Le parole del presidente Claudia Sheinbaum sembravano aprire all'ipotesi di spostare altrove le partite degli iraniani, ma l'ipotesi sembra remota.

La nazionale iraniana di calcio minaccia di non andare negli Stati Uniti per i Campionati del mondo che si terranno a inizio estate, prendendo in contropiede la Fifa, ovvero chiedendo di spostare le proprie partite in Messico, Paese che co-organizzatore dell'evento assieme a Usa e Canada. Ma, mentre il Messico aveva aperto all'ipotesi – dopo che il suo presidente, Claudia Sheinbaum, confermava che «Sono in corso discussioni, aspetteremo di vedere cosa deciderà la Fifa» –, la Federcalcio internazionale non sembra affatto intenzionata ad accogliere la richiesta e propende per lasciare tutto così com'è.
Accade tutto in un martedì concitato, dopo un rapido botta e risposta con Teheran che, tramite l'ambasciata a Città del Messico, rivela di essere in trattative con la Fifa per spostare le proprie partite del girone, appoggiandosi alle parole di Donald Trump, «che ha esplicitamente affermato di non poter garantire la sicurezza della nazionale iraniana». Tuttavia, la massima istituzione calcistica del pianeta ha fatto in qualche modo trapelare che non ci sarà alcun cambio di calendario, anche perché molti biglietti per quelle partite sono già stati venduti.
Intanto la partecipazione degli iraniani alla manifestazione calcistica è sempre più un caso politico, e la scelta di scendere in campo fa parte della strategia di Teheran nello scontro con Washington. Nei giorni scorsi, si erano rincorse le notizie di un possibile ritiro dal torneo, al punto che alcune tra le nazionali eliminate stavano già pregustando la possibilità di essere ripescate, dopo le voci di rinuncia dalla fuga in avanti del ministro dello Sport di Teheran, che aveva di «non voler giocare nel Paese che ha assassinato il nostro leader Khamenei», parole tuttavia poi ufficialmente smentite dalla Federcalcio iraniana.
Anche il presidente Fifa Gianni Infantino sembrava prodigarsi alla ricerca di una soluzione, che però non è arrivata. Il vallesano, uomo forte del calcio mondiale, in missione alla Casa Bianca, aveva rivelato come Trump gli avesse «assicurato che la nazionale dell'Iran è benvenuta al Mondiale», perché il calcio «unirà le persone» giurava Infantino, ringraziando «sinceramente Trump per il suo sostegno». Ma gli auspici di una soluzione non si sono avverati. Anzi, le divisioni sul caso Iran sono enormi come hanno dimostrato le polemiche a seguito della partecipazione della nazionale di calcio femminile iraniana alla Coppa d'Asia, in Australia, dove alcune calciatrici non hanno cantato l'inno nazionale prima degli incontri, scatenando proteste in patria e solidarietà da parte di Trump che era arrivato ad invitare Canberra a concedere l'asilo politico alle atlete, e infatti sette giocatrici avevano ottenuto protezione dal governo australiano. Tuttavia, oggi è arrivata la notizia che soltanto due di loro alla fine hanno deciso di restare a Sidney.