All'ombra di Federer, Stan Wawrinka ha saputo ritagliarsi uno spazio tutto suo nel Gotha mondiale delle racchette, scrivendo una pagina di storia

Il più grande sportivo della Svizzera romanda di tutti i tempi si congeda. Grazie all’universalità del suo sport e al suo palmarès, Stan Wawrinka rimarrà per sempre ‘il’ numero uno della Svizzera romanda, dalla rada di Ginevra alla Sarine, da Sierre a Boncourt.
Vincitore di tre titoli del Grande Slam nel pieno del dominio quasi totale esercitato dai membri del Big Four – Roger Federer, Rafael Nadal, Novak Djokovic e Andy Murray – sul circuito, Stan Wawrinka è stato davvero un giocatore unico.
Chi avrebbe mai immaginato, fino al gennaio 2014, di vederlo incidere il proprio nome nell’albo d’oro di un torneo del Grande Slam? La sua vittoria a Melbourne, conquistata in particolare dopo aver battuto Novak Djokovic e Rafael Nadal, fu una sensazione enorme che nessuno aveva davvero previsto. Ma rispondeva anche a una logica inesorabile. Ed è proprio qui che sta tutto il paradosso.
Parafrasando Albert Einstein, Stan Wawrinka era quasi l’1% di talento e il 99% di lavoro. Del resto, lo ha sempre affermato, tanto a 18 anni quanto a oltre 40, che era proprio nel sudore che risiedeva la sua felicità.
E in quel mese di gennaio 2014, nessuno colpiva la palla con la stessa potenza di Stan Wawrinka. Nessuno aveva la stessa potenza di Stan Wawrinka. All’età di 28 anni, il tennista vodese stava finalmente dando il meglio di sé. Colui che nel 2003 era stato campione juniores al Roland Garros si è semplicemente preso il suo tempo. Rimasto nell’ombra di Roger Federer, è emerso senza dubbio proprio nel momento in cui non ce lo si aspettava più.
La svolta è avvenuta senza dubbio un anno prima proprio in questa stessa Rod Laver Arena. Negli ottavi di finale, ha disputato una magnifica battaglia durata 5 ore e 2 minuti contro Novak Djokovic. Sconfitto per 12-10 al quinto set, il tennista di Saint-Barthélemy ha dimostrato quel giorno di aver superato una soglia importante. Di poter, a volte, sedersi al tavolo dei grandi. Come se la finale a Roma nel 2008, che gli valse il primo ingresso nella top 10, e i quarti di finale agli Us Open nel 2010 avessero bisogno di una conferma.
La vittoria a Melbourne non rimase senza seguito nel 2014. In primavera trionfò a Montecarlo battendo in finale Roger Federer. I due unirono poi le loro forze per una campagna di Coppa Davis conclusasi in modo trionfale a Lille contro i ‘Moschettieri’ francesi, in una finale che suscitò un entusiasmo senza precedenti.
Vincitore contro Jo-Wilfried Tsonga nel primo singolare di venerdì, che fu senza dubbio una partita decisiva, Stan Wawrinka fu il vero artefice di quella vittoria, anche se non conquistò il terzo punto decisivo. Come sempre, o quasi, i riflettori erano puntati su Roger Federer.
La statura del renano, semplicemente ‘Mister Tennis’ per molti, è stata per Stan Wawrinka al tempo stesso un ostacolo spesso insormontabile e un vantaggio. Un ostacolo nella misura in cui è stato a lungo descritto come “lo svizzero che perde” e in cui aveva la sensazione di non combattere ad armi pari contro un giocatore che beneficiava di molti vantaggi nel calendario, come in quel quarto di finale dell’Australian Open del 2011, misteriosamente fissato nel pomeriggio anziché in ‘night session’, in condizioni di gioco che gli avrebbero sicuramente giovato di più. Un vantaggio anche perché Stan Wawrinka ha senza dubbio capito che doveva impegnarsi più degli altri per ottenere il riconoscimento che meritava. Questa sensazione di essere solo contro l’intera Svizzera lo ha reso più forte.
Non gli dispiaceva nemmeno trovarsi nei panni del piccolo svizzero che si è fatto da solo di fronte a quei giocatori francesi nati con il cucchiaio d’argento in bocca grazie al potere finanziario della loro Federazione. A Lilla nel 2014, era pronto a morire sul campo per conquistare quel famoso punto contro Tsonga. Sei mesi dopo, al Roland Garros, dove ammetterà di non aver mai giocato così bene in vita sua, il suo percorso verso il Graal è passato, ovviamente, per Roger Federer nei quarti di finale e per Novak Djokovic in finale.
Ma di fronte a Gilles Simon negli ottavi di finale e a Tsonga in semifinale, Stan Wawrinka era animato da quella forza interiore che gli impediva di perdere contro un francese al Roland Garros. Le infelici dichiarazioni di Jo-Wilfried Tsonga dopo la sua vittoria a Melbourne – «Avrei meritato di essere io, ma è andata così» – hanno risuonato a lungo nelle orecchie di colui che è stato nominato miglior sportivo svizzero del 2015 dopo essere stato eletto personalità svizzera dell’anno nel 2013.
Prima di essere tradito dal proprio corpo nell’estate del 2017, Stan Wawrinka ha avuto il tempo di coronare la sua carriera con la vittoria agli Us Open del 2016. Come a Parigi un anno prima, la sua vittima in finale è stata Novak Djokovic. E come a Parigi, era riuscito a superare la perdita del primo set per prendere il comando della partita.
Nella primavera del 2017, ha disputato la sua ultima grande battaglia in semifinale al Roland Garros, battendo Andy Murray per 6-1 al quinto set dopo 4 ore e 34 minuti di gioco. Le sue gambe e il suo fiato lo avevano portato un’ultima volta in territori che probabilmente non avrebbe mai immaginato di esplorare quando si era allenato con suo fratello nei tornei Futures in Spagna. Quel viaggio era iniziato nell’ottobre 2001 a El Ejido, in Andalusia, contro un certo Jorge Jimenez-Letrado, allora 1'368esimo nella classifica Atp. Un quarto di secolo dopo, lo ha portato ai vertici dello sport svizzero.