Svizzera

Al Tpf di Bellinzona aperto processo per propaganda jihadista

Sul telefonino del 36enne accusato sono state scoperte immagini e video di violenza estrema. L'imputato afferma che si trattava di una provocazione

La sentenza è attesa per venerdì (Ti-Press)
23 giugno 2020
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Si è tenuto oggi al Tribunale penale federale (Tpf) di Bellinzona il processo contro un 36enne accusato di propaganda jihadista. Sul telefonino dell'uomo sono state scoperte immagini e video di violenza estrema. L'imputato ha affermato che si trattava di una provocazione. Il suo legale ha chiesto l'assoluzione.

Stando al decreto d'accusa, l'uomo ha inviato a un conoscente tramite WhatsApp materiale di propaganda dello Stato islamico (Isis) con lo scopo di reclutarlo. Il Ministero pubblico della Confederazione (MPC) ha in particolare sequestrato un'immagine che mostra un uomo con in mano un coltello insanguinato. L'indice dell'altra mano è puntato verso il cielo, un gesto spesso usato dai salafiti e che simboleggia l'unicità di Dio. Ai suoi piedi ci sono cinque teste umane mozzate.

Il 36enne, domiciliato nel Canton Basilea Campagna, è accusato di violazione dell'articolo 2 della Legge federale che vieta i gruppi "Al-Qaïda" e "Stato islamico" nonché le organizzazioni associate.

Oggi l'imputato ha dichiarato di aver inviato video a un suo conoscente di origine curda per pura provocazione. L'intenzione sarebbe stata quella di dissuaderlo dall'andare in Turchia.

Il 36enne ha poi affermato che le immagini trovate sul suo telefonino sono state inviate proprio dal curdo. Ha detto di aver immediatamente cancellato la cartella che le conteneva senza aprire le singole immagini. Ha sostenuto anche di non sapere che queste sarebbero rimaste salvate in WhatsApp. Ha ammesso di aver commesso involontariamente un "errore".

Nella sua arringa, l'avvocato della difesa ha da parte sua sottolineato che la legge sulla quale si basa il decreto d'accusa non esisteva al momento materiale (è entrata in vigore nel 2015). Secondo l'accusa, se è vero che i messaggi su WhatsApp risalgono al 2014, l'imputato ha condiviso nel 2015 le immagini su Facebook su una pagina di propaganda dello Stato Islamico. Inoltre, sempre nel 2015, ha postato commenti a testi di terzi.

Per l'avvocato, invece, i file scambiati non costituiscono propaganda. Alcune immagini hanno invece un carattere storico e pertanto il loro possesso non è punibile. Il legale ha anche ricordando l'incongruenza dell'imputato nel fare la distinzione tra Al-Qaïda e Stato islamico, cosa che dimostra come non sia un sostenitore o un portavoce di uno di questi gruppi. Per questo motivo ha chiesto l'assoluzione del 36enne.

Un anno fa, l'MPC aveva condannato l'uomo tramite decreto d'accusa a una pena detentiva di 180 giorni. L'interessato aveva però fatto ricorso e si è quindi giunti al processo davanti al TPF. La sentenza è attesa per venerdì.

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