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27.06.2022 - 05:30
Aggiornamento: 16:29
di Emanuele Atturo

Wimbledon e la disabitudine all’erba

Il torneo più prestigioso al mondo si gioca, paradossalmente, sulla superficie meno amata

Il 12 giugno Tim van Rijthoven ha vinto il torneo di Hertogenbosch, anche se una settimana prima nessuno sapeva chi fosse. Van Rijthoven ha 25 anni e una sciagurata sequenza di infortuni alle spalle; se è numero 205 del ranking non è solo per sfortuna, però, ma anche per un talento, appunto, non all’altezza dei migliori tennisti al mondo. Eppure in quella settimana ha giocato come loro, come se si fosse svegliato nel corpo di un altro. Il suo braccio più sensibile, le sue gambe più rapide, le sue idee più affilate, come Achille immerso nel fiume Stige. In finale ha concesso appena cinque game al numero uno del mondo Daniil Medvedev. Lo ha stravolto di variazioni: palle corte, dritti stretti accelerati, slice di rovescio così lenti che mentre attraversavano il campo veniva da controllare l’orologio.

Van Rijthoven ha un atletismo ridotto, gironzola per il campo animato da una strana indolenza, colpisce svagato come chi sta ammazzando il tempo a racchettoni sul bagnasciuga. Vederlo opposto a Daniil Medvedev, con la sua elasticità da aracnide, è stata un’esperienza peculiare. Uno strano scherzo della storia. Un tennista con movenze da primo Novecento, che portava a spasso per il campo questo bizzarro punto d’arrivo della genetica umana. Un tennista alto due metri che in un’altra vita avrebbe potuto essere un campione olimpico di salto a ostacoli.

Della storia di van Rijthoven si è parlato in termini di favola: una delle più grandi sorprese della stagione. Il segno che anche in uno sport solitamente privo di inatteso, fatto da risultati che seguono la prevedibilità matematica di un algoritmo, c’è ancora spazio per l’inatteso. La magia del tennis, che permette a chiunque di trovare una settimana di grazia divina, in cui il numero 200 del mondo batte il numero uno. Tutte cose vere, che forse però finiscono per non cogliere uno dei nodi della vicenda di van Rijthoven, e cioè che la sua vittoria si è consumata su erba: una superficie su cui quasi nessuno sa più giocare.

L’impresa di van Rijthoven non va ridimensionata. Ha sconfitto un top-10 come Auger-Aliassime, un campione Slam come Medvedev e due giocatori dalla discreta mano come Hugo Gaston e Taylor Fritz. La sua vittoria non sarebbe stata possibile però in una superficie diversa dall’erba. Non solo perché van Rijthoven ci gioca alla grande – con un tennis leggero ed estroso raro da vedere in giro – ma anche perché nessuna superficie oggi permette più sorprese e upset dei prati. I motivi raccontano parte dell’evoluzione del tennis contemporaneo.

A livello statistico è stata dimostrata una correlazione tra velocità della superficie e risultati sorprendenti. I tabelloni più pazzi dei tornei degli ultimi anni si sono avuti non appena la superficie – cemento o erba – non ha aumentato la sua velocità. Abbiamo l’impressione che il tennis di oggi si giochi sempre con maggiore potenza, da giocatori con corpi ipertrofici, che impugnano racchette capaci di violenza mostruosa (Clerici le chiamava, con sprezzo, "padelle supersoniche"). Eppure i tennisti sembrano disabituati alla velocità.

Superficie insidiosa e indigesta

I giocatori di alto livello di oggi sono il risultato dell’evoluzione, fisica e tecnica, dei materiali e delle superfici negli ultimi vent’anni. Se si sono disabituati alla velocità, è anche perché questa è sparita dal circuito. La finale di Wimbledon del 2001, tra Patrick Rafter e Goran Ivanisevic, è stato l’apice di anni di tennis su erba velocissimo, di servizi imprendibili, scambi di massimo due o tre colpi. L’esito dell’incrocio tra il grande atletismo dei tennisti, le nuove racchette e una superficie rapidissima come l’erba. Per l’intrattenimento era un problema: con scambi così corti il rapporto tra tempi morti e tempi di gioco, già drammatico nel tennis, era fin troppo sbilanciato. Così dall’anno dopo sui prati di Wimbledon si è provata una semina diversa, l’erba ha rallentato e il torneo è stato vinto da un agguerrito giocatore da fondo campo come Leyton Hewitt. Anche i campi su cemento negli anni sono rallentati, i tornei indoor quasi spariti: l’idea del gioco si è modellata su lunghi scambi buoni per esaltare il talento gladiatorio dei tennisti.

Tuttavia l’erba resta una superficie piuttosto irregolare: difficile da rallentare fino in fondo, e comunque con rimbalzi spesso bizzosi. Una superficie che permette poco pensiero e costringe a un gioco istintivo, di pura sensibilità su colpi, angoli e traiettorie. Così mentre il calendario tennistico ha cominciato a espandersi e a infittirsi, ai tornei sull’erba è rimasto un ruolo isolato e marginale del calendario. Una piccola riserva indiana incastrata fra la lunga stagione della terra europea e quella umida del cemento americano. Si gioca in tre settimane: un tempo insufficiente per prepararsi davvero a Wimbledon, e dentro le quali non c’è nemmeno un Master 1000. Insomma: nessuno sa giocare bene sull’erba, ma anche perché nessuno è davvero incentivato a giocarci. Si gioca poco, e quindi si gioca male. Ci sono pochi punti in palio, un torneo enorme ma altri trascurabili: le classifiche si costruiscono altrove. Nell’odierna Top-10 ci sono almeno sei giocatori che stanno ancora cercando di capire come si gioca sul verde. Per un Medvedev che sta imparando (dice), c’è un Casper Ruud (testa di serie numero 3 a Wimbledon) che ammette candidamente di essersi preparato alla stagione giocando a golf. Una dichiarazione d’altri tempi, che evoca quella di Ivan Lendl: «L’erba è solo per le mucche». Rublev, Tsitsipas, Zverev a disagio sul verde, con basse percentuali di vittoria e nessun risultato significativo, per ora. Per non parlare dei giovani. Il prodigio Alcaraz ha 6 partite giocate in carriera su erba (2 vittorie), Sinner 8 (2 vittorie), Rune 2 (0 vittorie), Musetti 7 (3 vittorie): giocano poco, perdono quasi sempre, generando un circolo vizioso in cui non accumulano mai abbastanza esperienza. C’è anche però un problema di caratteristiche. L’attuale conformazione del circuito favorisce giocatori bravi sul cemento, la superficie egemone del calendario. Giocatori forti al servizio, potenti negli attacchi da fondo campo, poco avvezzi agli effetti, al gioco a rete, alle traiettorie basse e subdole che l’erba offre. Giocatori che si rifugiano spesso dietro la riga di fondo, da dove hanno più tempo per i loro gesti dalle aperture ampie e possenti. Sull’erba chi gioca con aperture minimali è favorito, e persino il modesto Adrian Mannarino, con le sue piccole aperture da ping pong, può diventare un’insidia in giornata di grazia.

L’eccezione Berrettini

La stagione sul verde è quindi bizzarra e imprevedibile. Un’oasi in cui, come frutta stagionale, escono fuori tennisti mai visti altrove: intorno ai due metri, buona mano, servizio martellante; oppure bassi, buoni appoggi, sensibilità ed estro fuori scala: Feliciano Lopez, Oscar Otte, Denis Kudla, Nick Kyrgios, Ugo Humbert. Di solito restano impigliati nelle qualificazioni, o nei primi turni, oppure si dedicano al doppio. Su erba, invece, riescono a battere avversari con una classifica migliore, giocandoci come gatti con i topi, torturando la loro inettitudine ai rimbalzi bassi, al ritmo veloce e al gioco di effetti. In un tennis sempre più uniformato, pensato apposta per far arrivare sempre gli stessi giocatori in fondo ai tornei, l’erba rimane una strana riserva di specialisti. Fra loro, Matteo Berrettini sta brillando come nessun altro. L’unico fra i migliori giocatori di nuova generazione ad avere una naturale attitudine al gioco su erba. Singolare, vista la storica inclinazione del movimento italiano a sfornare terraioli manovrieri. Berrettini ha una percentuale di vittorie su terra e cemento attorno al 66%: su erba si alza all’82%. Dal 2019 a oggi ha vinto quattro titoli e perso appena tre partite, contro Federer, Djokovic e Goffin (strana statistica, comunque la si voglia leggere). La sua percentuale di vittorie su erba lo avvicina ai migliori specialisti della storia, persino meglio di un plurivincitore di Wimbledon come Boris Becker. Lo scorso anno la sua finale a Wimbledon era stata accolta come un caso, ma quest’anno nei tornei di preparazione si è confermato, pur venendo da un grave infortunio alla mano. Al rientro ha vinto, in serie, Stoccarda e Queen’s. Berrettini è un enigma impenetrabile su erba, per come riesce a conciliare il suo gioco di potenza (dritto e servizio) con una raffinatezza d’esecuzione mai banale (lo slice di rovescio, le palle corte). Il suo dominio sulla superficie, però, è anche permesso dall’impaccio dei suoi avversari.

A Wimbledon Berrettini sarà la testa di serie numero 8, nonostante sia considerato il principale favorito del torneo dietro il vecchio Novak Djokovic. Oltre al serbo se la dovrà vedere soprattutto con gli unici due giovani che sembrano avere la sensibilità per adattarsi alla superficie: Hubert Hurkacz e Felix Auger-Aliassime. Il polacco ha tutti i crismi del giocatore erbivoro: alto, servizio maestoso, una rapidità di piedi notevole per la sua stazza, un gioco di rete sobrio ma efficace. Non a caso ha una buona carriera nel doppio. Auger-Aliassime possiede invece un gioco completo a tutto campo, con una tecnica asciutta e una discreta sensibilità, come gli erbivori di nuova generazione. Entrambi avranno qualche possibilità a Wimbledon, pur non avendo ancora giocato nessuna finale Slam.

Siamo arrivati al paradosso per cui il torneo più prestigioso al mondo si gioca sulla superficie più ignorata, peggio padroneggiata, e meno amata dai giocatori del circuito. Per questo si parla da anni di provare a estendere la stagione sul verde, o quanto meno a istituire almeno un Master 1000, magari il Queen’s. Provare a ricreare una cultura del gioco su erba. Nel frattempo godiamoci, per una volta, uno Slam in cui ogni sorpresa è possibile, una strana forma di democrazia nel circolo di tennis più elitario al mondo.

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