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02.07.2021 - 05:25
Aggiornamento : 12:42

Perlomeno, San Pietroburgo griderà ‘Hopp Suisse’

La città (disegnata da un ticinese) che ospita il quarto di finale tra Svizzera e Spagna vive un'impennata dei casi di Covid e una mentalità nichilista

di Giuseppe D'Amato
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Mosca – Stasera nel quarto di finale dell’Euro tra Svizzera e Spagna che si giocherà a San Pietroburgo, i russi tiferanno per la Nati. Il prologo lo si è avuto lunedì sera, quando il commentatore della tivù federale ha gridato a conclusione della partita con la Francia un liberatorio “Hopp Suisse”. Per tutto il match il giornalista aveva tentato di nascondere le sue simpatie elvetiche: da una parte, è vero, era uno scontro tra Davide e Golia, ma dall’altra sono tanti i legami che uniscono la Russia e la Svizzera. E ammirare la nazionale rossocrociata a San Pietroburgo, dopo i disastri di quella di Cherchesov (che ha chiuso all’ultimo posto il girone B), è per di più motivo di soddisfazione.

Fondata da Pietro il Grande, disegnata da un ticinese

La “capitale degli zar” è stata fondata da Pietro il Grande nel 1703, ma è stato l’urbanista e architetto ticinese Domenico Trezzini (originario di Astano) a disegnarla. Tutti i primi edifici del centro, costruito tra le paludi del golfo di Finlandia, sono suoi: la fortezza (con la cattedrale) dei santi Pietro e Paolo (embrione della futura città), il Palazzo d’estate di Pietro il Grande, i Dodici collegi, il monastero di Aleksandr Nevskij. Per l’anniversario dei 300 anni della fondazione la Confederazione svizzera ha regalato alla città degli orologi con lo scudetto rossocrociato su fondo bianco, che ancora oggi fanno bella mostra sul Nevskij prospekt, la storica arteria di una città capitolina che conta quasi 5 milioni di abitanti e immense periferie, eredità del passato sovietico.

Il nuovo stadio è stato il fiore all’occhiello dei Campionati del mondo di Russia 2018. Qui gioca lo Zenit, la squadra della Gazprom, amata dai “potenti” del Paese. La capacità dell’impianto, affacciato sul golfo di Finlandia, è stata ridotta (sotto al 50 per cento, con il picco di spettatori toccato a quota 26’264 presenze per Belgio-Russia) dopo che la curva delle infezioni Covid in Russia si è impennata una ventina di giorni fa al termine di una primavera tranquilla. Ridotti sono stati anche la “fan Zone” e il Parco tematico. Le autorità promettono che faranno rispettare meglio, oggi, le misure di sicurezza come il distanziamento sociale e l’uso delle mascherine, non come avvenuto nelle partite precedenti. Nell’ultimo bollettino, in città sono emerse 1’612 nuove infezioni con 115 morti, mentre da inizio pandemia le persone ammalatesi sono state un po’ più di 471mila. In giro quasi nessuno porta la mascherina. Il problema è più che altro psicologico.

‘Il mondo sta morendo di coronavirus? Noi non ci crediamo’

«Ci vogliono raccontare che il mondo sta morendo per il Covid, ma noi non ci crediamo. È la solita storia». Roman è un uomo d’affari. È colto, ha viaggiato, ha fatto grandi esperienze. Ma quando si entra in certi discorsi esce fuori anche in lui quell’atteggiamento tipico dei russi definito dal governo federale come “nichilismo”. Solo il 15 per cento della popolazione federale si è finora vaccinato. Il dato è sorprendente, poiché la Russia è stata in dicembre il primo Stato al mondo a mettere a disposizione della sua gente un vaccino e storicamente è un Paese leader in questo campo. «Non mi fido. Meglio aspettare», è il giudizio di troppe persone. Le autorità russe sono così corse ai ripari da una settimana a questa parte: per intere categorie di lavoratori vaccinarsi è diventato obbligatorio per legge. In tivù, alla radio, sui tabelloni pubblicitari l’invito a farlo è pressante. «Se Vova (diminutivo di Vladimir, ndr) se ne fosse stato zitto, forse metà della popolazione si sarebbe già vaccinata», commenta Anna. E sui giornali il tema “è questa una forma di protesta?” viene dibattuto. Si sa, i russi fanno quadrato quando la Patria-potenza è in pericolo, tutti votano per il leader turandosi il naso, ma per il resto ognuno fa per sé. Per mesi le stazioni di vaccinazione sono rimaste vuote, adesso, da qualche giorno (dopo l’annuncio delle restrizioni) visitatori in più ce ne sono. «In un Paese – spiega Roman – in cui l’80% delle persone crede ai medium e ai maghi non c’è da rimanere sorpresi».

Dal cocktail di vaccini ai certificati falsi

Ma non tutti sono così. La dottoressa Mascia dopo le prime due dosi dello Sputnik in dicembre – quando verrà il momento – penserà a un terzo richiamo, facendo il cocktail con l’altro vaccino russo, il CoviVak dell’Istituto Chumakov. Il mercato dei certificati di inoculazione falsi ha ora ripreso vigore. Costo 2mila rubli (circa 23 euro) cadauno. “Mica possiamo morire per il potere”, è la giustificazione più ripetuta sui giornali. Ma i sistemi anti-falsificazione sono migliorati. Un’altra modalità usata per aggirare il problema è corrompere il sottopagato personale paramedico e ottenere il certificato senza fare l’antidoto.

A San Pietroburgo oggi ci saranno 22 gradi. Tenendo le distanze con le mascherine e senza abbracciarsi troppo, i rischi sanitari vengono ridimensionati. E tanti russi – se può confortare – grideranno “Hopp Suisse”.

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