assistenza sociale nelle 14 città confrontate non avevano una formazione professionale riconosciuta. Questa quota è aumentata di 0,9 punti percentuali dal 2016.

Povertà a lungo termine

Lo studio mostra inoltre che la metà dei beneficiari dell’assistenza sociale vi fa ritorno dopo aver lasciato il sistema di aiuti. Ci sono in particolare gruppi di persone che, nonostante ricevano assistenza sociale, rimangono in povertà e vivono in una situazione precaria al limite della sussistenza.

Secondo gli autori dello studio, il sistema andrebbe adattato per affrontare meglio i tempi difficili. Le lacune della sicurezza sociale per i lavoratori indipendenti devono essere colmate. E anche gli stranieri in difficoltà devono essere aiutati. “Sarebbe controproducente inasprire ancora di più la legislazione sugli stranieri”, ha affermato in proposito Nicolas Galladé (PS), municipale di Winterthur e presidente dell’Iniziativa delle città per la politica sociale.

Il confronto degli indicatori dell’aiuto sociale, realizzato dall’Iniziativa delle città per la politica sociale e dall’Alta scuola bernese specializzata, documenta da 22 anni gli sviluppi in 14 centri svizzeri sulla base dei dati dell’Ufficio federale di statistica (UST). Le città analizzate accolgono circa un quarto dei beneficiari registrati nella Confederazione

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