Sportellate

Solo rispetto per Kim Vilfort e Josua Tuisova

Le tristi vicende di due campioni colpiti dalla perdita, terribilmente prematura, di un figlio molto piccolo

(Keystone)
5 ottobre 2023
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Sulla decisione di Josua Tuisova – il giocatore delle Isole Figi che rinuncia ai funerali di suo figlio di sette anni per restarsene in Francia a disputare i Mondiali rugby – negli ultimi due giorni ne ho lette e sentite davvero di tutti i colori.

Del resto, è una di quelle notizie che non possono lasciare indifferenti: innanzitutto perché sapere che un bambino si spegne a causa di una malattia incurabile è qualcosa di straziante, e poi naturalmente perché la scelta del padre di non partecipare alle esequie – e di scendere in campo poche ore dopo aver ricevuto la ferale comunicazione – a molti è parsa egoistica e sconsiderata. Io sono dell’idea che, in situazioni del genere, qualunque soluzione adottata da un genitore sia quella più giusta, senza discussioni.

Se Tuisova credeva che quello fosse il modo migliore per onorare la memoria del piccolo Tito, tutti dovrebbero fare altrettanto. Cosa ne sappiamo noi, infatti, di cosa possano essersi detti il rugbista e il suo bambino prima della partenza dell’atleta verso l’Europa e la Coppa del mondo? Può darsi benissimo che fra loro ci fosse un patto, una promessa, un giuramento a cui tener fede. Un po’ come successe, all’inizio dell’estate del 1992, fra il calciatore Kim Vilfort e sua figlia Line, che di anni ne aveva invece otto.

Pochi giorni prima dell’Europeo da giocare in Svezia, la Jugoslavia – precipitata nella guerra civile – venne estromessa dal torneo, e al suo posto fu ripescata la Danimarca. Il Ct Möller Nielsen fu costretto a chiamare i suoi giocatori – che erano già sulle spiagge spagnole e italiane – e a implorarli di rientrare per onorare la richiesta della Uefa.

Qualcuno, fra cui il divino Micky Laudrup, declinò l’offerta senza sapere che se ne sarebbe amaramente pentito: troppo stanco dopo una stagione intensissima – si giustificò il fantasista – e poi cosa ci andiamo a fare noi danesi all’Europeo, se non figuracce?

A non rispondere all’appello, per motivi ben più gravi, fu pure Kim Vilfort: la sua bambina infatti stava combattendo la leucemia, e lui le aveva promesso di trascorrere l’intera estate al suo fianco. Del resto, ci sono cose ben più importanti del pallone.

L’indomani, però, fu lo stesso calciatore – in lacrime – a richiamare il selezionatore. “Ci ho ripensato, Mister – disse – mia figlia mi ha detto di partire tranquillo per la Svezia coi miei compagni, dice che mi guarderà in tv, come sempre”. Il tecnico, riconoscente, gli promise che – essendo Svezia e Danimarca così vicine – avrebbe potuto fare la spola ogni volta che avrebbe voluto.

Ed è proprio così che Vilfort fece nel corso delle tre settimane seguenti. Dopo la prima partita – pareggiata fra la sorpresa generale contro l’Inghilterra – tornò a casa da sua figlia e le raccontò della Svezia, degli allenamenti e degli scherzi coi compagni. Poi l’abbracciò e se ne tornò in ritiro, dandole appuntamento dopo il match seguente, che i danesi persero di misura contro i padroni di casa.

Alla vigilia della terza gara – contro la Francia – Kim ricevette una telefonata che gli ghiacciò il sangue nelle vene: sua figlia aveva avuto un crollo e la situazione era piuttosto grave. Vilfort raggiunse la bimba in ospedale e, insieme, guardarono in tv la sfida vinta dai danesi.

Appena Line si riprese, il padre tornò in ritiro, e lo stesso fece dopo ogni altra partita di quel torneo. E furono molte, perché – contro ogni pronostico – quella squadra miracolata, che come Cenerentola nemmeno avrebbe dovuto esserci, arrivò addirittura in finale. E, come in una favola, ovviamente la vinse, anche grazie a un gol firmato proprio da Vilfort nell’atto conclusivo, e il regalo per la piccola Line fu nientemeno che la Coppa Europa.

Tutte le fiabe però, si sa, portano nel loro Dna una certa quantità di tragedia, e infatti la bimba morì purtroppo poche settimane dopo il trionfo danese.

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