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(Keystone)
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15.10.2021 - 10:31
Aggiornamento: 16:58
Ats, a cura de laRegione

Legge Netflix, chiesto referendum: ‘Truffa verso i consumatori’

Per i promotori l’obbligo di investire il 4% del reddito lordo nel cinema svizzero indipendente distorce la concorrenza e impone l’ennesima tassa

Il fatto che le piattaforme di streaming, come Netflix o Disney, debbano investire il 4% del loro reddito lordo generato in Svizzera nella produzione di film elvetici indipendenti è una truffa nei confronti dei consumatori, una rottura dei principi dell’economia liberale e un ulteriore inchino nei confronti dell’UE.

È il sunto delle argomentazioni esposte oggi davanti ai media dal comitato che intende lanciare il referendum (avrà tempo fino al 20 gennaio 2022 per racimolare le 50 mila firme necessarie) contro la revisione della legge sul cinema, nota anche come “Legge Netflix”, composto dalle sezioni giovanili dell’UDC, PLR, dei verdi liberali e diversi esponenti del Centro, spalleggiati dall’associazione svizzera delle televisioni private e da Suissedigital, l’associazione che riunisce gli operatori via cavo.

La revisione della legge prevede, tra l’altro, che le società di streaming - tra cui anche emittenti private come 3+, Sat 1 o Pro7 - dovranno garantire che almeno il 30% della loro programmazione sia dedicata a film europei, che devono essere designati come tali e facili da trovare.

Per i promotori del referendum, il sovvenzionamento della produzione cinematografica elvetica non è altro che l’imposizione di una ennesima tassa a scapito dei consumatori e, soprattutto, dei giovani.

Oltre a distorcere la concorrenza mediante l’adozione di un provvedimento protezionistico, la revisione legislativa si adegua pedissequamente alla politica cinematografica dell’Ue che, cementando lo status quo, impedisce di fatto l’innovazione. No insomma a una legge non al passo coi tempi e con le abitudini di consumo dei giovani, più adatta ai tempi del cinema muto che al presente.

Libertà di scelta

Secondo il presidente dei giovani PLR, Matthias Müller, ognuno dovrebbe essere libero di decidere che cosa vuole guardare: “Non vogliamo che lo Stato ci dica che cosa va bene per noi”. Alcuni servizi di video su richiesta non potranno mai raggiungere la quota del 30% di film europei. L’offerta sarà per forza di minor qualità, ha aggiunto.

Per Virginie Cavalli, vicepresidente dei Giovani Verdi Liberali, i produttori extracomunitari saranno discriminati. A suo parere è sbagliato sostenere solo la cultura europea e, di riflesso, quella svizzera. La politica mostra, agendo in questo modo, una ristrettezza di vedute intollerabile. Oltre a ciò, secondo Virginie Cavalli, questa legge crea un vantaggio competitivo inaccettabile: il sostegno dovrebbe essere basato sulla qualità dei film, non sull’origine.

Giovani alla cassa

Per Matthias Müller, inoltre, ad essere svantaggiati saranno anche i giovani che rischiano di dover sborsare di più per potersi permettere un abbonamento. I produttori scaricheranno infatti i costi dettati dalla revisione legislativa, una sorta di tassa occulta, sui consumatori. La conseguenza, secondo Cavalli, sarà che una parte significativa degli utenti si rivolgerà ai siti illegali di download.

Per il consigliere nazionale Philipp Kutter (Centro/ZH), benché la promozione della cultura sia un compito dello Stato, la Confederazione e la SSR sostengono già l’industria cinematografica elvetica con 100 milioni di franchi all’anno. Il suo collega in parlamento, Mike Egger (UDC/SG), ha fatto notare che i film sovvenzionati si rivolgono perlopiù a un pubblico di nicchia. Le offerte in streaming godono invece del favore di una parte consistente degli utenti rispetto alle produzioni svizzere.

La legge rappresenta un attacco massiccio alla libertà economica delle imprese. Quest’ultime sono costrette a rivedere le rispettive offerte online alla luce dei desideri di Bruxelles, ha rincarato Samuel Hasler, dei giovani UDC. Ancora una volta, il Consiglio federale e il Parlamento si sono inchinati ai dettami di Bruxelles.

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