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laR
 
09.12.2022 - 05:20
Aggiornamento: 17:02

Siamo tutti marocchini (almeno una volta nella vita)

La vittoria del Marocco contro la Spagna può anche essere vissuta come una sorta di rivalsa dei migranti contro i padroni di casa

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Keystone
Da qui non si passa

Il tiro di Pablo Sarabia ha appena sfiorato il palo all’ultimo minuto dei supplementari. Yassine Bounou, detto Bono, va a riprendere il pallone con la consapevolezza che stia succedendo qualcosa di straordinario. E in verità il meglio deve ancora succedere. Arriva il triplice fischio dell’arbitro argentino Rapallini, la sfida tra Spagna e Marocco finisce sullo zero a zero. Si va ai rigori. Bono e Unai Simón camminano abbracciati verso la porta in cui verranno battuti i tiri dal dischetto che permetteranno a una delle due squadre di qualificarsi ai quarti di finale del Mondiale. I due portieri si conoscono dalla Liga, lo spagnolo difende la porta dell’Athletic Bilbao, il marocchino quella del Siviglia. Il Marocco tirerà per primo: Unai Simón va verso la porta, mentre Bono si defila. È proprio in quel momento che avviene la trasformazione definitiva del numero uno magrebino: non sarà più il bravissimo portiere che ha parato tutto quello che gli è arrivato durante la partita. È giunta l’ora di diventare un capitano della Guardia Civil, colui che dovrà ergersi davanti alla riga della porta come fanno i gendarmi spagnoli ai posti di blocco di Ceuta e Melilla: da qui non si passa, dirà Bono a Sarabia, a Soler e a Busquets. Tre rigori battuti, nessuno segnato. Quante volte saranno stati fermati al confine delle enclavi i vari Mohammed, Youssef, Omar? Marocchini che sognavano di raggiungere l’Europa per costruirsi una vita che a casa loro non esiste. E invece no, rispediti indietro, guardano Bono parare i tre rigori iberici seduti davanti alla tele: da Rabat, da Marrakech, perfino da Tangeri, a due passi dal confine maledetto.

Ci sono invece quelli che ce la fanno, quelli che riescono a sfuggire ai controlli e attraversano il Mediterraneo per sbarcare a Cadice, a Malaga, alle Canarie… Su suolo spagnolo diventano "clandestinos", "manos negras". Si aggiungono a "sudacas" e "chinos", insieme sono i Lumpen della società iberica. Andate a vedere sui social i video delle piazze di Madrid, Barcellona, Bilbao: migliaia di marocchini invadono le strade per festeggiare la vittoria della nazionale magrebina. E poi c’è ancora chi insiste: che la politica resti fuori dai campi di calcio. Come no. La politica in effetti non si mescola con il calcio; una partita del Mondiale riesce a rivoluzionare intere città (le polis, se preferite) e così facendo diventa politica lei stessa. A tal punto che la vittoria del Marocco può anche essere vissuta come una metafora, una sorta di rivalsa di tutti i popoli oppressi di fronte all’oppressore, dei poveri contro i ricchi, dei migranti contro i padroni di casa. Siamo tutti marocchini, da un certo punto di vista. O almeno una volta, da qualche parte nella nostra vita, forse lo siamo già stati.

Così arriviamo al paradosso del calcio: lo sport più popolare del pianeta è stato difatti convertito in un prodotto di massa, un business colossale e per di più uno strumento al servizio dei potenti di turno. Allo stesso tempo questo enorme prodotto conserva le peculiarità di ogni merce: oltre al suo valore di scambio c’è pure un suo valore d’uso. Cosa s’intende? Teoria del valore in sintesi: per valore di scambio ci si riferisce all’aspetto commerciale; per valore d’uso invece alle sue caratteristiche pratiche, a ciò che serve insomma. È proprio quest’ultimo valore che rende il calcio così affascinante, nonostante tutto. Quindi, mentre l’industria del football fa girare miliardi, quel semplice gioco in cui ventidue uomini rincorrono un pallone per novanta minuti riesce a suscitare, sul campo e su ogni schermo in tutto il mondo, delle emozioni ineguagliabili. Emozioni che ogni tanto assomigliano a un profondo senso di giustizia.

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