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laR
 
08.04.2021 - 21:52
Aggiornamento: 22:16

'Qualche passo indietro, ma il sistema è quello giusto'

Per Paolo Duca e l'Ambrì è tempo di bilanci dopo una stagione difficile. 'Siamo stati costretti a rivedere la tempistica, ma la nostra strategia non cambia'

qualche-passo-indietro-ma-il-sistema-e-quello-giusto
'Non nascondo che saremmo voluti entrare nel nuovo stadio con la terza fase già alle spalle, ma la pandemia ci ha frenati nell'ultimo passo' (Ti-Press/F.Agosta)

Ambrì - Pare una piscina, la vecchia Valascia. Intrisa d'acqua com'è, in un inverno scivolato via dopo che gli addetti alla pista hanno spento le macchine un'ultima volta, prima del definitivo trasferimento in quella che sarà la futura casa dell'Ambrì. «Ma non chiamatela nuova Valascia, mi sono sempre opposto, anche se vien spontaneo chiamarla così: quel nome è legato fisicamente a questo luogo, a questa storia, ed è vero che vorremmo trasportarne spirito ed emozioni nel nuovo stadio, ma sarà un'esperienza nuova» dice il presidente biancoblù Filippo Lombardi, dando uno sguardo oltre alle vetrate nella conferenza stampa che mette il punto finale alla stagione biancoblù. A cui, suo malgrado, il numero uno dell'Ambrì deve presentarsi in ritardo dopo essere rimasto bloccato all'incontro con i vertici di quella Swiss League che ancora tutti chiamano Lega nazionale B, per vedere di risolvere la questione Ticino Rockets («andiamo lentamente avanti, e pur se non c'è nulla di definito la situazione appare migliore di quanto potesse sembrare un paio di mesi fa», spiega).

Un Lombardi che, entrando nel vivo del suo intervento, prende le difese dello staff tecnico biancoblù. «Qualcuno m'ha chiesto perché settimane fa avevo sentito il bisogno di scrivere una lettera aperta ai tifosi, e vorrei ricordarne i motivi. La scorsa estate, quest'uomo (spiega, indicando alla sua sinistra il direttore sportivo Paolo Duca, ndr) arriva e mi dice: 'capo, dobbiamo ingaggiare un difensore straniero'. La risposta fu che con una situazione pandemica del genere bisognava andarci cauti, e alla fine la decisione fu di tenere in qualità di quarto straniero quel Jiri Novotny inizialmente assunto per giocare a Biasca. Fosse stato per Paolo o per Luca (Cereda, ndr), invece, qualcun altro magari sarebbe arrivato. Stessa cosa dopo il serio infortunio occorso a D'Agostini: la risposta del Consiglio d'amministrazione è sempre stata che non si poteva tornare sul mercato, perché non eravamo in grado di farlo. Ecco il motivo per cui, di fronte ad alcune critiche, mi sono sentito di dover scendere in campo per difendere lo staff tecnico: alcune importanti decisioni, che hanno sicuramente fatto perdere quei punti che sarebbero bastati per arrivare ai pre-playoff, per non dire oltre, sono state prese dalla società, non dallo staff tecnico. Ci siamo dovuti dire: 'siamo a rischio, quest'anno più che mai, quindi stringiamo i denti e veniamone fuori con la perdita più contenuta possibile».

'Lontani dall'aver chiuso i conti, ma credo che riusciremo ad avere una perdita contenuta'

Stando al suo presidente, l'Ambrì ora è sulla buona strada. «Naturalmente siamo lontani dall'aver chiuso i conti, tuttavia credo che quest'anno riusciremo ad avere una perdita contenuta. Ma oltre al ringraziamento nei confronti di chi vorrà capire la posizione dello staff tecnico, ne aggiungo un secondo alla disponibilità all'autoriduzione salariale non solo da parte dei giocatori, ma pure di tutto lo staff e dei dirigenti della parte amministrativa e della società. Èd è una riduzione importante perché, in taluni casi, si arriva fino al 22%».

In una stagione del genere, però, naturalmente a essere state messe a dura prova non sono state solo le casse, bensì pure la concezione stessa del lavoro che sta alla base del nuovo corso biancoblù. «Quattro anni fa - spiega il 'diesse' Paolo Duca - vi avevamo presentato il progetto di tornare a essere un club formatore d'eccellenza, parlandovi del tipo di hockey che volevamo giocare per sfruttare le caratteristiche tipiche dei giovani, ovvero intensità, velocità e spensieratezza, raccontandovi della determinazione a riportare sul ghiaccio quella combattivita andata un po' persa nelle stagioni precedenti. Il piano che avevamo presentato prevede una prima parte in cui volevamo ritrovare i valori e i principi societari, e dal punto di vista sportivo cementare lo stile di gioco scelto e le abitudini nel lavoro quotidiano; il passo successivo era consolidare questi cambiamenti per poi pian piano, un passo alla volta, secondo la lunghezza delle nostre gambe, e non di più, costruire su fondamenta forti e stabili, anche grazie alle opportunità che ci offrirà la nuova pista. Non nascondo che avremmo voluto entrare nel nuovo stadio con questa fase già alle spalle, ma la pandemia ha purtroppo frenato questo ultimo passo. Anzi, oserei dire che ci ha costretti a fare qualche passo indietro. Però va bene così. Non si può controllare tutto nella vita. La nostra strategia, tuttavia, non cambia: abbiamo dovuto rivedere la tempistica dell'implementazione di questo piano, non i contenuti. Quando a luglio è diventato chiaro che non avremmo potuto giocare davanti al pubblico come in una stagione normale abbiamo ridefinito le priorità societarie, e quella assoluta era, è e rimarrà la sopravvivenza del club, e questa decisione ha avuto delle conseguenze anche sulle scelte sportive, limitando le spese e rinunciando allo straniero in difesa, ma direi che abbiamo vissuto queste circostanze imposte come un'ulteriore opportunità. Facendo come sempre di necessità virtù, dando ancor più responsabilità ai giovani».

Ciò che, tuttavia, non è bastato a evitare il penultimo posto. «Quello della classifica è senz'altro un punto negativo – ammette il coach Luca Cereda –, e il fatto di essere arrivati così vicini al decimo posto significa che era fattibile, nonostante il contesto. Poi, alcuni risultati singoli, penso alle 5 sconfitte in 6 partite con il Rapperswil, hanno avuto un impatto fondamentale, compresi i derby tutti persi e pure l'ultima partita alla Valascia». Tra i molti dati elencati da Cereda, ce ne sono tre che spiccano sugli altri: l'efficacia al tiro, appena del 6,46% («un dato che ci deve fare riflettere: da dieci anni nessun'altra squadra aveva una percentuale così bassa», spiega), il penultimo posto di tutta la Lega nella graduatoria dei tiri nello slot (616, contro una media di poco inferiore a 700) e il primo nella classifica dei gol subiti in situazione di superiorità numerica («ben dieci, e dieci sono troppi», aggiunge»).

'Per il nostro tipo di hockey sono fondamentali allenamenti e pianificazione'

Il lavoro, insomma, non mancherà. Pur se lo staff tecnico biancoblù ha le idee ben chiare. «Abbiamo individuato alcuni aspetti che vogliamo e che dobbiamo migliorare per fare un passo avanti, che si possono riassumere nell'efficacia sotto porta, l'eccessivo numero di penalità subite e il miglioramento, anzi direi lo sviluppo, del cosiddetto 'killer instinct': quante volte eravamo lì, e poi mancava qualcosina? Per migliorare questi aspetti dobbiamo crescere nella qualità, sia degli allenamenti, ma se possibile anche dell'effettivo, sempre nel limite delle nostre possibilità. Usciamo da quest'analisi con la convinzione rafforzata che il sistema scelto è quello giusto per l'Ambrì, ma pure con la consapevolezza che per giocare questo tipo di hockey sono fondamentali allenamenti e pianificazione, provando a diminuire un pochino gli infortuni che ci penalizzano, e per farlo siamo sempre all'avanguardia sulle tecniche d'allenamento, dotandoci di un sistema di rilevamento delle prestazioni anche in allenamento, sui carichi di lavoro, che abbiamo iniziato a utilizzare dopo la seconda quarantena e che vedremo di migliorare nel nuovo stadio grazie alla tecnologia».

Poi Duca conclude citando Winston Churchill: «"Il successo non è definitivo, l'insuccesso non è fatale: l'unica cosa che conta davvero è il coraggio di continuare", ed è con questo spirito – aggiunge – che continueremo a lavorare duramente per questo Ambrì».

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