Ciclismo

Gps e radio in cerca di maggiore sicurezza

Domenica si commemora il secondo anniversario della morte della giovane Muriel Furrer. Fra sperimentazioni e dispute, il problema non è però ancora stato risolto

Gps e radio in cerca di maggiore sicurezza
(Keystone)
24 settembre 2026
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Le immagini di quella triste giornata di fine settembre continuano a far venire la pelle d’oca. Una foto in bianco e nero della giovane Muriel Furrer appare sul maxischermo, circondato dalle calme acque del lago di Zurigo, sotto una pioggia battente. Le persone si riuniscono attonite, abbassano la testa in segno d’incredulità e rimangono in rispettoso silenzio. Avrebbe dovuto essere una festa del ciclismo, ma la prematura scomparsa della zurighese ha cambiato (giustamente) tutto. La rassegna iridata non è più stata la stessa. Domenica, quando a Montréal si terrà la prova in linea maschile che metterà la parola fine sulla 99esima edizione dei Mondiali, cadrà il secondo anniversario della morte di Muriel. A quanto pare, però, poco è cambiato in materia di sicurezza.

Dalla prossima stagione, lungo il finale – 200 metri – di ogni corsa, dovranno essere installate delle speciali barriere di protezione. Una misura che riporta volenti o nolenti alla mente il terribile incidente di Fabio Jakobsen in occasione del Giro di Polonia, quand’era finito sulle transenne a più di ottanta chilometri orari rimanendo in coma due giorni. Non abbastanza per abbassare il tasso di mortalità. Sì, perché l’accelerazione dell’Uci sull’obbligo di munire ogni veicolo e bicicletta di localizzatori Gps ha fatto scoppiare un conflitto fra la massima istanza e le squadre... arenandosi. Una situazione di stallo, causata da controversie su responsabilità e uso commerciale dei dati raccolti, che rappresenta un fallimento per David Lappartient.

Il presidente, infatti, aveva insistito per un’attuazione rapida. Una presa di posizione giunta proprio a seguito della scomparsa di Muriel poiché, in assenza di testimoni, nessuno si era subito accorto della (sua) assenza. Dopo un’ora e mezza era stata trovata in un bosco e, il giorno seguente, era stata dichiarata morta. Per evitare che una simile fatalità si ripetesse, sono dunque state rispolverate alcune delle vecchie proposte in materia di sicurezza. Come, appunto, munire ogni corridore di un Gps che avrebbe permesso di lanciare immediatamente l’allarme. La presenza di localizzatori e il tracciamento in tempo reale sono positivi, ma non possono azzerare il rischio. E, non da ultimo, non esistono linee guida capaci di mettere tutti d’accordo.

È impossibile, o quasi, chiudere ogni viuzza lungo il tracciato

A circa un anno dal tragico incidente di Zurigo, non a caso è scoppiata la polemica. Durante il Tour de Romandie femminile l’Uci ha chiesto a ogni squadra di munire almeno una bicicletta di un trasmettitore Gps. La questione della responsabilità come della ‘destinazione’ dei dati raccolti non era tuttavia stata chiarita. Più squadre hanno preteso «cooperazione invece di vincoli» e cinque di loro hanno rifiutato di partecipare a questo test, venendo escluse dalla corsa. «Non mi lascerò intimidire da nessuno, soprattutto in materia di sicurezza», aveva dichiarato il presidente dell’Uci. Dal punto di vista legale, la questione non è ancora chiusa. La massima istanza ha fatto marcia indietro nel marzo di quest’anno, optando per il cosiddetto libero arbitrio e limitando il flusso delle informazioni ricavate a velocità e posizione.

Un incidente come quello di Muriel sarebbe accaduto pure con il Gps, ma l’allora diciottenne sarebbe forse stata trovata più velocemente. Nessuno può comunque assicurare che sarebbe ancora stata fra noi. Il vero problema del ciclismo rimane infatti la sicurezza lungo il tracciato. Parecchi accorgimenti sono già stati effettuati, però il rischio zero è inverosimile. Nel mese di agosto ha perso la vita un altro ciclista, il 19enne inglese Finlay Tarling. Un furgone ha ‘invaso’ la strada durante il Giro del Portogallo e il giovane non è riuscito a evitare l’impatto a elevata velocità. I vari comitati organizzatori cercano di fare il possibile, ma non è possibile chiudere ogni viuzza nei pressi del tracciato. Basta quindi un solo individuo che si comporta male, com’è successo in Portogallo, per causare un incidente mortale. E l’impossibilità di utilizzare le radio durante le rassegne iridate ha fatto storcere il naso a più attori. «È semplicemente antiquato, mentre i Mondiali dovrebbero essere un esempio d’innovazione», ha puntualizzato Richard Plugge, il direttore generale della Visma-Lease a Bike. La situazione appare piuttosto ironica: in caso di caduta, i localizzatori attivano un allarme nella sala di controllo... che i corridori non possono ricevere.

Le proposte di Lappartient e soci, spesso, finiscono in tribunale

Per cercare d’individuare le cause di queste disgrazie – ad esempio strade bagnate, errori di guida, mancanza di personale o isole di traffico –, nel 2023 è stato quindi lanciato il progetto SafeR. I dati raccolti non hanno tuttavia permesso di ridurre il tasso di cadute o incidenti, anzi. D’altronde la sicurezza è un argomento molto complesso. Adam Hansen, presidente dell’associazione mondiale dei corridori, ha sollevato il tema dei caschi. Questi sono infatti omologati secondo uno standard che prevede incidenti a 19,5km/h, che «non è sufficiente. Abbiamo bisogno di un grande miglioramento». Nemmeno l’airbag, testato più volte, ha trovato consenso: anche il suo utilizzo aumenterebbe il peso che i ciclisti devono portarsi appresso, riducendo le prestazioni. E la proposta della massima istanza di limitare il numero di rapporti così da ridurre la velocità? È finita in tribunale, come spesso accade.

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