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23.02.2022 - 05:30
Aggiornamento: 15:27

Scivoloni nella neve e redenzioni

La cocaina ha mietuto vittime illustri. Piccole storie di vizi ed eccessi con il calcio sullo sfondo

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Domenica 13 febbraio, campionato Eccellenza, Signa-Prato 2-2. Una domenica come tante altre, una partita insignificante su un campetto come ce ne sono tanti. Per tutti, ma non per Francesco Flachi. Per lui, quel campo è l’ombelico del mondo, sul quale è tornato a giocare una partita ufficiale nei dilettanti, dodici anni dopo l’ultima da professionista. Flachi ha scontato la lunghissima squalifica per doping che gli era stata data a inizio 2010. La mano pesantissima della giustizia sportiva – benché gli sia stata evitata la radiazione – ne sancì la fine di una carriera sportiva di altissimo livello. Terzo marcatore di sempre della Sampdoria (dietro ai leggendari blucerchiati Vialli e Mancini) sbarcò a Genova nel 1999 per diventare l’idolo di Marassi. Nel 2006 i primi guai; due mesi di squalifica per il coinvolgimento nello scandalo calcioscommesse prima di una prima positività alla cocaina con uno stop di 16 mesi e la fine della sua avventura alla Samp. Sconta il debito con la giustizia, torna con la maglia dell’Empoli e del Brescia ma una nuova positività alla sostanza nel dicembre 2009 al termine di Brescia-Modena vale la condanna definitiva.

«Non hai beccato una palla», ironizza Walter Novellino, suo tecnico e mentore ai tempi della Sampdoria, presente in tribuna, nascosto tra gli striscioni di benvenuto al campione che con una mezz’ora di campo ha cancellato e – forse superato – dodici anni di sofferenza, ai margini del calcio dal quale era stato cacciato. «Grazie a tutti – ha dichiarato, è stato un giorno bellissimo. Quei palloni che ho giocato, li ho giocati bene e sono felicissimo».

Lo sportivo ha forse chiuso i conti con il passato, l’uomo ha fatto pace con la vita, dopo essersi riappropriato del pallone che in passato ha tradito, finendone vittima. Delle sue regole ma anche della sua ipocrisia, nonché di moralismo e giustizialismo, utili quando si individua un capro espiatorio da sacrificare sull’altare dei valori più alti, così da evitare di entrare troppo nel merito di una questione più ampia e quindi più scomoda del piccolo ambito del povero Flachi, il profilo perfetto dei calciatori di successo che bara, viene pizzicato e buttato nella polvere dall’altare sul quale si era issato.

Scivolare nel vizio è un attimo. Se lo si facesse per migliorare la prestazione sportiva, ci si potrebbe anche intuire una "logica", per quanto il termine possa essere sgradevole, accostato a una pratica vietata e dannosa per la salute. Non si sniffa per correre di più, lo si fa per curiosità, per noia. Per stare al passo con un mondo che in vizi ed eccessi ha una forma di "sfogo" al quale c’è chi negli anni non è riuscito a dire di no. Fino a farsene travolgere, in nome della trasgressione. Altra figura di spicco della Serie A, anche Jonathan Bachini (bandiera del Brescia passato alla Juventus) ha visto la carriera bruciata dalla dipendenza. Il livornese vanta un triste record: è l’unico giocatore italiano ad aver ricevuto una squalifica a vita a causa della cocaina. A Brescia una prima positività (un anno di squalifica). Nel 2005 il Siena gli offre una seconda possibilità, ma a inizio 2006 viene nuovamente pizzicato positivo. Il club toscano rescinde il suo contratto, Bachini viene squalificato a vita e radiato. Dimenticato da tutti, non una telefonata. Racconta di averne aiutate tante, di persone, quando era famoso. Oggi che ne vorrebbe lui, non ne trova. Giocava con Baggio, il suo cartellino valeva 35 miliardi delle vecchie lire, oggi fa l’operaio, dopo essersi rimboccato le maniche. Dall’ultima sentenza della giustizia sportiva sono passati quindici anni. Bachini ha chiesto invano la grazia alla Figc e al Coni, vorrebbe abbracciare la carriera di allenatore e riavvicinarsi al mondo del calcio che però da lui ha preso le distanze. Unica flebile speranza, la grazia. Il solo a poterla concedere, nientemeno che Gianni Infantino, presidente della Fifa.

Il romeno Adrian Mutu (Fiorentina, Parma, Inter e Juventus) fu pizzicato ai tempi della sua militanza al Chelsea e costretto a un risarcimento di 17 milioni di euro. Cadde malamente per un senso di onnipotenza dettato dalla fama e dalla gloria raggiunta grazie ai soldi dell’ingaggio offertogli dai "Blues" in «una trappola fatta di sbagli di gioventù – ammise –. Era facile sbagliare: ero molto famoso, a Londra andavo dappertutto e mi trattavano da re. Sono stato ingenuo, sono stato un pollo».

Meno nitida la storia del promettente portiere Angelo Pagotto (Milan, Perugia), dichiaratosi innocente invocando uno scambio di provette al controllo antidoping. Più chiare le vicende di un altro ex azzurro, lo juventino Mark Iuliano, pizzicato dopo la fine della carriera, così come l’ex portiere del Milan Sebastiano Rossi, il quale parlò di «frequentazioni sbagliate».

In campo internazionale, il nome sulla bocca di tutti quando si parla di cocaina è naturalmente quello di Diego Armando Maradona. Ma i casi di calciatori illustri vittime di vizi ed eccessi non si esauriscono certo con l’ex Pibe de Oro. «Sono entrato per curiosità nel mondo della droga quando giocavo in Europa, la consumavo regolarmente quando ero in vacanza perché durante la stagione sarei stato fermato dall’antidoping. Ora mi sono liberato di tutto questo e lavoro perché i giovani non commettano i miei stessi errori». Sono le rivelazioni di Jardel, prolifico attaccante negli anni 90 di Porto, Galatasaray e Sporting Lisbona, con una puntatina di scarso successo in Serie A, ad Ancona. Dalla depressione nella quale era precipitato lo ha salvato la moglie.

Carriera guastata dal vizio anche per un altro nazionale argentino, vecchia conoscenza della serie A degli anni 90, Claudio Caniggia (Atalanta, Roma). Fuori dagli schemi anche l’iconico portiere colombiano René Higuita, passato alla storia anche per l’amicizia con il re dei narcotrafficanti Pablo Escobar, positivo alla cocaina a fine carriera.

Storie di peccati e di crolli, di cadute e di redenzione. Emblematica, virtuosa, quella del primo calciatore italiano fermato per uso di sostanze stupefacenti. Angiolino Gasparini venne arrestato per uso di cocaina all’inizio degli anni 80, giocava nell’Ascoli, dove era giunto dopo tre stagioni senza grandi soddisfazioni con l’Inter. Rinchiuso nel carcere di Marino del Tronto, un penitenziario di massima sicurezza che in quel periodo ospitava personaggi come il camorrista Raffaele Cutolo e il bandito Renato Vallanzasca, confessò di essere caduto nel baratro in un momento di difficoltà seguito a un infortunio alla spalla. "Uso personale", ma pur sempre cocaina è. La polizia ha trovato il suo nome nell’agenda di uno spacciatore venezuelano. Pentito, invia le scuse al suo allenatore all’Ascoli, l’istrionico Carletto Mazzone, alla società e ai compagni di squadra. Dopo una settimana dietro le sbarre uscì con la libertà provvisoria che gli consentì di tornare ad allenarsi e di entrare in una comunità di recupero dalle dipendenze nella zona del Bresciano, nella quale è rimasto attivo come collaboratore. Al campo fu accolto dall’affetto di compagni e tifosi. Titolare della difesa, condusse i marchigiani allo storico sesto posto in serie A. Squalificato per quattro mesi per omessa denuncia nell’ambito di una vicenda di calcioscommesse, lasciò il calcio nel 1986. Dopo una condanna a otto mesi in primo grado, venne assolto in appello nel processo penale per possesso di cocaina.

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