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laR
 
27.12.2020 - 19:01
Aggiornamento: 06.05.2021 - 13:38

La Svizzera di Vladimir Petkovic: ‘Con identità e sorriso’

La prima parte di un'intervista con il selezionatore della Nazionale rossocrociata che racconta il suo 2020 tra emozioni e sentimenti

L’ultimo incontro risale allo scorso 29 febbraio, proprio alla vigilia della chiusura delle porte di un mondo travolto dall’emergenza sanitaria dovuta al coronavirus. Ripensando a quel pomeriggio ad Ascona in compagnia di Vladimir Petkovic, a quel contesto elegante e ovattato che fece da cornice a una chiacchierata gradevole come sanno essere quelle con interlocutori con quel fascino, con quella personalità, sembra che sia passato ben più dei dieci mesi che hanno i crismi di un’epoca, tanto le nostre abitudini sono state stravolte.

L’impatto sulla quotidianità è stato devastante, di acqua sotto i ponti ne è passata fin troppa, gelida e travolgente, costringendo ciascuno di noi a risintonizzarsi sulla vita, ma con diverse modulazioni di frequenza. Un processo al quale non è si certo sottratto Petkovic, il quale dieci mesi dopo torna con lo sguardo a quei mesi difficili. Racconta che pochi giorni prima del nostro incontro fu tra gli spettatori di Atalanta-Valencia di Champions League (19 febbraio), uno dei focolai della prima ondata. Un aneddoto curioso e tragico al contempo, a mesi di distanza, che introduce il suo personale bilancio di una finestra temporale anomala, vissuta però affidandosi ai sentimenti per la cosa a lui più cara, la famiglia. Vlado assegna agli affetti, alla sua dimensione domestica, la priorità nella scala dei suoi valori, davanti al lavoro. «A marzo era tutto chiuso - ricorda il commissario tecnico della Nazionale rossocrociata-. Tutto era al contrario di quanto fossimo abituati a vivere. Ci è proprio cambiata la vita. Anche il mio ambito professionale, come quello di tutti, è stato stravolto, ma ho lottato affinché quanto è successo non cambiasse o condizionasse troppo la mia vita privata».

Educazione e disciplina

Qualità di vita e salute, valori fondamentali dei quali si ritiene responsabile, l’unico in grado di influenzarli. «Tutto sommato il lockdown non ha avuto conseguenze troppo pesanti perché l’ho trascorso con le persone che amo, con cui sto bene».

L’educazione, la disciplina. Due valori cardine, in privato come sul piano professionale. «Era determinante essere disciplinati, in quel periodo. Non mi è costato troppo, perché sono abituato a esserlo, da sempre. Oggi che le cose hanno preso una piega diversa, pur essendo ancora alle prese con una situazione sanitaria preoccupante e molto seria, valgono gli stessi principi di ieri, di quei mesi bui: con la disciplina individuale ciascuno di noi contribuisce alla disciplina collettiva. È l'unico modo per contenere il numero dei morti, il prezzo più alto da pagare».

Priorità ridefinite, poi la ripresa

Il calcio è l’ambito professionale che era stato azzerato per un po’. Pensieri e attenzioni erano rivolte altrove, le priorità erano state ridefinite. «In quei momenti il pensiero rivolto al calcio era sporadico, si parlava di tutt’altro: di modo di vivere, di superare la crisi. C'erano timori, preoccupazione, paura. Il calcio era un discorso che a volte emergeva, ma mai concretamente. Abbiamo organizzato qualche piccola iniziativa a favore di chi era stato colpito, o per ritrovarci un po’ tra noi dello staff, per trovare piccoli scampoli di normalità. Solo verso maggio il calcio è tornato a essere un argomento. Le prime partite di Bundesliga in Germania hanno significato, se non l’uscita, quantomeno la luce in fondo al tunnel. È stato un segnale molto importante. Altre nazioni si sono adeguate e attrezzate. Si è tornati a respirare calcio. Non per noi, non per la Nazionale, privata degli Europei, La speranza portava a settembre. Poi, abbastanza improvvisamente, abbiamo assistito a un ritorno alla normalità. L’estate, le vacanze, i campionati che volgevano al termine, le preparazioni delle squadre che iniziavano».

Una finestra temporale di straordinaria normalità che ha condotto alle porte dell’autunno, a settembre, con la prima partita della selezione rossocrociata. In condizioni se non surreali, quantomeno molto difficili. «Diversi giocatori non hanno potuto rispondere alla convocazione, altri non avevano neppure disputato un’amichevole, per molti era pericoloso perché fisicamente non erano pronti. Ho avuto la conferma della bontà delle mie sensazioni di inizio estate, quando ritenevo che sarebbe stato meglio se l’attività delle Nazionali fosse ripresa più avanti, a ottobre, o novembre, per dare la possibilità ai calciatori di presentarsi con una condizione più adeguata. Anche perché alcuni di loro andranno avanti pressoché senza sosta fino al prossimo luglio».

Parola d'ordine: compattezza

La partenza, però, al netto di tutte le difficoltà, è stata valida. «Per i giocatori è stato più facile, erano già abituati a confrontarsi con la nuova realtà dei protocolli nei rispettivi club: le bolle, l’isolamento, le regole... Per noi dello staff si è trattato di una novità, ma ce la siamo cavata molto bene. Non era scontato che tutto filasse liscio, con il coinvolgimento di una cinquantina di persone. Sono state tutte sempre molto rispettose, disciplinate».

Un importante segnale di coesione. «È stato confortante constatare quanto giocatori, membri dello staff e addetti ai lavori stiano bene assieme. Questa compattezza è d’aiuto al contenimento del virus e alla vita comune alla quale dobbiamo sottostare durante i raduni. Qualche caso di positività c’è stato, ma lo abbiamo subito localizzato e isolato. Agendo di conseguenza e con prontezza, siamo riusciti a uscirne pressoché indenni».

Processo sportivo interessante, risultati però deludenti

Ne è seguita una parentesi sportiva molto interessante, ancorché dall’esito contabile deludente. «Siamo riusciti ad avviare un processo calcistico che non pensavo che si potesse realizzare così velocemente. Grazie al presupposto che da noi arrivano tutti con il sorriso. Con questo spirito è stato più facile trasmettere le mie idee, e far sì che i giocatori le sposassero: maggiore aggressività, gioco offensivo, imbastire l’azione da dietro, assumere il controllo del gioco, la difesa preventiva. L’ottimo ambiente in seno alla Nazionale ha accelerato il processo sportivo. Purtroppo contro avversarie di prima categoria la squadra non è stata propriamente in vena, sul piano del risultato. Il quadro generale però mi ha soddisfatto. Anche i riscontri che abbiamo avuto sono stati positivi. Questa generale soddisfazione, l'atteggiamento e il modo di credere in quanto facciamo hanno mitigato un po’ la delusione per i risultati che sono venuti a mancare. Forse solo con l’Ucraina avremmo potuto e dovuto ottenere un risultato più prestigioso. Con tutte le altre squadre ci siamo disimpegnati bene, tanto da essere padroni del nostro destino nell’ultima partita, quella poi venuta a mancare (3-0 a tavolino per i rossocrociati a seguito del forfait dell’Ucraina per i casi di positività nella rosa, ndr). Mi spiace non averla giocata, eravamo pronti, sono convinto che ce l’avremmo fatta. D’altro canto, però, l’epilogo di questa strana vicenda può essere letto come la ricompensa per un gruppo, alludo a tutto lo staff allargato della Nazionale, che in questi mesi ha investito davvero tanto. Non solo sul piano sportivo, in campo, bensì per quanto fatto anche a livello di disciplina, professionalità e rispetto delle regole».

Tre livelli di ragionamento

Gli allenatori sono soliti ragionare su due piani: quello delle prestazioni e quello dei risultati. Non sempre sono sincronizzati. La Svizzera, infatti, ha disputato buone partite ma raccolto poco sul piano contabile. Il bilancio del 2020, però, è positivo. «Sono tre le angolazioni dalle quali analizzare i nostri risultati. Sul piano critico abbiamo ottenuto troppo poco. Su quello realistico, alla luce del valore delle avversarie, del modo in cui le abbiamo affrontate e con quale esito, il bilancio è soddisfacente.Sul piano ottimistico, sono molto fiducioso grazie a quello che ho visto, al modo in cui ho “sentito” la squadra, anche dopo aver rivisto le partite più volte. Forse, con un po’ di opportunismo, potrei dire che sarebbe meglio giocare nella Lega B per affrontare squadre che possiamo battere regolarmente, così da salire nel ranking Fifa. Preferisco però rischiare di più, per dare l'opportunità ai giocatori di crescere contro avversari di primo piano. Che sia in partite ufficiali o in amichevole, affrontate contro squadre del calibro di Croazia e Belgio. Una scelta pagante, che ha permesso anche a chi gioca un po’ meno di maturare esperienza. Più avanti, godremo dei frutti di questi test».

Analizzando il percorso della Nazionale, ha detto di aver avvicinato l'élite mondiale. Manca però un ultimo scalino, quel passo avanti che potrebbe fare coincidere qualità della prestazione con risultato. «Sul piano del gioco e della mentalità ci siamo avvicinati parecchio alla grandi. Per un nostro successo devono però coincidere tanti fattori: la condizione dei calciatori, la prestazione perfetta, l’abilità nel dare il 20 per cento in più degli avversari più forti, al momento del confronto diretto. Noi abbiamo meno margine di errore. Contro Spagna e Germania abbiamo sbagliato poco, ma la punizione è stata pesante. Creiamo tante occasioni, ma dobbiamo essere molto più cinici. Lo stesso vale in fase difensiva. Dobbiamo puntare ancora di più sull’essere squadra, trovando il giusto equilibrio tra l’attacco e la difesa. Sappiamo attaccare, ma anche difenderci “bassi”, se gli avversari sono così bravi da risultare dominanti. Purché lo facciamo sempre con le idee, con convinzione. Senza panico. In tal senso, in questi mesi ho visto un miglioramento. Il realismo ci porta però a dire che non saremo mai al livello delle selezioni più forti, in senso assoluto. Tuttavia nella singola partita possiamo dire la nostra, purché tutto funzioni a dovere».

Chi entra si sente a casa

Lotomba, Omeragic, Sohm… Facce nuove all’interno di un gruppo al quale chi si affaccia da neofita viene presto adottato, fino a sembrare che ne faccia parte da tempo. Per una dinamica di gruppo che coinvolge sia i più giovani, sia chi si fregia dello statuto di senatore. «Succede proprio così, ed è una cosa bella. Al primo colloquio con un nuovo nazionale dico che non chiedo nulla che già non fa nel suo club. I nuovi devono avere rispetto per il gruppo e ogni singolo giocatore. Così facendo, da questa squadra ricevono sostegno e vengono subito accolti. Si sentono subito parte integrante del progetto. Questo, in campo, si vede. In pochi allenamenti assimilano la nostra filosofia di gioco, entrano velocemente nei meccanismi di squadra. Ci sono stati momenti in cui è stato possibile dare un po’ di spazio a tutti, ma ora si tratta di cementare il gruppo. Anche perché non si sia indotti a pensare che in Nazionale si arriva facilmente. Non basta fare bene nel proprio club, è necessario che si sia più bravi del compagno che in Nazionale già c’è, che si regga il confronto con chi c’è. Bisogna risultare compatibili con il resto del gruppo. Non porto con me solo i 23 sulla carta più forti, bensì i 23 che assieme creano il giusto amalgama, che formano un team».

Un amalgama dovuto all’impronta di Petkovic e alla collaborazione che trova nei senatori e nei calciatori di lungo corso. «A parte un momento di difficoltà iniziale, è dal mio insediamento che c’è questa positività, questa voglia di essere in Nazionale. Questo rende tutto più facile. Se ti presenti con il sorriso, sei più ricettivo e ben disposto ad investire di più. Dopo i Mondiali di Russia abbiamo avviato un processo di ringiovanimento dei ranghi, tuttora in corso, ma la coesione non ne risente. Chi vanta una lunga esperienza è di supporto a chi si affaccia per la prima volta».

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