BENCIC B. (SUI)
1
CIRSTEA S. (ROU)
1
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EURO 2020
12.07.2021 - 18:37
Aggiornamento: 19:14

‘L'Italia è regina, ma il futuro parla spagnolo’

Davide Morandi analizza il torneo: ‘Azzurri, titolo meritatissimo in un torneo di alto livello. Svizzera, grande gruppo ma adesso l'asticella si è alzata’

Tre anni sono stati sufficienti per una rivoluzione di uomini e di idee in grado di trasformare in regina d'Europa chi era stato cacciato con ignominia dal contesto internazionale. L'Italia del 2018 non era riuscita a qualificarsi per i Mondiali in Russia, superata in modo chiaro nella fase a gironi dalla Spagna e presa a calci dove non batte il sole dalla Svezia nello spareggio; quella del 2021 è salita sul trono continentale regalando l'ennesima delusione a chi il calcio l'ha inventato, ma che dal 1966 non colleziona che sberleffi.

Euro 2020 ha chiuso i battenti e già si guarda al prossimo appuntamento, i Mondiali in Qatar, in calendario tra 16 mesi. Ne abbiamo parlato con il neo-tecnico del Kriens, Davide Morandi.

Il giudizio sull'Europeo

«Il giudizio principale che mi permetto di dare è che è stato un torneo di alto livello, giocato ad alta intensità, con delle innovazioni, soprattutto per Nazionali che storicamente proponevano un calcio differente, e qui penso in primo luogo all’Italia. Tra le squadre che mi hanno colpito, citerei la Danimarca, indipendentemente dal fatto di aver raggiunto le semifinali. A mio modo di vedere è emerso il fatto che la capacità tecnica delle giocate decisive diventa sempre più importante perché è sempre più limitato il tempo a disposizione per ragionare, per cui tutti i giocatori devono essere in possesso di un livello tecnico altissimo. E qui penso alla sfida tra Italia e Belgio, con giocate tecniche risultate decisive, o alle due reti del Belgio contro Danimarca, espressione della tecnica pura legata all’azione offensiva, o ancora all’Inghilterra e alla sua capacità di creare occasioni da rete arrivando sempre in area con il pallone rasoterra».

Si temeva un torneo deludente

«Proprio perché nell'ultimo anno e mezzo si è giocato molto per recuperare il tempo perso con il lockdown, la preparazione per l’Euro è stata soprattutto rigenerativa. Le Nazionali che avevano in previsione di arrivare in fondo non hanno fatto un grande lavoro fisico, ma un lavoro molto coscienzioso, mirato e personalizzato. Sul piano fisico, allenamenti collettivi ritengo non ne abbia fatto nessuno, ma ci si è concentrati sui singoli giocatori, a dipendenza del carico fatica che ogni giocatore si portava dietro. Di conseguenza, mi sembra chiaro che in casa Svizzera, Shaqiri e Rodriguez abbiano lavorato di più rispetto a Freuler o Xhaka. E quanto questa preparazione mirata abbia fatto bene, è dimostrato dall'Inghilterra, giunta fino in fondo quando di norma i suoi giocatori arrivavano a Euro e Mondiali sempre cotti da una stagione lunga e logorante sia dal profilo fisico, sia da quello mentale».

Al tecnico Davide Morandi Euro 2020 ha detto che...

«Ha detto che il possesso palla, checché se ne dica è comunque importante perché ti permette di gestire bene le situazioni di gioco. A maggior ragione considerando che con la costruzione da dietro permette di allungare la squadra di 60 metri in fase offensiva edi avere maggiori spazi nella zona centrale del capo, dove, se giochi bene la tua superiorità numerica, il pallone l’avversario non lo vede mai. La Spagna è l’emblema di questo approccio: che negli anni è sempre stato propositivo, ma questa volta tiki taka è stato applicato in maniera molto razionale, con l'utilizzo sistematico dell'ampiezza del campo. Il possesso palla, dunque, è ancora importantissimo, ma addirittura fondamentale è la capacità di transizione tra riconquista palla e la fase offensiva. In questo esercizio, l'Italia contro la Spagna è stata fenomenale». 

Il trionfo dell'Italia

«È stato assolutamente meritato. Se bisogna cercare la squadra più meritevole, si può affermare senza patemi d'animo che ha vinto quella che, nel complesso, sulle 7 partite giocate ha sempre offerto il miglior calcio. Che poi sia passata con la Spagna ai rigori, che abbia superato Austria con difficoltà e che in finale abbia ancora avuto bisogno dei tiri dagli undici metri è un dato di fatto. Così come è innegabile che contro l'Inghilterra ha comunque dominato la partita. Pensiamo a che Italia sarebbe stata se avesse potuto schierare potuto schierare un Lukaku o un Kane: avrebbe vinto tutte le partite con tre reti di scarto. Nel complesso, aveva il portiere più forte (Donnarumma), il regista migliore (Jorginho), l’esterno sinistro più in forma (Spinazzola), un gioco d’assieme superiore a molte altre squadre. Non c’è nessuno in Europa che possa dire che il successo dell’Italia non è meritato».

La sorpresa

«L’Italia non lo era. Ho visto dal vivo la partita con la Turchia e mi sono detto che per il gioco espresso sarebbe arrivata in finale. L’unico dubbio era che fossero arrivati con troppo anticipo all'apice della forma e in effetti qualche elemento (Barella) alla fine ha iniziato a pagare. La squadra che davvero non mi aspettavo sui quei livelli e i cui risultati non hanno nulla a che veder con il dramma di Eriksen, è stata la Danimarca. È riuscita a mettere in campo il giusto equilibrio tra una difesa solida, una fase di pressing in zona 2 di grande livello e davanti un gruppo di giovani davvero forti. Che poi siano usciti con Inghilterra in semifinale è un peccato, ma rimango convinto che la finale più giusta fosse proprio Italia - Inghilterra».

Qatar 2022, le prospettive

«Vedo benissimo la Spagna. È una squadra tanto giovane, a differenza dell'Italia che rischia di arrivare ai Mondiali un po' in là con l'età, per quanto sono sicuro che mancini, con la sua abilità, saprà trovare le giuste contromisure. La Spagna ha un futuro, nonostante sia una squadra priva di grossi nomi, a parte Busquets che probabilmente in Qatar non ci sarà più. È una squadra con qualità eccelsa, all’immagine del 18enne Pedri. Ha il futuro davanti a sè. L’Inghilterra, per contro, deve riuscire a metabolizzare la cocente delusione di domenica. Quando ho visto entrare Rushford e Sancho a un minuto dalla fine dei supplementari, mi sono detto che sarebbero stati loro a sbagliare il rigore. Erano designati per far fronte all'impegno, ma come puoi entrare nella finale di un Europeo, davanti a 60’000 spettatori, con un minuto nelle gambe e avere una responsabilità così grande. È quasi impossibile, la tensione è ingestibile. Del resto, Southgate lo ha ammesso: è colpa mia, non dei giocatori. Tra l'altro, chi calcia alla sinistra di Donnarumma ha l’80% di possibilità di farsi parare il rigore. Non ha perso quello di Maguire perché indirizzato nel sette, ma contro Spagna e Inghilterra ha dimostrato che sulla sinistra è quasi imbattibile».

Le delusioni

«In un contesto come quello di quest'anno, era difficile aspettarsi di più da qualcuno. Alla fine, alla fsse a eliminazione diretta sono arrivate le migliori. Al di là della Germania, alle prese con problemi interni e con la necessità di una ricostruzione, la principale delusione, tra quelle che potevano essere considerate le outsider, è stata la Polonia, perché con giocatori di quel livello non puoi fare così tanta fatica».

Svizzera, missione compiuta?

«La Svizzera ha dimosttrato come unione del gruppo faccia la differenza. Trovo che quest’anno la grande forza sia stata il gruppo, non le individualità che comunque ci sono (Zuber, Xhaka, Sommer…). E il gruppo più forte è stato lo staff. Non perché si tratta di un ticinese, ma la presenza di una figura come Pier Tami ha cambiato radicalmente l’approccio della squadra verso l'esterno e dell'esterno verso la squadra. Tami ha gestito benissimo tutti i problemi nati, dai capelli di Xhaka e Akanji, alla questione del tatuaggio, senza timore di ammettere gli errori. Il rapporto con la stampa è molto migliorato, ma ancora di più il rapporto verso il pubblico: si danno più informazioni, si rende la Nazionale molto più visibile verso l’esterno e questo trovo sia un bene. Del resto, la differenza è stata fatta scendendo dall'aereo con le magliette raffiguranti la bandiera svizzera: una dimostrazione di senso d’appartenenza che va al di là dell’inno cantato o non cantato. Un bel passo avanti. Il grossissimo peccato è il non essere riusciti a passare con la Spagna: quella partita, giocata per così tanti minuti in 10, ha ulteriormente innalzato il livello di coesione del gruppo, perché non resisti tanto a lungo alla Spagna se dentro non hai dei forti valori. Chi in questo momento critica Svizzera sbaglia, ma è vero che adesso bisogna ripartire da quel quarto di finale/quasi semifinale, direzione Qatar. L’asticella si è ulteriormente alzata. A settembre averemo subito una partita importante con l’Italia a Basilea. Fallirla non sarebbe positivo, per contro giocarla come va giocata, a prescindere dal risultato finale e contro una squadra alla quale la fame non sarà certo passata, significherebbe che ci siamo definitivamente stabilizzati su uno standard di rendimento elevato».

Arbitri e VAR

«Il VAR è stato una delusione. Si è deciso che doveva intervenire pochissimo, ma fatto così non serve. La decisione di concedere il rigore a Sterling contro la Danimarca, quando in campo vi erano due palloni, è assolutamente inaccettabile. Si ferma il gioco su una rimessa laterale perché in campo vi sono due palloni e su un rigore che determina l'accesso alla finale di un Euro non si interviene? Incomprensibile. Per contro, gli arbitri si sono dimostrati di altissimo livello come personalità, presenza, capacità dialettica. In tutto l’Euro non si sono fatti sfuggire di mano una sola partita. Pur commettendo errori, hanno una tale personalità da poter condurre in porto la partita senza problemi. Kuipers in finale è stato stratosferico. Gli errori fanno parte del gioco, anche da parte degli arbitri e il fallo di Freuler contro la Spagna poteva non essere fischiato come rosso, ma nel complesso le loro prestazioni sono state di livello altissimo. I fischietti del giorno d'oggi, dimostrano sempre più di essere grandi atleti: noi analizziamo i chilometri percorsi dai giocatori, ma non guardiamo mai a quelli degli arbitri, sempre nel vivo delle azioni, con la necessità oltretutto, nel bel mezzo dello sforzo fisico, di mostrare grande reattività cognitiva per valutare le situazioni e fischiare a tempo debito».

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