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laR
 
06.02.2022 - 17:48
Aggiornamento: 18:03

Dall’ambizione alla delusione, tutte le emozioni di Marco Tadè

Il 26enne di Tenero torna sul 18esimo posto nel moguls olimpico e sul prosieguo (forse) di una carriera per lui ricca più di bassi che di alti

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Le parole, non sono mai state il suo forte. Marco Tadè ha sempre preferito esprimersi con i fatti, in pista e fuori. Ad esempio allenandosi duramente e facendo tanti sacrifici per diventare qualcuno tra le gobbe. E lo ha fatto, raggiungendo l’élite della Coppa del mondo e mettendosi persino al collo una medaglia di bronzo nel dual moguls ai Mondiali del 2017. O ancora, rialzandosi sia dopo le delusioni, sia a seguito degli infortuni, fattori che nel 2018 si erano uniti in una combinazione micidiale, con la rottura del legamento crociato del ginocchio destro (destino che nel 2015 era toccato al sinistro) che lo aveva costretto a dire addio all’ultimo al sogno di partecipare ai Giochi di Pyeongchang, costringendolo poi a un lungo percorso di riabilitazione. Più lungo e più faticoso del previsto, ma portato a termine superando anche il dramma della perdita del padre. Tutto per continuare a inseguire il sogno olimpico, o meglio l’obiettivo, come lo ha sempre definito lui, ambizioso per natura e incapace di accontentarsi di partecipare – anche a un’Olimpiade –, caratteristica senza la quale difficilmente sarebbe arrivato in Cina. Ma che si trasforma in un boomerang nel momento in cui l’ambizione si scontra con la realtà di una giornata complicata dal profilo mentale ancor prima che tecnico, intensa e talmente ricca di emozioni contrastanti che, una volta spentesi le luci sulla pista e con in mano comunque un 18esimo posto ai Giochi olimpici, rendono difficile trovare le parole per esprimere quello che si ha dentro. In sostanza, tutto.

‘Obiettivo raggiunto in parte, ma volevo di più’

«Sono deluso, ma d’altronde è un po’ la copertina di una carriera lunga 15 anni e piena di delusioni, con qualche lucina qua e là ma soprattutto una lunga pila di obiettivi non raggiunti, come questo». Questo era lo stato d’animo del 26enne di Tenero al traguardo subito dopo la sua ultima discesa di sabato. Ventiquattro ore dopo, gli abbiamo chiesto se la delusione ha lasciato spazio almeno a un po’ di orgoglio per essere comunque riuscito ad arrivarci, alla finale olimpica… «Lo ammetto, purtroppo in questo momento il fatto di aver chiuso tra i 20 migliori al mondo non è che sia una grande consolazione – ci confessa –. È vero, parte del mio obiettivo l’ho raggiunto qualificandomi e partecipando ai Giochi, ma non ho mai nascosto che volevo di più».

Quindicesimo e quindi fuori dai primi dieci posti che valevano l’accesso diretto alla finale giovedì nelle prime qualifiche, il ticinese ha conquistato per il rotto della cuffia il pass per l’ultimo atto comprendente i migliori 20 atleti sabato (proprio ventesimo), prima di chiudere appunto 18esimo la prima delle tre manche di finale (alle altre due hanno avuto accesso rispettivamente solo i migliori 12 e i migliori 6)... «Purtroppo non sono mai riuscito a proporre una discesa pulita, a cominciare dalla qualifica uno, nella quale ho commesso due piccoli errori per i quali i giudici, riguardando anche le prove degli altri atleti, mi hanno forse penalizzato un po’ troppo. Anche nella qualifica due non sono riuscito a effettuare i salti come avrei dovuto e voluto, in particolare sono stato impreciso all’atterraggio, mentre in finale per varie ragioni anche la sciata non è stata del livello desiderato».

‘Tornando indietro non farei nulla di diverso. Il futuro? Vedremo’

La delusione è ancora comprensibilmente presente nelle parole e nella voce di Marco, dove però non trovano spazio più di tanto i rimpianti… «Anche se potessi tornare indietro, a livello di preparazione penso che non farei nulla di diverso, a maggior ragione nella situazione in cui ci siamo trovati a doverci muovere a livello di Covid. Abbiamo fatto quello che abbiamo potuto e non penso che sarebbe cambiato qualcosa modificando determinati aspetti o prendendo decisioni differenti».

Chiuso il capitolo olimpico, bisogna pensare al finale di stagione… «Dovremmo tornare a casa mercoledì, penso che mi prenderò una settimanella di pausa prima di prepararmi per l’appuntamento di Coppa del mondo a Chiesa Valmalenco di inizio marzo (il 12, ndr). Se tutto va bene poi ci saranno le finali di Megève (18-19) e i Campionati svizzeri».

E dopo? «Prima di questa stagione, l’idea era di continuare ancora almeno per un altro anno e poi valutare. Non è però questo il momento per farlo, sarà una decisione da prendere a maggio-giugno, se non addirittura a settembre o novembre, in base a come andrà l’estate e come starò fisicamente, perché il mio corpo non è più messo benissimo. Se è un bene o un male non lo so, ma di certo c’è che amo stare in montagna e amo questo sport, sciare, allenarmi e gareggiare».

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