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04.01.2021 - 22:100

In attesa di Federer, i giovani sfidano Nadal e Djokovic

Il 2021 del tennis visto da Claudio Mezzadri: Federer, Nadal, Djokovic e molto altro ancora

Il tennis si rimette in moto. A tentoni, improvvisando un po’ e adattandosi alla straordinarietà del momento, ma riparte, con i primi appuntamenti a Delray Beach, Antalya e Abu Dhabi. Più o meno dieci mesi dopo l’annullamento del torneo di Indian Wells a causa della pandemia che mise i lucchetti ai circuiti Atp e Wta, si cerca di riprendere l’attività. L’auspicio è che si possa tornare a una sorta di normalità a partire dalla stagione europea sulla terra rossa dal mese di aprile, il cui culmine – tradizionalmente – è il Roland Garros di Parigi.

Gli interrogativi non mancano, e non sono tutti relativi all’emergenza sanitaria. Dominic Thiem saprà confermarsi vincitore di uno Slam? Ci sarà spazio, sempre in ambito “major”, per nuovi conquistatori? Che ne sarà di mostri sacri quali Roger Federer e Andy Murray? Quando torna il basilese? E quale sarà la sua condizione? Rafael Nadal riuscirà a superarlo salendo a quota 21 Slam, magari già a Melbourne, più probabilmente a Parigi? Sarebbe il secondo record di cui Federer si vedrebbe privato, giacché Djokovic con 302 settimane gli insidia quello delle settimane trascorse in vetta all’Atp, che per il basilese sono 310.

Stagione raffazzonata

Dagli interrogativi a una certezza: l’annata entrante sarà giocoforza condizionata da regole e protocolli. «Sarà anche questa una stagione raffazzonata, almeno per metà – analizza Claudio Mezzadri, commentatore televisivo e profondo conoscitore delle vicende di un tennis di cui è stato validissimo giocatore –. Non ci sarà pubblico, o ce ne sarà pochissimo, come stanno cercando di fare a Melbourne, in un calendario forzatissimo, comprendente solo i tornei che riescono a stare in piedi anche senza spettatori. Tanti appuntamenti sono già stati cancellati o rinviati, altri sono in forse. La situazione è questa. È un bene che qualcosa venga fatto, questo va ribadito. Per i giocatori, ma ancor di più per la gente a casa, affinché si possa tornare a vedere tennis, oltre che calcio, hockey, sci e altre discipline. Abbiamo tutti voglia di vedere competere, ne abbiamo abbastanza di partite registrate già viste tante volte. Dobbiamo resistere. Ribadisco: è un bene che il tennis riparta, ma si tenga conto che le modalità sono quelle testé descritte».

Una delle questioni più attuali e “scottanti” riguarda le condizioni di Roger Federer, il cui rientro è tanto atteso quanto incerto. «Spero che non abbia rinunciato all’Australia a causa delle condizioni del ginocchio. Se così fosse, mi preoccuperei molto. Non recuperare appieno ad un’artroscopia in un anno, non sarebbe un bel segnale. Mi auguro che non sia un problema atletico. Negli ultimi anni, per alleggerire un po’ il peso delle trasferte, delle settimane passate lontano da casa e dai suoi affetti, più in generale della carriera, era solito viaggiare con la famiglia appresso, moglie e figli, con i genitori. A Dubai ha comunque cercato di preparare il rientro, ma senza successo. In seguito si sarebbe spostato a Melbourne per la quarantena, da solo. Poi il torneo di preparazione, infine gli Australian Open. Più di un mese di lontananza, come minimo: è una cosa che oggi gli pesa. Mi auguro che sia piuttosto per questo motivo che abbia rinunciato, e non per il ginocchio».

Tanti chilometri nel motore di Roger

Non è per oggi, tuttavia il suo ritiro è diventato un tema. «Quest’anno compirà 40 anni, è logico che la questione sia attuale. Lui stesso lo sente avvicinarsi. Del resto, lui per primo si è meravigliato di quanto a lungo sia riuscito a prolungare la sua carriera. A inizio 2017 i discorsi su Federer, reduce da un infortunio, erano più o meno gli stessi di adesso, poi si presentò a Melbourne e sbancò gli Australian Open prima di trionfare anche a Indian Wells e Miami: pazzesco. Lui stesso rimase scioccato dalla sua prestazione. Ora ci sono tre anni in più con i quali fare i conti. Dovrà provare a se stesso di essere ancora in grado di reggere certi ritmi. Mentalmente è ancora fresco, ma i chilometri nel motore ormai sono tanti».

Ai primi tre appuntamenti stagionali non prende parte nessuna delle prime firme del tennis svizzero. Detto e ripetuto dell’assenza prolungata di Roger Federer, atteso sui circuiti non prima della fine di febbraio e assente quindi anche agli Australian Open, Belinda Bencic ha appena comunicato di preferire gli allenamenti dislocati a Dubai al torneo di Abu Dhabi al quale si era inizialmente iscritta. La sangallese, numero uno del tennis elvetico, dallo scorso lockdown del tennis ha disputato un solo incontro, a Roma, anche perché condizionato da dolori muscolari al braccio, perso oltretutto malamente. Che sia ancora la 12esima tennista al mondo si spiega con l’adattamento del sistema di ranking che tiene ancora conto dei risultati tra marzo e dicembre 2019.

Stan ancora competitivo

Come Belinda, anche Stan Wawrinka (Atp 18) ha optato per tornare a competere solo a fine mese, in uno dei tornei di avvicinamento agli Australian Open (8-21 febbraio). Il 35enne vodese riparte da un autunno non particolarmente prodigo di soddisfazioni. Tornato sul circuito in agosto con il successo al Challenger di Praga, in seguito non è mai andato oltre i quarti di finale. A settembre si è separato dal coach e amico Magnus Norman, grazie alla collaborazione del quale ha vinto tre titoli del Grande Slam. Ora Stan si affida a Daniel Vallverdu. «Tutto sommato il 2020 di Stan è stato discreto. Si è dimostrato ancora competitivo, in buona forma. Un’altra stagione a buoni livelli gliela si può ascrivere. Come con Federer, anche per Wawrinka il ragionamento va fatto stagione per stagione. La longevità funziona se riesci a essere costante, nel lavoro che fai, negli allenamenti, nei tornei intervallati dalle pause giuste. Gli stop forzati, la lontananza dai campi, le difficoltà ad allenarsi, sono ostacoli che chi non è più di primo pelo fatica di più a superare. Proprio come accade per gli infortuni».

Giovani rampanti contro i ‘grandi vecchi’

La maggior parte dei tennisti del top-10 mondiale rinuncia ai primi appuntamenti stagionali per concentrarsi sui tornei di preparazione agli Australian Open. Matteo Berrettini è iscritto ad Antalya, ma è il solo a scendere in campo così presto. Novak Djokovic, Rafael Nadal e Dominic Thiem, vincitori degli Slam del 2020, esordiranno all’Atp Cup di Melbourne (a inizio febbraio). Lo stesso farà Daniil Medvedev, trionfatore alle Atp Finals che per l’ultima volta si sono svolte alla O2 Arena. Nadal e Djokovic ce li aspettiamo ai soliti livelli. Che ne sarà invece della generazione rampante che qualche acuto l’ha nel frattempo piazzato? «Per una concomitanza di fattori, qualche volto nuovo è emerso: vuoi per i meriti di chi si è ormai affermato, vuoi anche perché Federer è fuori e gli altri hanno giocato poco. Medvedev ormai è una realtà, Thiem è un giocatore diverso da quando ha vinto il primo Slam, molto più consapevole. Zverev c’è, Tsitsipas pure. Auger-Aliassime cresce, Shapovalov un po’ meno ma è lì. Sinner è giovanissimo (2001) ma ha già fatto irruzione nel ranking. Musetti è un nome interessante. Non mancano i tennisti promettenti, e possono tutti migliorare. Ora i giovani sono chiamati a dimostrare il loro valore, ma devono fare i conti con Nadal e Djokovic che considero ancora gli uomini da battere. Da questo punto di vista, il confronto si annuncia molto ma molto interessante».

Covata di elvetici molto promettente

La nuova covata di giocatori elvetici lancia una sfida piena di fascino: imporsi all’attenzione del tennis che più conta dopo aver fatto intuire un potenziale molto interessante. Il plotoncino di giovani talenti rampanti è guidato da Dominic Stricker, vincitore del Roland Garros juniori. Classe 2002, il bernese di Münsingen, Leandro Riedi e Jeffrey von der Schulenburg, così come Jérôme Kym che però è di un anno più giovane (2003), sono tra i talenti più promettenti al mondo. Si affacciano al tennis dei grandi, ma lo fanno in condizioni molto particolari, con lo scopo di insediarsi e stabilirsi nelle gerarchie mondiali. Il calendario provvisorio dei Challenger dell’Atp stilato al momento solo fino alla fine di febbraio, mette loro a disposizione undici appuntamenti in Turchia, Francia, Sudafrica, Cile e Italia. «Non sarà facile, sono tappe pressoché obbligate e molto distanti tra loro geograficamente. Normalmente c'è una più ampia possibilità di scegliere dove andare. E non va scordato che questi tornei saranno presi d'assalto da tennisti di altissimo livello. Comunque sono loro il futuro della Svizzera del tennis. Sono ragazzi validi, tutti prodotti della formazione di Swiss Tennis sui quali è stato investito tanto negli ultimi 5 o 6 anni, che però devono ancora fare il salto di qualità. Tempo un anno o due, qualcosa da lì potrebbe venire fuori».

Donne: l’incertezza che giova al movimento

L’americana Sofia Kenin (22 anni) e la 19enne polacca Olga Swiatek (19) hanno apposto la loro firma su due Slam, candidandosi a un ruolo da protagonista al quale però in ambito femminile sembra essere tradizionalmente difficile dare continuità. Se la vedranno con la vincitrice degli Us Open Naomi Osaka (23), con Ashleigh Barty e Simona Halep, che guidano le gerarchie mondiali. «Regna la solita incertezza. È come se ogni tre o quattro mesi si rimescolassero le carte. C’è ancora Serena Williams (40 anni a settembre, ndr), anche se ormai fatica a tenere il passo. Non c’è una dominatrice, e questo aiuta il tennis femminile. Non c’è nulla di scontato: l’incertezza gioca a favore di un movimento che altrimenti accusa il colpo sul piano tecnico dello spettacolo. Tolte Kvitova e poche altre che giocano un tennis diverso, le atlete sono ben poco riconoscibili. Esprimono tutte le stesso gioco. L’evoluzione è questa, vedremo cosa ci riserverà il futuro. Oggi il tennis femminile subisce di più il contraccolpo delle attuali difficoltà, perché è meno attrattivo e convoglia meno soldi di quanto faccia invece il circuito maschile Atp. Ecco perché è utopico, e pure un tantino ipocrita, pensare a un’unificazione: l’Atp traina perché porta soldi veri. La Wta ha la sua struttura, ma non è paragonabile all’Atp. E sarebbe la sola ad avere un interesse a unire le forze. E che dire poi dei posti di lavoro in ballo nelle due associazioni e del ritorno economico che andrebbe poi diviso più equamente? Inoltre, è sbagliato pensare che l’unione debba avvenire solo tra Atp e Wta. La questione andrebbe allargata a tutti gli organi che gestiscono il tennis: Atp, Wta, Itf, Grande Slam (quattro entità ben distinte e ciascuna gelosa della propria indipendenza e ricchezza), Coppa Davis. Senza l’unione di tutte le forze in causa, a che servirebbe il matrimonio tra uomini e donne? A niente».

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