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Una lunga, capillare e accesa campagna
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28.11.2020 - 11:20

Multinazionali, ‘ovvietà’ o solitaria fuga in avanti?

Iniziativa al voto il 29. La posta in gioco spiegata in una serie di domande e risposte.

Di cosa parliamo?

Di contaminazione dell’acqua potabile e dell’aria e di bambini avvelenati dal piombo vicino a una miniera in Perù; di lavoro minorile nelle piantagioni di cacao in Burkina Faso; di contadini avvelenati da pesticidi nei campi di cotone in India; di donne e bambini sfruttati nelle fabbriche tessili in Asia. È per evitare casi come questi (in alcuni sono coinvolte multinazionali con sede in Svizzera), e per far sì che i responsabili non restino impuniti, che una vasta alleanza di organizzazioni della società civile ha lanciato nel 2015 l’iniziativa popolare ‘Per imprese responsabili – A tutela dell’essere umano e dell’ambiente’.

Cosa chiede l’iniziativa?

Che le società con sede in Svizzera siano tenute a verificare se le attività delle loro filiali, dei loro fornitori e dei loro partner commerciali all’estero rispettano i diritti umani riconosciuti a livello internazionale e le norme ambientali. La società madre deve inoltre adottare misure appropriate per evitare e porre fine alle violazioni. Deve infine rendere conto periodicamente di quanto fatto. Tutto questo rientra nell’obbligo di dovuta diligenza.

L’iniziativa non si ferma qui. Prevede pure un meccanismo di controllo di tale obbligo. In caso di violazioni dei diritti umani e delle norme ambientali, le imprese con sede nella Confederazione potranno infatti essere chiamate a rispondere davanti a un tribunale svizzero e secondo il diritto svizzero non solo dei danni da loro stesse cagionati, ma anche di quelli causati dalle aziende che controllano all’estero (filiali e fornitori economicamente dipendenti). Saranno però liberate dalla responsabilità se provano di aver ottemperato agli obblighi di diligenza, ossia di aver preso tutte le misure del caso per impedire i danni.

Attualmente, le imprese con sede in Svizzera sono responsabili unicamente per i danni che loro stesse provocano all’estero, di regola secondo il diritto del Paese nel quale questi si verificano (in realtà ricorsi e reclami davanti a tribunali elvetici sono possibili anche oggi, ma gli ostacoli sono numerosi e i casi rari). Con l’iniziativa, un domani le imprese svizzere potrebbero essere citate più facilmente in giudizio in Svizzera anche per risarcire i danni causati dalle aziende controllate all’estero.

L’altro cambiamento riguarda l’obbligo di diligenza. Al momento in Svizzera non esistono disposizioni vincolanti in quest’ambito. Negli ultimi anni non poche imprese attive all’estero hanno fatto della ‘due diligence’ un aspetto più o meno importante del loro modello di business. Tutto è lasciato però alla buona volontà delle aziende. Se il 29 prevarrà il ‘sì’, la dovuta diligenza diventerà invece un obbligo sancito nella Costituzione federale.

E con il controprogetto, cosa cambierebbe?

Se l’iniziativa viene respinta, entra in vigore il controprogetto indiretto del Consiglio federale e del Parlamento. Anche questo introdurrebbe disposizioni vincolanti. Le grandi imprese sarebbero tenute a rendere conto, in rapporti pubblicati a scadenze regolari, dei rischi delle loro attività all’estero e di cosa fanno per affrontarli. A ciò si aggiungerebbe un obbligo di diligenza in due settori: lavoro minorile e minerali provenienti da zone di conflitto. Chi viola tali obblighi verrebbe punito con una multa fino a 100mila franchi. Il controprogetto non prevede alcuna estensione delle norme di responsabilità (per questo i promotori dell’iniziativa parlano di ‘controprogetto alibi’). Le filiali e i fornitori economicamente dipendenti continuerebbero dunque a essere responsabili, di norma in loco e secondo il diritto del Paese in cui i fatti si sono verificati, dei danni che cagionano.

La Svizzera farebbe da apripista?

Le perizie di parte giungono a conclusioni opposte. I fautori dell’iniziativa sostengono che, con il loro testo, la Svizzera non avrebbe regole sulla responsabilità più severe di paesi come Francia, Olanda o Gran Bretagna. Gli oppositori affermano invece che l’estensione della norma sulla responsabilità alle imprese controllate all’estero rappresenterebbe un unicum a livello internazionale. Quel che è certo è che su quest’aspetto l’iniziativa si spinge piuttosto lontano: la Svizzera, in caso di ‘sì’ il 29, finirebbe per ora nel plotone di testa. D’altro canto, con il controprogetto, non farebbe altro che superare di poco (con obblighi di dovuta diligenza circoscritti a due settori) il minimo comun denominatore sul piano europeo (l’obbligo di rendicontazione, peraltro dimostratosi inefficace sin qui). La Svizzera rischierebbe così di ritrovarsi prima o poi a dover inseguire l’Ue e altri Paesi, che pigiano sull’acceleratore in materia di ‘due diligence’ e responsabilità civile delle imprese.

Chi sostiene l’iniziativa? Chi la combatte?

Centotrenta fra organizzazioni non governative, sindacati, chiese e altre associazioni. Possono contare su una rete di sostegno capillare, fatta di centinaia di gruppi locali e migliaia di volontari. La sinistra (Ps, Verdi e altri partiti minori) è compatta dietro l’iniziativa. Ma anche Verdi liberali, Pbd e Pev (evangelici) – riuniti in un comitato ‘borghese’ a favore del testo, assieme ad esponenti di Ppd, Plr e Udc – raccomandano di votare ‘sì’, così come centinaia di imprenditori (soprattutto in Romandia). Alcune sezioni del Ppd e l’Udc del Basso Vallese si sono schierate sullo stesso fronte, smarcandosi dai rispettivi partiti nazionali.

Contro l’iniziativa e per il controprogetto si batte in prima linea Economiesuisse. Anche l’Unione svizzera arti e mestieri e tutte le altre principali organizzazioni del mondo economico (compresa l’Unione svizzera dei contadini) sono sulla stessa linea. Tra i partiti, l’iniziativa è avversata dall’Udc, dal Plr e dal Ppd. Consiglio federale e Parlamento raccomandano di votare ‘no’.

Su cosa ci si accapiglia?

Sulla responsabilità, “cuore” e allo stesso tempo “problema principale” (la consigliera federale Karin Keller-Sutter) dell’iniziativa. Gli oppositori condividono l’obiettivo di quest’ultima. Ritengono però che il “maggior rischio di azioni legali” in Svizzera, unitamente ai “costi esorbitanti” che comporterebbe un obbligo di diligenza esteso all’intera catena produttiva (“un mostro burocratico”), costituirebbero uno svantaggio per le imprese elvetiche (“esposte a un sospetto generalizzato”) rispetto ai concorrenti esteri, finendo con l’indebolire la piazza economica nazionale (partenze di aziende e perdita di posti di lavoro, con conseguente contraccolpo sul benessere del Paese, ecc.). I tribunali svizzeri potrebbero essere travolti da un’ondata di cause e comunque farebbero molta fatica a giudicare casi complessi all’estero, arrogandosi oltretutto un diritto che non avrebbero (Keller-Sutter e altri deplorano un approccio di stampo neo-coloniale che a loro dire violerebbe la sovranità di altri Stati). I fautori del ‘no’ inoltre mettono in guardia contro il rischio che “la sola minaccia di una denuncia” (Keller-Sutter), oppure cause più o meno temerarie intentate da Ong o aziende concorrenti, possano indurre le imprese svizzere ad abbandonare i Paesi in questione. L’“inversione dell’onere della prova”, infine: in futuro sarebbero le imprese svizzere stesse a dover provare di aver rispettato i propri obblighi di diligenza.

Cosa replicano i promotori dell’iniziativa?

L’iniziativa chiede “un’ovvietà” (l’ex ‘senatore’ Plr Dick Marty: “ognuno deve assumersi le responsabilità delle proprie azioni, e chiunque causi danni deve risponderne”). Si va a colpire le poche pecore nere che dal mancato rispetto dei diritti umani e delle norme ambientali traggono un vantaggio concorrenziale. Ne beneficerebbe per contro la stragrande maggioranza delle imprese, che oggi – comportandosi in modo rispettoso – patiscono uno svantaggio competitivo. Il rischio di un’ondata di cause civili davanti ai tribunali svizzeri è giudicato inconsistente: a detta di numerosi esperti, la Svizzera non diventerà un Eldorado per avvocati in cerca di soldi e pubblicità. Cause collettive non sono permesse, le ingenti spese processuali vanno anticipate dalla parte lesa, i processi sarebbero lunghi e costosi e i risarcimenti alla fine poco sostanziosi. Toccherà inoltre sempre alla parte accusatrice produrre tutta una serie di prove. E persino nel caso in cui un tribunale stabilisse un legame causale tra il danno subito e le negligenze dell’impresa in questione, quest’ultima verrà liberata dalla responsabilità se potrà dimostrare di aver fatto tutto il possibile per ridurre i rischi lungo l’intera catena di produzione. La nuova norma sulla responsabilità avrebbe in questo senso un effetto preventivo, piuttosto che punitivo.

Le piccole e medie imprese saranno colpite?

Sì, sostengono Karin Keller-Sutter e gli oppositori. Si basano sul testo dell’iniziativa – che non esclude esplicitamente le Pmi dal campo di applicazione – per affermare che saranno “molte” le piccole e medie aziende colpite, anche in settori (alimentare, tessile, ecc.) a prima vista non ad alto rischio. Hanno ragione su un punto: l’iniziativa non riguarda soltanto le grandi multinazionali, come Glencore o Syngenta. Anche un certo numero di Pmi – quelle “attive in settori ad alto rischio come il commercio di diamanti o di oro”, puntualizzano i promotori – dovranno ottemperare all’obbligo di dovuta diligenza lungo l’intera catena di produzione all’estero. Quante saranno, dipenderà dalle eventuali decisioni del Parlamento (vedi sotto).

Qual è il pronostico?

Incerto. Da tempo i sondaggi davano il ‘sì’ stabilmente attorno al 60%. Gli ultimi rilevamenti demoscopici (gfs.bern/Ssr e di Tamedia/20 Minuten) indicano però una perdita di slancio dei favorevoli, con un calo dei consensi di qualche punto percentuale e una crescita del ‘no’ ancor più marcata. L’attenzione si sposta quindi sul piano dei cantoni. Trattandosi di una modifica costituzionale, è richiesta infatti anche la maggioranza di questi ultimi. Qui le cose si complicano. Non è escluso che alla fine i votanti siano a maggioranza per il ‘sì’, mentre i cantoni per il ‘no’. È capitato solo nove volte nella storia della Confederazione, l’ultima nel 2013 (politica familiare). Gli strateghi sui due fronti hanno perciò nel mirino gli ‘swing states’, cantoni teoricamente in bilico tra ‘sì’ e ‘no’. Si va a caccia di ogni voto in particolare nella Svizzera centrale e orientale e in un paio di cantoni romandi (Vallese e Friburgo), dove l’elettorato del Ppd – ago della bilancia di questa votazione, assieme a quello più urbano dei Verdi liberali – ha un forte peso. Ma anche Zurigo e Berna, non ancora ‘attribuiti’, suscitano gli appetiti di entrambi gli schieramenti in quest’ultima fase della campagna.

Cosa succede se vince il sì?

Il Parlamento sarà chiamato ad elaborare una legge di applicazione. Spetterà poi al Consiglio federale definire i dettagli in un’ordinanza. I promotori hanno già presentato una proposta piuttosto articolata per l’eventuale attuazione del nuovo articolo costituzionale. Si orienta al controprogetto difeso a suo tempo dal Consiglio nazionale, battuto in Parlamento – al termine di un lungo tira e molla – da quello ‘soft’ voluto da Karin Keller-Sutter. In sostanza: il campo di applicazione dell’iniziativa, per quanto riguarda l’obbligo di dovuta diligenza, verrebbe ristretto a circa 3’500 ‘grandi’ imprese; a queste andrebbero ad aggiungersi le Pmi attive in settori ad alto rischio (alcune centinaia, stimano i promotori). Ad ogni modo tocca al Parlamento – non ai promotori – interpretare il testo dell’iniziativa.

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