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19.05.2022 - 16:21
Aggiornamento: 16:53

Greg Ireland a ruota libera

L’Italia, il suo passato, il suo futuro e i suoi pensieri. Lunga intervista con l’ex tecnico del Lugano

Greg Ireland ci accoglie con un grande sorriso nella hall dell’albergo che ospita la sua Italia. Davanti a un caffè, l’ex tecnico del Lugano si mostra come di consuetudine disponibilissimo. «È bello essere qui sul posto, prima dei Mondiali dell’anno scorso fui testato positivo al Covid e dunque dovetti allenare la squadra in remoto dal mio hotel, tramite Zoom ad esempio facevamo le sedute tattiche e le analisi video, non era evidentemente l’ideale. Ovviamente anche qui in Finlandia siamo gli "underdog", ma per un allenatore è bello poter accumulare esperienze diverse, ti forgia, a volte alleni squadre di punta, altre volte invece ti batti esclusivamente per la salvezza. In sostanza la pressione è sempre la stessa, la differenza maggiore è che se sei in una squadra meno attrezzata devi quasi sempre sfoderare una prova quasi perfetta per ottenere un risultato positivo, questa è la sfida più grande. Chiaramente le attese qui sono minori rispetto che a Lugano, dove le aspettative sono alte, dai tifosi sino alla direzione, com’è giusto che sia. Bisogna riuscire a gestire tutti questi fattori, qui con l’Italia non è così».

Già, anche perché l’hockey italiano è ormai da anni in seria difficoltà, i mezzi sono ridottissimi. «È già un miracolo essere ancora nella massima divisione, nel gruppo inferiore ci sono nazioni più potenti, che investono maggiormente e riescono ad aumentare il numero dei tesserati, basti pensare a Ungheria, Slovenia, Polonia per non parlare di Austria e Francia, chiamati a rimpiazzare Russia e Bielorussia. Stiamo provando a costruire qualcosa, un tempo il Bolzano rappresentava l’osso duro e gran parte della struttura della Nazionale, ma ora non è più così. È un club di grande tradizione, ha vinto la Ebel, ha disputato la Champions Hockey League, ma ora anche questa società è in difficoltà. È una battaglia continua per l’hockey italiano, quasi tutti i giocatori della Nazionale guadagnano pochissimo e per vivere devono svolgere altri lavori. In futuro sarà indispensabile formare dei giovani e incoraggiarli, ma appunto in queste condizioni non è per nulla semplice».

Insomma un futuro nebuloso e impervio, oltretutto forse senza Greg Ireland. «Ora mi concentro esclusivamente sul Mondiale, poi andrò a casa e ragionerò sul futuro. Il mio desiderio è di trovare un posto dove possa restare per 5 o 6 anni e costruire qualcosa di serio, un progetto con gente di vedute simili alle mie, con la mentalità giusta e con una vera identità, poco importa se sia in un club o in una squadra nazionale: ma attenzione, avere vedute simili non significa non avere scontri o discussioni. Ci vogliono pure queste discordie al fine di progredire. Tornare ad allenare delle giovanili in qualche college? Non penso, preferisco lavorare con gli adulti. Queste esperienze nelle leghe giovanili canadesi mi hanno aiutato molto una decina di anni fa, mi hanno permesso di capire come funziona la gioventù moderna, come bisogna comunicare con la nuova generazione, ma ci sono troppi fattori esterni che influiscono sull’operato a quei livelli. Parlo di genitori, agenti, tutti fattori che condizionano molto i giovani giocatori».

L’aspetto finanziario non è la priorità per il 56enne. «I soldi non fanno la parte del leone, ad esempio attualmente ho sul tavolo due offerte ben remunerate, eppure esito, non sono convinto che siano l’opzione giusta per il sottoscritto». L’Europa resta la priorità per Greg. «Mi piace molto il Vecchio continente, anche se a causa della pandemia negli ultimi anni spesso sono rimasto solo, dato che la famiglia non poteva venire a trovarmi. In Europa c’è un bel mix di tutte le scuole hockeistiche, è appassionante, ma ovviamente non escludo nulla a priori, se dovesse arrivare l’offerta giusta da Oltreoceano non direi di no. Nella vita non si può mai sapere cosa accadrà, onestamente non avrei mai pensato un giorno di allenare il Bolzano, eppure l’ho fatto. Abbiamo avuto tanti successi, ma ogni giorno era una battaglia con la proprietà un po’ su tutti i fronti e avevamo visioni troppe diverse e con il tempo la situazione è diventata insostenibile».

‘Lugano è la mia seconda casa’

Ireland torna sul suo passato a Lugano. «Me ne andai perché Roland Habisreutinger mi promise un rinnovo di due anni, poi nel momento della verità la proposta di rinnovo fu di solamente un anno e allora rifiutai». Ireland era evidentemente deluso. «Per me Lugano è come una seconda casa, spero di poterci tornare un giorno, mi manca molto e ho lasciato tanti amici. Ho sempre avuto ottimi rapporti con tutti, staff, dirigenti, giocatori e media. Penso che la mia mentalità sia simile a quella ticinese, per questo mi sono trovato così bene. Ho captato tanto rispetto anche da parte dei tifosi dell’Ambrì. Quest’anno mi sono recato a vedere una partita nella nuova pista, in tanti mi hanno salutato. I derby sono qualcosa di unico, ho vissuto ad esempio una finale gara 7 di Calder Cup ad Hamilton davanti a 18mila spettatori, partite di Nhl, anche grandi emozioni, ma il derby ticinese resta il derby ticinese. Poco importa se sia a Lugano o ad Ambrì, l’atmosfera è incredibile, i decibel sono altissimi, per comunicare con i giocatori devi essere breve e gridare forte altrimenti non riesci a capirti. Pur se onestamente, durante un match devi avere fiducia nei tuoi giocatori, la scena è la loro, il coach deve più che altro dare istruzioni al di fuori delle partite e preparare la sfida, questa è la mia filosofia».

Dopo i Mondiali Ireland rientrerà in Canada. «Abitiamo nei pressi di un grande lago e vicino a un campo da golf, andrò a pesca, giocherò a golf, berrò qualche birra, del vino e rifletterò sul futuro. Ammetto che è dura dimenticare però completamente l’hockey, seguo sempre dei corsi online e analizzo dati, insomma senza hockey non so stare. Infine faremo anche qualche viaggetto con mia moglie, ovviamente anche lei riveste un ruolo importante in merito al futuro. Di base però mi dà sempre carta bianca e mi dice di seguire il mio istinto e cuore».

In ogni caso il nativo di Orangeville è una persona felice. «Sono fiero di quanto raggiunto, ho tanti cari amici, colleghi, una magnifica famiglia, ma non sono uno che si accontenta a livello professionale. Sono ancora affamato e giovane, ho tanta voglia di accumulare nuove esperienze e cercare sempre ulteriori traguardi».

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