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Più una mossa da arti marziali che l’intervento di un difensore
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28.05.2022 - 05:25
di Marco D'Ottavi

La vendetta di Salah contro il potere Real

Quattro anni dopo Kiev, il Liverpool del gioco spettacolare affronta il Madrid, la squadra dell’ordine costituito che vince prima di entrare in campo

Ancora sudato per lo sforzo di rimontare il Villarreal e accedere alla finale della Champions League 2022, Mohamed Salah già parlava di vendetta. Quando a bordo campo Rio Ferdinand gli ha chiesto se avesse una preferenza per l’avversario da affrontare, ancora non si era giocato il ritorno tra Manchester City e Real Madrid, l’egiziano è andato dritto: «Beh... sì... voglio giocare contro il Madrid. Devo essere onesto. Se me lo chiedi personalmente, voglio giocare contro il Real Madrid». Subito era intervenuto Peter Crouch a puntualizzare: «Suona come per una vendetta, no?». A quel punto Salah aveva alzato le spalle e sorridendo aveva provato a smorzare la sua dichiarazione: «Sì, perché abbiamo perso in finale contro di loro». Tutti avevano riso, il sottotesto era evidente. Salah avrebbe potuto essere democristiano, fare come fanno i calciatori in queste circostanze: «Sono due grandi squadre», «una vale l’altra», «sarà comunque una partita difficile», eccetera eccetera, ma non lo aveva fatto, e non lo aveva fatto per un motivo molto personale.

Torniamo un attimo indietro, al 26 maggio 2018, allo stadio Olimpico di Kiev (sigh). È il 25’ del primo tempo di Real Madrid-Liverpool, finale di Champions League anche quella volta. Trent Alexander-Arnold batte una rimessa laterale dal lato destro del campo, pochi metri oltre la linea di metà campo. La sua gittata è in avanti, verso la corsa di Salah che in quel momento sta tagliando dall’esterno verso il centro inseguito alle spalle da Sergio Ramos. È dal primo minuto che gli sta incollato, perché l’egiziano è il pericolo numero uno del Liverpool e lo spagnolo è quello che i problemi li risolve per il Real Madrid. Ramos prova a trattenerlo una prima volta, ma Salah gli scappa, allora ci prova una seconda volta: con il braccio sinistro gli blocca la spalla destra e spinge verso il basso, nel mentre mette la gamba sinistra davanti alla corsa di Salah, forse cercando il pallone, ma finendo come per fare da leva. L’egiziano viene trascinato a terra bruscamente, con il difensore del Real che gli ricade sopra la spalla: a vedere il replay sembra una mossa da arti marziali più che un intervento da difensore.

Dopo la caduta Salah rimane sdraiato pancia all’aria a contorcersi, la spalla come bloccata a terra, le lacrime che iniziano a scorrergli sul viso. Ramos gli sale quasi sopra e se lo guarda, con la mano gli dà una pacca sul costato come a dire: «È così che va la vita amico». Dopo qualche minuto di strazio, in cui prova anche a rientrare, Salah lascia definitivamente il campo: la sua finale è finita lì. Meno di un’ora e mezzo dopo il Real è sul tetto d’Europa grazie a una vittoria per 3-1 che ha visto molte altre cose, tra cui un paio di errori colossali del portiere Karius (che, si scoprirà poi, era stato colpito da una gomitata volontaria alla testa sempre dal difensore spagnolo) e un gol in rovesciata a sfidare le leggi della fisica di Bale. Sul palco allestito a festa, tra le maglie bianche dei vincenti, è proprio l’eterno capitano Sergio Ramos ad alzare La Decimotercera, la tredicesima Champions League del Real Madrid, mentre nella pancia dello stadio Salah piange lacrime amare. Quella stessa notte Ramos avrebbe scritto sui propri canali social: «A volte il calcio ti mostra il suo lato buono e altre quello cattivo. Prima di tutto siamo professionisti. Guarisci presto, Salah. Il futuro ti aspetta».

Nel calcio quattro anni possono essere una vita

Molto è cambiato da quel giorno, nel calcio quattro anni possono essere una vita: il Liverpool di Klopp ha vinto la sua Champions League, l’anno successivo in finale contro il Tottenham; Sergio Ramos non è più un giocatore del Real Madrid e le due squadre si sono anche già ritrovate nei quarti di finale della scorsa edizione (anche quella volta finita con una vittoria del Real Madrid). Eppure niente è davvero cambiato: sabato sera, una davanti all’altra, saranno ancora il Liverpool, la squadra del gioco sfrontato e spettacolare, della Kop con le sciarpe alzate, del «You’ll never walk alone» contro il Real Madrid, la squadra dell’ordine costituito, il potere bianco del Re, che vince ancora prima di entrare in campo. E se non c’è più Ramos, il suo spirito aleggia su questa partita, perché è impossibile dividere davvero lo spagnolo e il Real Madrid, due entità troppo simili (e, si dice, potrebbe essere allo stadio a sostenere i suoi ex compagni). Anche per questo è lecito credere che la rabbia di Salah sia ancora la stessa di quella sera, che la voglia di vendetta contro Ramos sia una voglia di vendetta contro tutto il Real.

Recentemente uno dei suoi primi allenatori, Hamdi Nouh, ha detto che «Salah non dimenticherà mai l’incidente con Ramos» e c’è da credergli. Oggi è difficile ricordarselo, ma in quella stagione l’egiziano, appena arrivato al Liverpool dalla Roma, aveva stupito il mondo. Si era inserito dal nulla nella discussione tra Messi e Cristiano Ronaldo per il miglior giocatore al mondo con la stessa velocità con cui seminava gli avversari sul campo. La finale di Kiev doveva essere il momento della sua definitiva consacrazione, seguita dal Mondiale in Russia in cui sarebbe stata una delle stelle più luminose. Con la maglia dell’Egitto avrebbe avuto un paese ai suoi piedi. E invece con una sola mossa Sergio Ramos, il cattivo per eccellenza, lo aveva fatto fuori da quella partita e condizionato in maniera determinante il suo Mondiale.

Il sottile confine tra concesso e non concesso

Si è discusso molto di quell’intervento, quasi più della partita stessa. Nei giorni successivi più di 500mila persone avevano firmato una petizione per chiedere di prendere misure contro il difensore che "rappresenta un terribile esempio per le future generazioni di calciatori". L’Unione Europea di Judo aveva definito la mossa dello spagnolo - chiamata waki-gatame - pericolosa e quindi non permessa neanche nel loro sport. Quando Cristiano Ronaldo fu costretto a uscire per infortunio dalla finale dell’Europeo, più o meno allo stesso minuto di Salah, nessuno se l’era presa con Payet, l’autore del fallo, perché era un’evidente situazione di gioco. Con Ramos le cose sono andate molto diversamente. Chiellini, un altro che vive il calcio sul confine sottile tra concesso e non concesso, addirittura ne ha scritto nella sua autobiografia, lodando Ramos per la genialità del gesto, ma sottolineando la sua volontarietà: «Quello su Salah fu un colpo da maestro. Lui, il maestro Sergio, ha sempre detto che non fosse sua intenzione provocare un infortunio, ma quando cadi in quella maniera e non lasci la presa, sai che nove volte su dieci rischi di rompere il braccio al tuo avversario».

Inizialmente Ramos aveva provato a difendersi: «Mi ricordo bene quella giocata: è lui che mi afferra il braccio e io cado dall’altro lato», aggiungendo come aveva subito mandato un messaggio a Salah, che gli aveva risposto che «era tutto ok. Avrebbe potuto continuare a giocare se avesse ricevuto un’infiltrazione per il secondo tempo. Io l’ho fatto diverse volte, ma quando Ramos fa una cosa del genere diventa tutto più grande». Qualche mese dopo, tornando al suo posto dopo aver ricevuto il premio di miglior difensore della Champions League, lo spagnolo aveva accarezzato la spalla sinistra di Salah (quella dell’infortunio) seduto tra il pubblico. Era stato un gesto strano, impossibile capire se fosse una sottile presa in giro da bullo o un timido tentativo di scusarsi. L’egiziano, che poco prima si era rifiutato di stringergli la mano, aveva continuato a guardare fisso davanti a sé evitando qualunque reazione.

Col passare del tempo Ramos ha accettato il suo ruolo di cattivo in questa storia, pur continuando a difendersi: «Fa parte della mia vita, devo affrontarlo… ma ho la coscienza pulita. Non farei mai del male a un collega di proposito». Per tutti è stato un novello Tonya Harding, la pattinatrice statunitense che organizzò un’imboscata alla sua rivale Nancy Kerrigan per rompergli un ginocchio in vista delle Olimpiadi di Lillehammer. Qualcuno ha trovato un intervento simile fatto su Dani Alves nei primi minuti della finale di Champions League dell’anno precedente contro la Juventus, come se Ramos avesse il compito d’infortunare un giocatore fondamentale degli avversari nelle partite più importanti. A questa entrata hanno dato anche un nome, la llave.

‘Abbiamo un conto da regolare’

Ovunque sia la verità, cioè se quello di Ramos fosse stato un intervento volontario o solo molto duro, è interessante chiedersi se questo atteggiamento da vendicatore di Salah sia positivo o negativo in vista della finale di sabato. Subito dopo l’incredibile rimonta del Real sul City di Guardiola l’egiziano ha twittato poche semplici parole ai suoi tifosi: «Abbiamo un conto da regolare». Come se il messaggio non fosse chiaro, il giorno dopo si era ripetuto: «Sì. Abbiamo perso in finale. È stato un giorno triste per tutti noi, ma... è il momento della vendetta». Salah è stato abile a non citare mai direttamente Ramos e a parlare sempre in terza persona, come se la vendetta fosse un concetto di squadra e non suo personale, ma è difficile non trovarci una sfumatura privata molto marcata.

Nelle dichiarazioni di questi giorni i suoi compagni hanno appoggiato questa sua narrazione: Henderson ha detto di «capire il punto di vista di Mo (Salah). È stato molto duro per lui uscire in quel modo. È stato duro per tutti noi». Lo stesso hanno fatto altri giocatori del Liverpool. Solo Klopp ha frenato: «Non credo nella vendetta, ma la capisco anche io. Non sono sicuro però che sia la cosa giusta da fare». Sponda Real Madrid hanno provato a minimizzare: Casemiro ha detto che sarà «un’altra finale, un’altra storia»; Ancelotti si è rifatto alla finale che il Real perse contro il Liverpool sempre a Parigi: «La finale del 2018 potrebbe essere una motivazione per Salah, ma anche noi vogliamo vendetta per quella del 1981».

La stagione di Salah è stata altalenante: nella prima parte è stato forse il miglior giocatore al mondo, capace di segnare 22 gol tra settembre e dicembre, tra cui alcuni memorabili contro United e City. Al ritorno dalla Coppa d’Africa, persa in finale ai rigori, non ha però più ritrovato lo stesso smalto. Parlare così tanto di vendetta è forse un modo per caricarsi: giocare una finale da protagonista lo porterebbe in un’élite del calcio dove non è mai stato molto considerato, nonostante quello che ha fatto in questi anni in termini di vittorie e gol segnati. Il Liverpool è però una squadra che va molto oltre le prestazioni del singolo e le parole di Salah potrebbero aver più stuzzicato il Real Madrid, una squadra con un’abilità quasi diabolica di trarre vantaggio da questi piccoli sotterfugi.

In Kill Bill Hattori Hanzo dice a Beatrix Kiddo (Uma Thurman) che «La vendetta non è mai una strada dritta: è una foresta. E in una foresta è facile smarrirsi. Non sai dove sei né da dove sei partito». Nella storia di Tarantino, dopo un lungo percorso, Beatrix trova la sua vendetta. Se per Salah sarà lo stesso, basterà aspettare qualche ora, non c’è niente di meglio che una finale di Champions League per provarci.

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