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06.10.2020 - 17:350

Il Roland Garros, ultimo baluardo contro la tecnologia

È il solo Slam che per stabilire se una palla è buona o meno, continua ad affidarsi al giudizio umano. Ma crescono le voci che chiedono occhi elettronici.

Roland Garros continua a resistere senza utilizzare un arbitraggio video. Ma più la tecnologia entra sui campi da tennis del mondo intero, più la posizione dello Slam parigino diventa complicata da sostenere. A maggior ragione se sono i giocatori a invocarne l'uso; com'è il caso quest'anno, con diverse voci che si levano a favore di un giudizio elettronico in caso di pallina dubbia.

Le discussioni relative a dubbi su un colpo 'out' o 'in' non datano certamente di oggi. Famosa in tal senso l'invettiva "You cannot be serious" (non puoi essere serio) urlata innumerevoli volte da John McEnroe a un arbitro a Wimbledon. Era l'ormai lontano 1981 e il bizzoso statunitense si era detto sicuro di avere visto sollevarsi una nuvoletta di gesso (materiale con cui erano tracciate le righe dei campi in erba), mentre il suo colpo era invece stato annunciato fuori.

L'arbitraggio elettronico è stato adoperato per la prima volta in un torneo dello Slam all'Us Open nel 2006, dopo di che è stato adottato all'Australian Open (2007) e Wimbledon (2007). Il Roland Garros resta dunque il solo dei quattro maggiori tornei al mondo, a continuare ad affidare ai giudici in carne e ossa la valutazione se una pallina sia buona o meno. Questo, poiché sulla superficie in terra battuta rimane stampato il segno della palla. Un aspetto che è stato a lungo ritenuto un vantaggio per gli arbitri. Il fatto è che non sempre l'impronta dell'impatto è chiaramente leggibile: tracce sovrapposte, folate che spostano della terra più lontana del reale impatto, pallina che lascia uno spazio tra il segno e la linea, sebbene l'abbia toccata. Situazioni che portano sempre più giocatori a non comprendere il rifiuto del torneo francese di far ricorso alla tecnologia.

Basta con i giudici di linea

«La tecnologia è oggi così avanzata, che non c'è assolutamente nessuna ragione di mantenere i giudici di linea in campo», ha affermato senza troppi giri di parole Novak Djokovic proprio al Roland Garros attualmente in corso. Il numero uno al mondo basa le sue dichiarazioni prendendo a esempio il recente Us Open, durante il quale, per motivi sanitari legati alla pandemia di coronavirus, si è ricorso ai giudici di linea unicamente sui campi più grandi. Sui terreni da gioco laterali, per contro, a valutare i colpi sono stati i computer. 

A stupire è l'atteggiamento dei giocatori: se da un lato non esitano a mettere in discussione le decisioni dei giudici in carne e ossa, dall'altro accettano senza batter ciglio il giudizio delle macchine, che pure non sono infallibili. In effetti il sistema più diffuso - Hawkeye, che significa occhio di falco -, altro non è che la ricostruzione digitale della traiettoria della pallina, a partire da immagini catturate da una decina di videocamere; e chi lo ha concepito, ammette che il macchinario ha un margine di errore di tre-quattro millimetri. Ciò che non è poco.

Ciononostante sempre a Parigi il greco Stefanos Tsitsipas, qualificato per i quarti di finale, ha sostenuto di ritenere «che sia giunto il tempo di avere l'Hawkeye anche nei tornei su terra battuta». Salvo che l'Hawkeye non è omologato per il suo uso sulla terra, in quanto superficie mobile. Un altro sistema, il FoxTenn, è basato su immagini reali filmate da una quarantina di camere. Stanto al suo progettista Javier Simon «non c'è interpretazione della traiettoria» e il margine di errore è praticamente «nullo».

Arbitri invece di macchine

Dopo essere stato impiegato per la prima volta al torneo Atp di Metz nel 2017 (duro indoor), il FoxTenn ha esordito sulla terra battuta nel febbraio di quest'anno a Rio (Atp 500). «Ha funzionato molto bene - ha commentato Dominic Thiem, vincitore dell'ultimo Us Open -. Ho giocato tre partite in cui era attivo il FoxTenn, una delle quali a Rio, e non c'è stato alcun problema. Spero che l'anno prossimo verrà adottato in ogni torneo su terra».

Dal canto suo la Federazione francese di tennis (Fft), organizzatrice del Roland Garros, assicura di non voler compiere il 'grande' passo, invocando ragioni etiche e non finanziarie. Le decine di migliaia di Euro necessarie all'installazione del FoxTenn su un solo campo, non sarebbero dunque l'ostacolo al passaggio all'arbitraggio elettronico. «Non siamo favorevoli a rimpiazzare le persone con le macchine - ha spiegato la stessa Fft -. Le tracce lasciate dalle palline sulla terra, dovrebbero permettere agli arbitri di validare o meno gli annunci dei giudici di linea». La posizione della Federazione francese trova d'accordo Garbiñe Muguruza, vincitrice proprio alla Porte d'Auteuil nel 2016. «Se sul campo si avranno unicamente delle macchine, noi giocatori ci sentiremo ancora più soli; credo sia preferibile avere delle persone che dicono 'in' o 'out'».

Inoltre stando a un'analisi condotta dalla Fft sull'edizione 2019 del Roland Garros, su 800 partite, c'è stata la verifica di un segno ogni set e mezzo; «ossia molto poco, rispetto al numero di scambi giocati».

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In o out? (Keystone)
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