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04.03.2021 - 12:37

Virata a sinistra col voto giovane? ‘Timori infondati’

La Svizzera 30 anni fa introduceva il diritto di voto e di eleggibilità per i 18enni, ora si apre uno spiraglio per i 16enni. Ne parliamo con Marc Bühlmann.

Ha 30 anni il diritto di voto e di eleggibilità per i 18enni in Svizzera (vedi sotto). Un’ulteriore estensione dei diritti civici ai minorenni non è dietro l’angolo. Ma nei Cantoni ogni tanto ci si riprova. E anche a livello federale qualcosa si muove: la Commissione istituzioni politiche del Consiglio nazionale si appresta a elaborare un progetto di modifica costituzionale che trae origine da un’iniziativa parlamentare di Sibel Arslan (Verdi/Bs). Il punto della situazione e le prospettive nell’intervista con Marc Bühlmann, direttore dell’annuario Année politique suisse e professore all’Istituto di scienze politiche dell’Università di Berna.

Professore, la popolazione invecchia e quindi anche gli elettori: l’età mediana degli aventi diritto di voto è oggi di 57 anni. I fautori del diritto di voto per i 16enni lo ritengono problematico sotto il profilo politico-istituzionale. Condivide?

No. Il problema di fondo – non importa se si è pro o contro il voto ai 16enni – è che si parte sempre da una premessa sbagliata: ci sono decisioni giuste e decisioni sbagliate. Mi spiego: se si pensa “57 anni, troppo vecchio”, vuol dire che si parte dal presupposto che i 57enni hanno un’opinione sbagliata che sfocia in risultati sbagliati alle votazioni e alle elezioni. Lo stesso discorso può essere fatto per le donne e per gli stranieri, ad esempio. Ma da una prospettiva scientifica, della teoria democratica, non ci sono decisioni giuste e decisioni sbagliate. Quindi non si può nemmeno dire che le cittadine e i cittadini devono avere determinate qualità [età, sesso, nazionalità, ecc., n.d.r.] per contribuirvi. Per questa ragione i timori dei fautori del voto ai 16enni non possono essere condivisi.

L’iniziativa parlamentare della consigliera nazionale Sibel Arslan si limita al diritto di voto attivo: quello passivo (essere eletto) rimarrebbe invariato a 18 anni. Ha senso, a suo parere?

Abbiamo già avuto molte proposte a livello cantonale, volte a concedere il diritto di voto e in parte anche di eleggibilità ai 16enni. Sono sempre state respinte in maniera relativamente chiara. Credo che la signora Arslan abbia voluto proporre un compromesso: i giovani a partire dai 16 anni devono poter votare ed eleggere, ma non essere loro stessi eletti. Non so se in sé è una buona idea. Magari potrà avere successo in Parlamento. Ma in una probabile votazione popolare [su una modifica costituzionale che richiede la doppia maggioranza, n.d.r.], questa limitazione potrebbe essere vista piuttosto come qualcosa di negativo. Nel senso che molti potrebbero dirsi: ‘Se proprio vogliamo il diritto di voto per i 16enni, allora che sia completo e non a metà’.

I contrari al voto per i 16enni temono che i più giovani poi finirebbero col votare per le proposte della sinistra ed eleggere candidati di Ps, Verdi e altri schieramenti progressisti. Un timore fondato?

È una discussione divertente, che abbiamo già sentito prima dell’introduzione del suffragio femminile: il timore che nuove e nuovi aventi diritto favoriscano le forze di sinistra, sconvolgendo equilibri consolidati e mandando così all’aria l’intero sistema. Un simile scenario non si è mai verificato in Svizzera. Certo, i giovani votanti hanno in genere opinioni diverse da quelle dei votanti più in là con gli anni. Ma prima di tutto la loro partecipazione probabilmente non sarebbe molto elevata, per cui non influirebbero granché sull’esito di una votazione o di un’elezione. In secondo luogo, più persone prendono parte alla vita politica, più argomentazioni diverse possono confluire nel dibattito. Con il coinvolgimento del maggior numero di persone possibile, una democrazia almeno in linea di massima è più viva.

Pensa agli stranieri domiciliati?

Sì, ma non solo. La popolazione straniera residente in Svizzera [quasi 2,2 milioni di persone, praticamente un quarto delle persone che vivono nella Confederazione, n.d.r.] rappresenta un potenziale enorme. E non soltanto in termini quantitativi. Si può immaginare che noi siamo qui da talmente tanto tempo che non vediamo più una serie di cose; al contrario, una persona cresciuta all’estero e che vive in Svizzera da anni può rendersi conto di determinati fenomeni. Questo può soltanto arricchire il dibattito democratico.

Oltre che agli stranieri, a chi altri potrebbe essere esteso il diritto di voto?

Alle persone con handicap mentale, ad esempio: il tema è in discussione in alcuni Cantoni. Si parla anche della possibilità di introdurre il diritto di voto già dalla nascita: i genitori voterebbero per i figli fino a quando questi vorranno esercitare loro stessi il diritto. E a Basilea-Città si voterà addirittura sull’iniziativa cantonale ‘diritti fondamentali per i primati’ [il Tribunale federale l’ha dichiarata valida lo scorso settembre, n.d.r.]. L’idea che accomuna queste proposte è sempre la stessa: democrazia significa ‘tutti partecipano alla vita politica’.

I giovani elettori partecipano di più a votazioni ed elezioni rispetto agli aventi diritto più anziani? 

In Svizzera il diritto di voto per i 18enni risale al 1991. Le poche ricerche effettuate da allora non indicano una partecipazione molto più elevata dei giovani tra i 18 e i 20 anni rispetto alle altre fasce d’età. Prima menzionava l’età mediana degli aventi diritto, 57 anni. Ma l’età in sé non è un fattore granché significativo. La costante è questa: le persone di media età e ‘anziane’, ben formate e ricche partecipano più sovente alla vita politica delle persone più giovani, con formazione limitata e dai redditi medio-bassi. Questo da una certa prospettiva può essere un problema, poiché significa che non tutte le opinioni confluiscono nel dibattito democratico. D’altro canto, altri studi mostrano che – in un sistema basato sulla democrazia diretta come quello svizzero – la propensione a votare e ad eleggere dipende in buona parte da quanto una persona si sente direttamente interessata dalla concreta posta in gioco. Dunque: i giovani e le altre fasce della popolazione si recheranno in modo più o meno forte alle urne, anche e forse soprattutto a dipendenza dei temi in discussione. Per quanto riguarda i primi, tendono comunque a preferire forme non convenzionali di partecipazione, come dimostrazioni o azioni di protesta.   

 

 

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