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Marina Carobbio
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06.02.2021 - 06:00

Riforma Avs, ‘così le donne sono penalizzate tre volte’

Le decisioni della commissione degli Stati sono ‘una inaccettabile provocazione” per la ‘senatrice’ ticinese Marina Carobbio

Cinquant’anni fa, con scandaloso ritardo, il suffragio femminile. Oggi, un altro storico ‘ritardo’: quello in materia di pensioni, figlio della discriminazione salariale e – più in generale – di una posizione strutturalmente svantaggiata delle donne nel mondo del lavoro. «Le donne hanno rendite di vecchiaia in media di un terzo inferiori, complessivamente, a quelle degli uomini. Il nostro sistema previdenziale, soprattutto il secondo pilastro, non risponde ai loro bisogni attuali. E nell’anno dell’anniversario del suffragio femminile, le recenti decisioni della maggioranza borghese della Commissione sicurezza sociale e sanità del Consiglio degli Stati (Csss-S) sono una provocazione», dice alla ‘Regione’ Marina Carobbio (Ps). La scorsa settimana la Csss-S – della quale la ‘senatrice’ ticinese fa parte – è intervenuta pesantemente sulle misure proposte dal Consiglio federale per compensare il previsto innalzamento a 65 anni dell’età di pensionamento delle donne. Le decisioni hanno fatto andare su tutte le furie la sinistra e le organizzazioni femminili. Nel frattempo, un appello urgente (‘Giù le mani dalle rendite delle donne!’) lanciato dai collettivi dello sciopero femminista ha raccolto in una settimana quasi 300mila firme. A riprova del fatto che “una riforma dell’Avs che ignora le realtà delle vite delle donne non ha alcuna possibilità” in una probabile votazione popolare, scrive l’Unione sindacale svizzera.

‘Un affronto alle donne’, ha definito le decisioni della commissione. In che senso?

Già il progetto del Consiglio federale è carente. Ora la maggioranza della Csss-S vuole una riforma peggiore. Così le donne, in particolare quelle con i redditi più bassi, risultano penalizzate tre volte: l’età del pensionamento ordinario passa da 64 a 65 anni; i costi delle misure di compensazione vengono significativamente ridotti, da 700 a 440 milioni di franchi nel 2030; e per tutti la riscossione anticipata della rendita Avs sarà possibile al più presto dai 63 anni, anziché a partire dai 62 anni come oggi. Un peggioramento inaccettabile: prima di tutto perché i salari delle donne – e quindi le loro rendite – sono più bassi rispetto a quelli degli uomini; poi perché già il progetto governativo comporta perdite fino a 1’200 franchi all’anno sulle rendite delle donne della ‘generazione di transizione’ [coloro che saranno prossime al pensionamento quando entrerà in vigore la riforma, ndr]; e non da ultimo perché le donne sono le prime ad essere toccate dalla crisi, a subire la pressione sui salari e la perdita di posti di lavoro.

Dopo il fallimento alle urne del progetto ‘Previdenza 2020’, nel 2017, la riforma dell’Avs e quella del secondo pilastro sono tornati a viaggiare su binari paralleli. Ma a livello strategico restano collegati per il Ps?

Difficile discutere di una cosa ignorando l’altra. Ma formalmente i dossier sono separati. Per quanto riguarda la previdenza professionale, sosteniamo il compromesso raggiunto dai partner sociali, che ora viene rimesso in discussione dalla destra e da una parte del padronato [il dossier è al vaglio della commissione competente del Nazionale, ndr]. Però il discorso non è: ‘Abbiamo dei miglioramenti nel secondo pilastro, perciò siamo disposti ad accettare peggioramenti nell’Avs’. Noi siamo del parere che le rendite debbano essere aumentate. Invece, questa riforma – innalzando l’età di pensionamento delle donne – di fatto comporta una perdita sulle loro rendite, che per molte donne sono la principale fonte di reddito.

Come si può pensare di aumentare le rendite quando “le prospettive finanziarie dell’Avs sono miserevoli” (‘Nzz’)?

È il solito ritornello. L’Avs rimane l’assicurazione sociale che funziona meglio. Dati recenti dell’Ufficio federale delle assicurazioni sociali mostrano una situazione sostenibile fino al 2030. I due miliardi di franchi che, dopo l’approvazione della riforma fiscale nel 2019, confluiscono ogni anno nelle casse del 1o pilastro consentono di evitare importanti misure di risparmio. Ciò non vuol dire che non siano necessarie delle revisioni, ma certamente non uno smantellamento delle prestazioni.

La commissione propone di aumentare il tetto delle pensioni per coniugi dal 150 al 155% della rendita massima. Cosa ne pensa?

La situazione per le coppie sposate è insoddisfacente, questo è innegabile. Per molte di loro, il reddito principale proviene dalla rendita Avs. L’innalzamento del ‘plafond’ al 155% è certamente un passo verso un aumento delle rendite per le coppie, ma a beneficiarne sarebbe soltanto una parte delle coppie sposate. Quelle con redditi medi o bassi, così come le persone sole, rimarrebbero in difficoltà. E poi fa un po’ specie vedere che i soldi [650 milioni, ndr] si trovano per aiutare le coppie sposate, ma non per compensare le donne che andranno in pensione un anno più tardi: bisogna stare attenti a non mettere le une contro le altre. Senza dimenticare che al problema della ‘penalizzazione’ dei coniugi si potrà ovviare indirettamente anche con l’introduzione della tassazione individuale, come vuole un’iniziativa popolare che dovrebbe essere lanciata prossimamente e che io condivido.

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