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17.09.2020 - 21:26

Finanziamento dei partiti: l'anonimato batte la trasparenza

Controprogetto light sull'iniziativa per costringere i partiti a pubblicare il nome dei grandi donatori affossato al Consiglio Nazionale. Parla Martin Hilti

Sul tavolo c’era un controprogetto indiretto ancor più blando di quello approvato lo scorso dicembre dal Consiglio degli Stati (vedi scheda sotto). E così ieri al Consiglio nazionale l’alternativa ultra-light all’iniziativa popolare ‘Per più trasparenza nel finanziamento della politica’ è naufragata sotto il peso dei ‘no’ convergenti, ma dettati da ragioni agli antipodi, dell’Udc (che aveva pure proposto di non entrare in materia) e degli altri partiti di sinistra e del centro. In pratica solo parte del Plr si è smarcato, dando il proprio via libera. Netto il responso: 168 voti contrari contro 18 favorevoli e nove astensioni. Il ‘nodo’ rivelatosi impossibile da sciogliere è quello dell’obbligo – previsto dall’iniziativa – di rivelare i nominativi dei grossi donatori: una volta che i deputati al fotofinish (96 voti a 94) hanno scelto per il mantenimento dell’anonimato, il Ps e i Verdi si sono chiamati fuori, dando una spallata a un controprogetto ormai annacquato. Il dossier torna ora al Consiglio degli Stati: in caso di ulteriore flop, l’iniziativa sarà presentata al popolo (verosimilmente la prossima primavera) senza controprogetto. Il punto della situazione con Martin Hilti, direttore di Transparency International Svizzera, organizzazione che fa parte del comitato d’iniziativa.

Il Nazionale ha respinto un blando controprogetto indiretto all’Iniziativa sulla trasparenza. Ha fatto bene?

Avrebbe dovuto migliorare in diversi punti il lacunoso controprogetto approvato in dicembre dal Consiglio degli Stati, non indebolirlo. Invece è proprio questo che ha fatto. Il suo era un controprogetto privo di mordente, inefficace, senza alcun progresso. Una scelta deplorevole, un’occasione sprecata.

Tutto è andato a catafascio perché una esigua maggioranza non vuole che i partiti siano obbligati a rivelare i nominativi dei grossi donatori. Quanto importante è questo aspetto?

È il cuore dell’iniziativa! Vogliamo che la popolazione sappia chi sono i grandi donatori. Mantenere l’anonimato significherebbe vuotare di sostanza l’idea di trasparenza che è alla base dell’iniziativa popolare. Un’iniziativa che è moderata: non vuole proibire le donazioni e neppure rendere pubbliche le piccole donazioni (al di sotto dei 10mila franchi, ndr) fatte ai partiti, per elezioni o campagne di voto. Sono le grandi donazioni che devono essere rese note: perché è qui che si cela il duplice rischio che, da un lato, vi siano delle aspettative da parte di chi le fa, dall’altro che chi le riceve si metta in una posizione di dipendenza. Sono queste possibili aspettative e dipendenze che la popolazione dovrebbe conoscere, in modo da potersi formare un’opinione più completa.

Perché una soglia di 10mila franchi?

È una soglia già molto alta. Queste grandi donazioni non sono così tante. Anche per questo non regge l’argomento secondo cui l’attuazione dell’iniziativa comporterebbe enormi oneri amministrativi.

La vostra iniziativa va a toccare una vacca sacra della politica svizzera: la protezione della sfera privata per quanto attiene all’utilizzo del denaro.

Esistono costellazioni dove si produce un certo ‘attrito’ fra il finanziamento della politica e la sfera privata del donatore, che si tratti di un cittadino o di un’azienda. In questi casi vanno ponderati gli interessi in gioco. E per noi non sussiste alcun dubbio: a prevalere è l’interesse pubblico alla trasparenza, ovvero a sapere chi influisce con le proprie donazioni su decisioni politiche che riguardano la collettività.

Alcuni deputati dell’Udc e del Gruppo del Centro hanno parlato di «un mostro amministrativo», di «una camera a gas amministrativa». Esagerazioni?

Assurdità! Non è assolutamente vero. Si può benissimo concepire un sistema che non comporti oneri amministrativi sproporzionati. È proprio un simile modello che l’iniziativa propone, dato che si limita alle grosse donazioni. Per registrarle non servirebbe molto di più di un normale software di contabilità. E poi, chiaro, ci vuole anche un sistema per controllare la correttezza dei dati forniti.

I critici affermano che le regole che proponete saranno facilmente aggirabili.

Quando si stabiliscono delle regole, in qualsiasi ambito, bisogna pensare anche alle possibilità che uno ha di eluderle. Nessuno però direbbe che dobbiamo rinunciare alle regole della circolazione perché qualcuno non rispetta il semaforo rosso. Anche in materia di trasparenza nel finanziamento dei partiti le regole potranno essere aggirate. Per questo vanno predisposti adeguati controlli.

Il Nazionale non vuole un controprogetto. Cosa si aspetta dal prossimo round al Consiglio degli Stati?

Adesso le chance di avere un controprogetto sono fortemente diminuite. La probabilità che nel 2021 si vada a votare solo sull’iniziativa è alta. Il Consiglio degli Stati, ad ogni modo, dovrebbe a sua volta colmare le lacune del suo controprogetto, in particolare prevedendo controlli più incisivi e abbassando le soglie oltre le quali scatterebbe l’obbligo di trasparenza. Quelle previste (25mila franchi per le donazioni; 250mila franchi per i budget di campagne di voto ed elezioni, ndr) sono troppo elevate e non verrebbero quasi mai raggiunte, per cui le nuove regole non sarebbero di grande utilità.

Quali le aspettative da parte vostra?

Sono fiducioso. Perché le diverse iniziative popolari lanciate negli ultimi anni a livello cantonale sono state tutte approvate. Constatiamo che l’esigenza di trasparenza nella popolazione esiste. Persino in quella di cantoni molto conservatori: nel canton Svitto, ad esempio, il tutto è partito da un’iniziativa lanciata dalla Gioventù socialista, accolta dal popolo.

Svariati parlamentari, non solo dell’Udc, hanno parlato di «pseudotrasparenza»: a loro avviso una normativa in quest’ambito servirebbe a poco o nulla. Voi sostenete il contrario: perché?

Per tre ragioni. La prima: il denaro ha un’influenza, in ogni ambito della società, politica compresa.

«Con i soldi non si vincono le elezioni», ha affermato Michaël Buffat (Udc/Vd). Ha torto?

Fortunatamente, elezioni o votazioni non possono essere comprate. Ma i soldi un influsso ce l’hanno. È un dato di fatto. Diverse ricerche scientifiche hanno attestato che, in caso di risultato serrato in un’elezione o in una votazione, il denaro può fare la differenza. E poi, se non avesse alcun effetto, perché si investrirebbero somme così ingenti nella politica?

Le altre due ragioni?

La trasparenza genera legittimità e fiducia nelle istituzioni, partiti compresi, e nelle persone che le rappresentano. In questo senso, è un aspetto centrale di un sistema democratico. Vari sondaggi e anche il ‘Barometro delle apprensioni’ del Credit Suisse mostrano che la fiducia degli svizzeri nella politica e nei partiti è in sensibile calo. Se la fiducia vacilla, diventa pericoloso per la democrazia. La storia insegna che qualcosa non va quando qualcuno semplicemente afferma «Dovete avere fiducia in noi», frase che abbiamo potuto sentire anche stamane (ieri per chi legge, ndr) al Nazionale. La fiducia cieca spalanca la porta ad abusi più o meno gravi. Questo vorrei dire a chi ci critica, sostenendo che con le nostre rivendicazioni gettiamo un sospetto generalizzato sull’intera classe politica. La terza ragione, infine: maggiore trasparenza nel finanziamento dei partiti contribuisce a portare alla luce irregolarità esistenti e a prevenirne di future. Irregolarità che esistono: basti pensare al ritiro della ex consigliera agli Stati vodese Géraldine Savary, proprio a causa di alcune donazioni.

La scheda

Regole nei Cantoni, non sul piano nazionale 

Per Transparency International Svizzera la trasparenza del finanziamento della vita politica è “uno dei pilastri di ogni democrazia degna di questo nome” e “una realtà in tutta l’Europa, tranne che in Svizzera”. “In una democrazia diretta – scrive l’organizzazione in una recente presa di posizione – conoscere le fonti di finanziamento degli attori politici, quantomeno le più importanti, è un’informazione vitale affinché il corpo elettorale possa formarsi un’opinione fondata. Inoltre, la trasparenza è un elemento chiave per frenare la perdita di fiducia sempre più inquietante della popolazione nei confronti delle istituzioni politiche del nostro Paese”.
È questa la convinzione che anima i promotori dell’iniziativa popolare ‘Per più trasparenza nel finanziamento della politica (Iniziativa sulla trasparenza)’, tra i quali figura la stessa Transparency International. Sostenuta anche da Verdi, Ps, Pbd, Partito evangelico e Partito pirata, vuole obbligare i partiti a rendere pubblici, pena una multa, i loro bilanci e conti economici nonché la provenienza delle donazioni superiori a 10mila franchi per anno e persona. Nel caso di campagne con spese che eccedono i 100mila franchi, le persone e i comitati devono dichiarare le donazioni superiori a 10mila franchi. Inoltre, i donatori non devono più restare anonimi. Oggi a livello nazionale non esiste alcuna regola che inquadri il finanziamento di partiti, campagne e votazioni. Disposizioni più o meno stringenti sono invece in vigore in alcuni cantoni, persino nei conservatori Svitto e Friburgo e in Ticino.

Il Consiglio federale, pur riconoscendo che in atto vi è “un cambiamento di mentalità”, ha respinto l’iniziativa senza controprogetto. Non così il Consiglio degli Stati, secondo il quale servono invece delle regole in quest’ambito. Il controprogetto elaborato dalla sua commissione preparatoria, accolto lo scorso dicembre dal plenum, mira a convincere i promotori a ritirare la loro iniziativa. Prevede che i partiti debbano dichiarare una volta all’anno le donazioni di un importo superiore ai 25mila franchi per persona (iniziativa: 10mila). La soglia per il budget di campagne di votazioni o elezioni è fissata a 250mila franchi (iniziativa: 100mila).

Si tratta di una proposta eccessiva, secondo una risicata maggioranza (12 a 11) della commissione preparatoria del Nazionale. Dai lavori commissionali è uscita una versione ancor più blanda del controprogetto. Le persone fisiche e giuridiche nonché i comitati che conducono una campagna in vista di un’elezione o di una votazione non dovrebbero essere tenuti a comunicare le liberalità ricevute. Rendere pubblico il nome dei donatori viene ritenuto “un’ingerenza eccessiva” nella sfera privata di questi ultimi. Una tesi che ieri nel plenum ha convinto un’esigua maggioranza dei deputati (96 a 94 e quattro astenuti), spingendo anche la sinistra ad affossare un controprogetto giudicato a quel punto inservibile.

La palla torna ora nel campo dei ‘senatori’. Potranno decidere se mantenere il loro controprogetto, modificato o no, oppure rinunciarvi. In quest’ultimo caso la strada sarà libera per la votazione popolare. Al testo vengono attribuite buone chance di successo alle urne. Come detto, richieste simili sono state accettate (o potrebbero presto esserlo) in diversi cantoni.

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