Ai tempi del Berna (Ti-Press/D. Agosta)
Hockey
24.11.2018 - 17:200

Renato Tosio 'The wall'

Uno dei portieri più celebri del nostro campionato ('Il mio idolo era Alfio Molina') riconosce un po’ del suo stile nel bianconero Elvis Merzlikins

Nomi che vanno, nomi che vengono. Ma ci sono anche nomi che restano. Nomi che scrivono parte della storia dell’hockey, che anche ad anni di distanza vengono ricordati e celebrati. Gente che, al termine della loro lunga carriera sulle piste della Svizzera, viene promossa a una sorta di pietra miliare di questo o quel club, e il cui numero, proprio per rendere eterne le loro gesta, viene ritirato. Mai nessun altro giocatore, nella storia di quella società, potrà vestire il loro numero. Quasi a voler dire che mai nessuno potrà emularle o affievolirne il ricordo. Uno di questi è senza dubbio Renato Tosio, indimenticato e indimenticabile portiere del Berna tra il 1987 e il 2001. Ancora oggi, a 54 anni e a 17 dal suo pensionamento da giocatore, il portiere di origine sangallese (nato a Wil) viene sovente citato tra i portieri che hanno fatto la storia dell’hockey svizzero. Non deve allora sorprendere più di tanto se a difesa della porta delle Swiss Legends in occasione della recente sfida con il Dream Team Ticino andata in scena alla BiascArena ci fosse proprio lui. Che, nonostante gli ormai 54 anni (compiuti venerdì), quella porta la presidia come ai vecchi tempi, muovendosi con agilità e con quello stile che già fu suo ai tempi d’oro. Spettacolare, pittoresco ma anche efficace. La capatina in Ticino gli riporta alla mente quelle epiche partite con la maglia degli Orsi a sud del San Gottardo. «Già... le trasferte in Ticino erano sempre ostiche. Vincere alla Valascia o alla Resega non era mai facile – ricorda Renato Tosio –. Anzi, il più delle volte tornavi a casa con le pive nel sacco». Ma non andò così nella stagione 1988/89, quando Tosio e il suo Berna festeggiarono il titolo proprio sulla pista del Lugano: «È vero anche questo. Quello è probabilmente il ricordo più bello che ho delle partite giocate in Ticino. Quel titolo è stato qualcosa di straordinario. Ce l’ho ancora ben presente nella mia testa, e non penso che lo scorderò mai». Il primo di quattro titoli vinti da Tosio (che poi si ripeté 1990, 1991 e 1997). «Quasi per tutti, il primo titolo è quello più emozionante. E così è anche per me». Ma di ricordi, il grigionese ne ha anche parecchi legati alle partite alla Valascia: «Moltissimi. Ma ricordo soprattutto che in casa dell’Ambrì Piotta era difficile andare a punti. Le partite erano sempre intense, con una cornice di pubblico spettacolare». Il nome di Tosio era rispuntato... la scorsa primavera ai Mondiali in Danimarca, quando alla vigilia della sfida inaugurale della Svizzera contro l’Austria, in sede di presentazione della partita, il tecnico della Nazionale Patrick Fischer, per non scoprire le sue carte, con un mezzo sorriso aveva chiuso la conferenza stampa annunciando che in porta avrebbe giocato... Tosio. «Non mi stupisce che Patrick abbia detto così – si schernisce Renato Tosio –. Personalmente non lo avevo sentito, ma tra me e Patrick c’è sempre stato un ottimo rapporto. Sulle piste svizzere le nostre strade si sono incrociate più volte, ma unicamente da avversari. Ci siamo però ritrovati diverse volte in Nazionale e c’è sempre stato un buon feeling fra noi. Se gli sono tornato in mente in Danimarca, agli scorsi Mondiali, non può che farmi piacere».

'Il mio rimpianto? La Nhl'

‘Il mio rimpianto? La Nhl’ La Svizzera è sempre stata un’isola felice in fatto di portieri. Parecchi quelli di caratura internazionale che sono cresciuti sulle nostre piste. Alcuni dei quali hanno poi fatto il grande salto varcando l’Atlantico e facendo pure fortuna in Nhl. «Ai miei tempi il campionato nordamericano non era così accessibile per un giocatore svizzero». In chi si riconosce Renato Tosio nei portieri che attualmente calcano la ribalta del campionato svizzero? «Merzlikins. Ma pure altri, come Genoni, Hiller e Berra». E quali erano i suoi idoli? «Uno dei miei primi idoli è stato Molina. Io ero ancora giovanissimo, e giocavo nel Coira. Ricordo Alfio, con la sua caratteristica maschera e il suo stile. È stato un grande portiere. Poi ce ne sono stati altri, come Olivier Anken o Richard Bucher». Detto dei colleghi, intesi come portieri, parliamo allora dei giocatori. Chi era quello che Tosio temeva maggiormente? «Ce ne sono stati parecchi durante la mia carriera. Se ripenso ai miei tempi migliori, quelli che più temevo quando si presentavano di fronte a me con il disco incollato al bastone erano i vari Johansson o Waltin, due grandi giocatori. Ancora prima, alle mie primissime esperienze da professionista, quello che temevo forse di più era Eberle. Nel finale di carriera ho poi avuto il mio bel da fare con Streit, che però, per mia fortuna, è ancora diventato più forte quando avevo già chiuso la carriera. Pensando agli attuali giocatori svizzeri, uno che mi avrebbe dato assai filo da torcere è senza dubbio Roman Josi. Così come Niederreiter, pure lui un cliente pericoloso per qualsiasi portiere». Riuscirebbe Renato Tosio a immaginarsi in un campionato come quello attuale, cioè col tipo di hockey che viene proposto oggi sulle piste di National League? «Se dovessi giocare oggi, ma con la medesima forma dei tempi migliori, forse non sarei al top, ma avrei comunque le carte in regola per provare l’avventura in Nhl. In una carriera in cui ho vinto e fatto quasi tutto, c’è pure posto per qualche rimpianto. E il più grosso è sicuramente quello di non aver mai avuto l’opportunità di giocare in Nhl». Parlando ancora di dispiaceri: qual è la rete incassata che ricordi con più amarezza? «Capitò a Zugo, nel prolungamento di una partita di playoff. Quando venni trafitto nell’ultimo minuto dell’overtime».

‘Mi prefiggevo un obiettivo e facevo di tutto per provare a raggiungerlo’

Un muro. Rimasto in piedi, a difesa della porta del Berna, dal 1987 al 2001. È il 20 marzo 2001, contro il Lugano (in gara 6 delle semifinali, con rigore decisivo segnato da Jean-Jacques Aeschlimann) che cala il sipario sulla lunga carriera di Renato Tosio, dopo 726 partite nel massimo campionato, che diventano 870 se si sommano quelle giocate in quello cadetto (con il Coira, unica altra squadra nella quale ha militato oltre al Berna e con cui ha esordito in Lna nella stagione 1984/85. Lunga anche la sua carriera in rossocrociato, con 183 convocazioni (145 le partite da titolare). Chiusa la carriera agonistica, Renato Tosio è comunque rimasto legato al mondo dell’hockey, che lo vede dal 2016 attivo quale assistente allenatore degli Juniores del Coira. Nel suo palmarès personale, oltre ai quattro titoli svizzeri, trovano spazio 4 trofei Jacques Plante, premio riservato al miglior portiere del campionato. Premi costruiti a suon di shutout. Addirittura cinque quelli che aveva collezionato nella sola stagione 1991/92 (quando ancora a comporre il massimo campionato erano 10 squadre e la regular season si giocava su 10 squadre). Un altro singolare primato tutto suo è quello delle 732 partite di Lna giocate da titolare senza nemmeno saltarne una tra il 23 febbraio 1985 e il 20 marzo 2001. «Ho sempre cercato di essere al meglio della forma personale. Ero un portiere ambizioso: mi prefiggevo un obiettivo e facevo di tutto per cercare di raggiungerlo. Cercavo di fare sempre un passo in più, di migliorare. Per questo mi allenavo con impegno e attenzione, ed è uno dei motivi per i quali in carriera non ho mai sofferto di infortuni seri». Cinque i Mondiali disputati nel Gruppo A, altrettanti nel Gruppo B e due Olimpiadi (Calgary 1988 e Lillehammer 1992). Si parla, a Coira, della situazione del Davos? «Ovviamente. Da come la vedo io è molto delicata. Le qualità alla squadra non mancano: ora come ora è più un blocco mentale che altro. È una crisi generale, ma che tocca un po’ tutti anche individualmente. In uno sport individuale, se uno cambia, cambia anche il risultato. Ma nel caso del Davos, sono venti individualità e più che devono fare quel ‘clic’. È un problema di non facile e nemmeno immediata soluzione». Qual è l’auspicio di Tosio per il futuro? «Per me personalmente, quello di restare in salute e in forma il più a lungo possibile. Per l’hockey svizzero, beh, che possa svilupparsi ulteriormente e tenere il passo con le migliori nazioni. È vero, abbiamo vinto l’argento agli ultimi Mondiali, ma non possiamo adagiarci sugli allori».

 
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