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‘Il tempo delle scuse è finito. Ora dobbiamo prendere quota’

Alla vigilia del match col Bienne, McSorley sprona i bianconeri. E torna sul progetto di Sierre: ‘Quello riguarda il futuro a lungo termine’

Nel futuro c’è il nuovo stadio in Vallese, ma il presente si chiama Lugano
(Ti-Press)
28 ottobre 2021
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«Il progetto di Sierre? Beh, le sue fondamenta si rifanno a quando il Sierre era il partnerteam del Ginevra Servette – racconta Chris McSorley –. Poi, quando ho lasciato le rive del Lemano per trasferirmi su quelle del Ceresio, in Vallese si è iniziato a parlare concretamente di un nuovo stadio. Non ne ho mai fatto un mistero con i dirigenti del Lugano: con Vicky (Mantegazza, ndr), Marco (Werder) e Hnat (Domenichelli), ne abbiamo parlato fin dalle prime trattative per assumere l’incarico di allenatore dei bianconeri. Ho tenuto a chiarire loro che questo riguardava il mio futuro più a lungo termine. Per la sua realizzazione pratica si parla di cinque-sei anni... A Lugano ho firmato un triennale, e posso comunque garantire che fino alla scadenza del contratto sarò al cento per cento concentrato a svolgere al meglio questo incarico. Quello di Sierre è un progetto sportivo, ma prima ancora un progetto gestionale, che tocca tutta la cittadinanza e coinvolge un gran numero di persone. Le prime a lavorarci saranno le persone incaricate di portare avanti gli aspetti amministrativi, oltre che gli architetti. Io inizierò a occuparmene sicuramente dopo la scadenza del mio mandato a Lugano». Ciò non toglie che quello compiuto mercoledì, per il progetto del nuovo stadio a Sierre sia sicuramente stato un passo importante: «Sì, certo: è stato finalizzato il contratto, mettendo così fine alla prima parte, quella caratterizzata dal lavoro più duro. Ora il... disco passa agli architetti e a chi si occupa del finanziamento dell’opera. Allo stadio attuale, ad ogni buon conto, io non ho alcun ruolo attivo. E così sarà per i prossimi cinque-sei anni almeno».

Chiusa la finestra sul suo futuro, il tecnico dei bianconeri torna a parlare di stretta attualità. Iniziando il discorso dal successo di martedì: «Abbiamo vinto la partita che andava vinta. Dopo il successo con l’Ajoie ho concesso ai miei giocatori una giornata di libero, e all’indomani ci siamo rimboccati le maniche per preparare la prossima sfida. Sfida che si preannuncia particolarmente impegnativa, visto che andremo a rendere visita a quella che ritengo sia la squadra al momento più in forma del nostro campionato». Considerazioni, quelle del 59enne tecnico canadese dei bianconeri, che trovano conferma anche nei numeri, con i Seeländer capaci di incamerare 14 punti nelle ultime sette partite: Davos a parte (sette su sette nelle ultime partite), solo Friborgo e Zugo (per entrambe 15 punti sui 21 disponibili) hanno fatto meglio. «Al di là dei numeri e delle statistiche dell’avversario che ci troveremo di fronte, il morale della mia squadra è alto. Al ritorno al lavoro dopo la giornata libera ho trovato un ambiente sicuramente rasserenato dalla vittoria di martedì, ma al tempo stesso un gruppo concentrato e consapevole ad attenderci c’è un’altra battaglia. Per sperare di battere il Bienne dovremo prestare particolare attenzione alla gestione del disco, mettendo l’avversario in condizione di doversi aprire per cercare di andare a rete. Dovremo inoltre essere estremamente precisi nei check. Non a caso è proprio su questo aspetto che ho insistito nell’allenamento, con tre differenti esercizi. Anche il movimento senza disco deve essere efficace, soprattutto contro il complesso diretto da Törmänen. Ora come ora siamo bravi nel gioco con il possesso del disco, ma quello senza è ancora una sorta di ‘work in progress’. È sempre in evoluzione, e, come un’opera d’arte, la soddisfazione completa non c’è mai. Contro una squadra come il Bienne, che sa fare parecchio male con i contropiedi, dovremo assolutamente fare in modo che simili situazioni non abbiano a verificarsi».

Quali sono le indicazioni positive scaturite dal successo di martedì? «Il possesso del disco. Questo è un aspetto di cui sono stato particolarmente contento nella partita con l’Ajoie: la squadra ha compiuto un bel passo avanti per quel che riguarda il posizionamento sul ghiaccio. Quando attacchi, la posizione della squadra è estremamente importante: troppo vicino al compagno non va bene, troppo distante neppure... Martedì questo esercizio ha funzionato particolarmente bene: la giusta disposizione ha permesso a ognuno di garantire la necessaria protezione e tutto il supporto del caso ai compagni. Quello di confezionare l’abito su misura per la squadra è un processo che richiede parecchio tempo, ma con la prestazione di martedì abbiamo fatto un importante passo avanti: ci siamo quasi. Giocando in questo modo, alla lunga l’avversario avverte un po’ di frustrazione, concedendo tiri, caricandosi di penalità...».

Ma quanto tempo ci vorrà affinché in pista si possa vedere il vero volto del Lugano? «Recuperando diversi degli elementi che ci erano mancati nelle scorse settimane, la squadra ha guadagnato in consistenza. Un mese fa, o giù di lì, per andare a punti era indispensabile che la squadra spendesse ogni goccia di energia, attenendosi alla lettera al gameplan. Era l’unico modo di giocare che avevamo per sperare nel risultato, considerato che il roster era ridotto ai minimi termini. Quando ti mancano cinque, sei o addirittura sette titolari, la mentalità con cui scendi in pista è quella di non permettere all’avversario di batterti, prima che quella di andare sul ghiaccio per inseguire il successo. E nonostante tutto, in attesa del rientro di alcuni dei giocatori assenti, siamo riusciti a fare punti e installarci a centro classifica. L’arrivo di Irving e Hudacek, unito al rientro di alcuni degli infortunati ha ulteriormente ridato tono al nostro lineup. Anche Carr è vicino al ritorno: non sarà a brevissimo, ma Daniel è sulla buona via per il rientro nei ranghi, e lo stesso vale per Loeffel. Stiamo recuperando un po’ tutti i nostri pezzi, e una volta che l’avremo fatto, di scuse per non scendere in pista per andare a caccia dei tre punti non dovranno più essercene». La tempra di McSorley, già nota ai tempi di Ginevra, è comunque quella di un allenatore che pretende parecchio dal suo gruppo. Anche se quest’ultimo è decimato dagli infortuni... «Quello è vero. Come leader, il mio compito è di spronare il gruppo, di far capire ai giocatori che credi in loro, credi nella possibilità di vincere ogni partita, pur sapendo dentro di te che, in tutta onestà, alcune volte per riuscirci servirebbe un’impresa. Ma, appunto, questa fase della stagione ormai ce la siamo lasciata alle spalle: adesso è il momento di far capire ai ragazzi che è tempo di alzare il tiro e prendere quota. Il tempo delle scuse è finito».

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