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03.12.2022 - 05:30
Aggiornamento: 10:35

Questione di prospettiva

Il gol del Giappone, la festa dei tunisini eliminati, ma vittoriosi sulla Francia: la felicità, nel calcio e non, dipende da come guardiamo le cose

questione-di-prospettiva
La palla decisiva di Giappone-Spagna (Keystone)

Come il pallone del Giappone, che pare un’illusione ottica (prima tutto fuori e poi dentro quel che basta, eppure sempre fuori se ti fissi sulla telecamera sbagliata), come la gioia irrefrenabile e apparentemente insensata dei tunisini, scesi in piazza a festeggiare un secondo dopo essere stati eliminati dal Mondiale, e un po’ come tutte le reazioni a quel che ci accade nella vita, è sempre una questione di prospettiva, di dove ti metti a guardare le cose.

Così ho ripensato a certe partite del caro vecchio RisiKo!, il gioco in scatola più facile tra quelli difficili, ma anche il più difficile tra quelli facili (e torniamo alla prospettiva): lì, per vincere non devi per forza battere proprio tutti tutti, non devi conquistare ogni angolo di mondo come un Hitler assatanato: basta raggiungere il tuo obiettivo, la carta che hai pescato all’inizio del gioco. Nella vita – che non è RisiKo!, anche se a volte gli somiglia parecchio – quelle carte puoi dartele da solo, scegliertele, cucirtele su misura. E anche al Mondiale, se sei un Paese che ha poche speranze di arrivare in fondo.

Quando l’altra sera - direttamente da Tunisi - è arrivato sul mio divano un video di auto incolonnate, clacson strombazzanti e gente che saltava per strada, ho pensato all’unico, vero obiettivo dei nordafricani: "battere la Francia", Paese di cui sono stati colonia fino al 1956, praticamente l’altro ieri. Che poi quella vittoria sia coincisa con quella dell’Australia che li ha eliminati, poco importa. Anzi niente.


Tifosi tunisini in festa dopo la vittoria contro la Francia (Keystone)

E ho ripensato all’estate 2002, quando un’altra ex colonia, il Senegal, batté a sorpresa la Francia - come oggi campione in carica - nella gara inaugurale del Mondiale. All’epoca studiavo a Saint-Denis, periferia nord di Parigi, per ironia della sorte il luogo dove sorge lo stadio in cui quattro anni prima la Francia vinse la prima Coppa. Vivevo in uno studentato dove almeno la metà delle persone non erano studenti, e almeno metà di quelli che non studiavano erano senegalesi. Non fu solo un giorno di festa in quel palazzo anonimo in piena banlieue, fu la rivincita pacifica di un popolo che si riappropriava di un pezzo di sé: sarà che eravamo giovani, e quindi pure felici, anche se magari non lo sapevamo, ma quelle facce appagate mostravano lo stesso sorriso sornione che fai quando tiri gli ultimi dadi della tua partita di RisiKo! ed escono solo 6, e sai che l’obiettivo è raggiunto.

Quel giorno, il mio vicino, Abou, mi disse che avrebbero anche potuto perdere le partite successive per 6-0 e non gliene sarebbe fregato nulla. Il Senegal invece continuò a vincere fino ai quarti di finale, battuto dalla Turchia proprio quando iniziavano a credere nel bersaglio grosso. Ma un mese dopo, un anno dopo, oggi – che di anni ne sono passati venti – a Dakar e negli studentati di tutte le Saint-Denis del mondo con almeno due senegalesi dentro si parlava e si parla ancora di quella vittoria sulla Francia, non della sconfitta con la Turchia. Questione di prospettiva: e vent’anni, se sai vederla, di prospettiva te ne danno tanta.


Il gol decisivo di Bouba Diop contro la Francia nel 2002 (Keystone)

In questo mondo che prova a distribuirci – precompilate – le carte degli obiettivi, si è andati avanti a misurare la felicità con il Pil fino a che una pandemia ha fatto capire a molti che la vera felicità sta altrove. Non a caso, nelle statistiche alternative che non scelgono i soldi, ma altri parametri per dirci quanto siamo felici (illudendosi, tra l’altro, che la felicità si possa calcolare come la pressione arteriosa), escono fuori Paesi poveri e da quiz esotico come il Bhutan o la Costa Rica (che ieri forse è stato davvero il Paese più felice del mondo per un minuto, quando è andata in vantaggio sulla Germania).

Non so nemmeno bene dove indicare il Bhutan se mi dessero una cartina muta, come certi americani non saprebbero trovare la Svizzera, però so che in Bhutan hanno deciso di essere felici senza aver nemmeno mai partecipato a un Mondiale di calcio, e da italiano orfano del secondo Mondiale di fila mi pare impossibile. Ma è la dimostrazione che ognuno è felice non tanto e non sempre per quel che ha, ma per come lo guarda. E la felicità, come la palla del Giappone, non deve essere per forza tutta dove dovrebbe stare: a volte ne basta solo un pezzetto - anche minuscolo - per sentirsi bene, per andare avanti.


Le carte obiettivi del RisiKo! (Twitter)

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