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25.11.2020 - 21:16
Aggiornamento: 26.11.2020 - 07:48

Antonio Cabrini: 'Maradona immarcabile e con un cuore grande'

Il Campione del Mondo 1982 a laRegione: 'Straordinario. A Napoli si prese sulle spalle una squadra e la sua città senza mai chiedere nulla in cambio'.

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'La regola era dargli meno spazio possibile. Nonostante questo, lui ci metteva sempre qualcosa in più'

La parola ‘immarcabile’ si applica a pochi. Oltre alle botte prese, è forse il complimento più grande che possa arrivare a un attaccante da un difensore. Antonio Cabrini, che quando ancora la parola esisteva era “terzino”, così ha definito in più di un’occasione Diego Armando Maradona, morto oggi a soli sessant’anni. «Anche se il compito di marcarlo non è mai toccato direttamente a me, sì, era immarcabile», spiega a laRegione il Campione del Mondo di Spagna ’82. «Questo è quello che accadeva in campo, perché per quanta attenzione potevi metterci a limitare la sua azione, Maradona aveva sempre la giocata giusta. E in questo era straordinario». Quando gli chiediamo come si ponevano Juventus e Nazionale italiana ogni volta che dovevano avere a che fare con l’estro dell’argentino, Cabrini risponde: «Negli spogliatoi non studiavamo niente di preciso. Erano tempi di marcatura a uomo e per questo Diego non era mai solo. Marcarlo a zona lo avrebbe avvantaggiato e la regola non scritta, che valeva per tutti, era quella di dargli meno spazio possibile. Nonostante ciò, lui ci metteva sempre qualcosa in più».

Dice bene Cabrini. L’incaricato di marcare la stella dell’Albiceleste ai Mondiali del 1982, nel girone di ferro di una seconda fase che opponeva gli azzurri di Enzo Bearzot a Brasile e Argentina, non era lui ma Claudio Gentile. Sul trattamento riservato da quest’ultimo a Maradona si è fatta letteratura: «Claudio lo marcò stupendamente usando tutto quello che aveva, la testa, le mani, i piedi, cercando di limitarlo al massimo, per altro riuscendoci in pieno. Ma devo dire che l’Argentina che avevamo di fronte quel giorno non era soltanto Maradona. Quelli bravi erano molti e anche per questo ci voleva un’impresa». L’impresa ci fu: a partire dal “terzino” Cabrini spintosi in mezzo all’area argentina a mettere dentro il gol di un imprevedibile e temporaneo due a zero.

Ma i ricordi del difensore, quanto a Mondiali, partono tre anni prima di quel 29 giugno. «Di quanto fosse grande Diego ce n’eravamo accorti già nel 1979, quando dopo il Campionato Mondiale vinto in casa, Maradona, che non era nella rosa del ’78, fu inserito nella formazione che giocò contro il Resto del Mondo. Io quella sera gli giocai contro e il suo talento era già limpido».

Antonio Cabrini ha tre anni in più di Diego Armando Maradona. La riflessione, a meno di un mese dal compleanno del Pibe de Oro, nelle ore in cui Napoli accende le luci del San Paolo in ricordo di una bandiera che non c'è più, è quasi scontata: «Sessant’anni sono pochi. Altro non posso dire su di lui se non che è stato genio e sregolatezza tanto come calciatore che come uomo. Ma al di là degli eccessi, va detto che nei suoi momenti migliori è stato un ragazzo con un cuore grande. Maradona, per tutto il tempo che è stato a Napoli, si è preso sulle spalle le problematiche di una squadra e anche quelle della città, amandole entrambe e senza mai chiedere niente in cambio».

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