SPORT
Risultati e classifiche
ULTIME NOTIZIE Sport
Hockey
9 ore

Tre punti d’oro per un affarone: l’Ambrì espugna Langnau

I biancoblù colgono un importantissimo successo nell’Emmental e fanno 4 su 4 contro i Tigrotti in stagione. Decisivo l’apporto della prima linea
CALCIO
11 ore

Aliseda all’ultimo respiro, il Lugano strappa un punto al Gc

Partita senza grosse emozioni che si chiude con un pareggio tutto sommato giusto e accettabile da entrambe le squadre
Basket
13 ore

Domati i Leoni ginevrini, Sam all’ultimo atto

A Montreux il Massagno di Robbi Gubitosa non stecca e si qualifica per l’ultimo atto di Coppa della Lega
Sci
17 ore

Shiffrin ancora davanti a tutte: 85esima vittoria per lei

La statunitense vince anche fra i paletti stretti di Spindleruv Mlyn e ora tallona Stenmark. Terzo posto per Wendy Holdener.
Tennis
18 ore

È Aryna Sabalenka la regina d’Australia

La bielorussa fa suo il primo Slam dell’anno. Battuta in finale, in tre set, Elena Rybakina al termine di una sfida durata due ore e mezza
Sci
18 ore

Rientro riuscito: Odermatt fa suo il primo superG di Cortina

Il nidvaldese non lascia scampo alla concorrenza. Ad accompagnarlo sul podio il norvegese Kilde (secondo a 35 centesimi) e l’italiano Casse
Basket
21 ore

Quasi 4 milioni per una maglia di LeBron James

Cifre da capogiro per l’asta di New York. L’oggetto più ambito la casacca indossata nel 2013 dal cestista
Calcio
1 gior

‘Carmelo Bene, male tutti gli altri’

In un libro di recente pubblicazione vengono raccolti alcuni degli scritti a sfondo sportivo firmati da un maestro del teatro italiano del Novecento
IL DOPOPARTITA
1 gior

Il Lugano ci prende gusto. ‘Però cerchiamo di badare al sodo’

Quarto successo filato per i bianconeri di Gianinazzi, che si confermano anche contro l’Ajoie. Il coach. ‘A me, però, la prima mezz’ora è piaciuta meno”
Altri sport
1 gior

Pattinaggio artistico, bronzo europeo per Lukas Britschgi

Lo sciaffusano grazie al miglior programma libero della carriera sale sul podio di Helsinki, alle spalle del francese Siao Him Fa e dell’italiano Rizzo
Hockey
1 gior

Il Lugano non si ferma e liquida anche l’Ajoie

I bianconeri, ora a 55 punti, non hanno lasciato scampo ai giurassiani, piegati 5-2 alla Cornèr Arena.
ciclismo
1 gior

Peter Sagan si ritira dal ciclismo su strada

Lo slovacco, triplice campione del mondo, da fine stagione si dedicherà unicamente alla mountain bike
volley
1 gior

Per il Lugano c’è lo Pfeffingen prima del derby

Sabato il campionato al Palamondo, domenica i quarti di Coppa Svizzera a Bellinzona
CALCIO
1 gior

‘Ci ho sperato, ma si capiva che la china portava al fallimento’

Miodrag Mitrovic deluso e arrabbiato per la fine dell’Fc Chiasso: ‘Qualcuno, per assurdo, in questa situazione ci ha pure guadagnato’
CALCIO
1 gior

Negli Stati Uniti Copa America a 16 squadre

Nel 2024 il torneo si disputerà negli Usa con dieci compagini sudamericane e sei provenienti dalla Concacaf
CALCIO
1 gior

Parcheggi limitati a Cornaredo, meglio i mezzi pubblici

L’Fc Lugano comunica che verranno creati parcheggi a lisca di pesce su una corsia di via Ciani (imbocco da via Brentani). Chiuso lo sterrato della Gerra
CALCIO
1 gior

La pazienza è la virtù dei forti

Il Lugano ospita il Grasshopper. Croci-Torti: ‘Sarà una sfida logorante, non dovremo perdere la testa se le cose non dovessero funzionare subito’
Basket
1 gior

Le speranze della Sam in un weekend tutto da gustare

Al via un Final Four di Montreux ricco di sorprese, con Thabo Sefolosha in campo ma senza l’Olympic e il massagnese Roberto Kovac. Gubitosa: ‘No comment’
TENNIS
1 gior

Djokovic - Tsitsipas, una finale da numeri uno

Il serbo e il greco si sono facilmente qualificati per l’atto conclusivo degli Australian Open. Il vincente scavalcherà Alcaraz in vetta al ranking Atp
Calcio
1 gior

‘Tifosi granata, stateci sempre vicini’

A due giorni dalla ripresa del campionato cadetto, il nuovo coach dell’Acb Stefano Maccoppi fa il punto della situazione e presenta tre nuovi arrivi
TENNIS
2 gior

Nadal conferma un’assenza di 6-8 settimane

Gli esami effettuati a Barcellona hanno confermato diagnosi e tempi di recupero scaturiti dai primi controlli a Melbourne
PATTINAGGIO ARTISTICO
2 gior

Kimmy Repond può sognare il podio europeo

Ad Espoo, la 16.enne basilese ha chiuso al terzo posto il programma corto. Bene anche Livia Kaiser (18 anni) in nona posizione
SNOWBOARD
2 gior

Prima vittoria in Coppa del mondo per Ladina Jenny

A Blue Mountain (Canada), la svittese ha superato in finale l’italiana Dalmasso. Fuori agli ottavi le altre rossocrociate
CALCIO
2 gior

Nel 2022 la Fifa ha certificato più di 70’000 trasferimenti

Oltre 20’000 quelli di calciatori professionisti, cifra superiore al 2019 pre-Covid. Boom anche in campo femminile
MOUNTAIN BIKE
2 gior

Nel 2023 per Filippo Colombo soffia un vento di novità

Il biker ticinese ha cambiato squadra (è passato alla Scott) e con la Q36.5 vuole intensificare l’attività su strada. ‘Ma punto a Cdm e Mondiali di mtb’
RUGBY
03.09.2022 - 05:20

L’annus horribilis degli All Blacks

La più profonda crisi di risultati nella storia della nazionale neozelandese è figlia di motivi di varia natura

di Gianluca Barca
l-annus-horribilis-degli-all-blacks

Don’t cry for me Argentina. Non piangere per me Argentina, dicevano sabato a Christchurch i tifosi degli All Blacks, increduli davanti alla sconfitta degli (ormai poco) Invincibili contro i Pumas. E invece in Argentina si piangeva, eccome. Di gioia, di commozione, per la prima storica vittoria della nazionale albiceleste in Nuova Zelanda, al cospetto della squadra di rugby più forte e più famosa del mondo. Gli All Blacks sono considerati una delle cinque formazioni sportive più iconiche in assoluto, insieme alla nazionale brasiliana di calcio, ai Chicago Bulls (basket), ai Dallas Cowboys (football americano) e ai New York Yankees (baseball). Piangevano, è ovvio, anche i tifosi neozelandesi: loro sono alle prese con l’anno più nero dei Tuttineri. Due vittorie nelle ultime otto partite per gli All Blacks rappresentano una catastrofe che non ha riscontro nei tempi recenti. Laurie Mains che guidò la nazionale neozelandese di rugby dal 1992 al 1995, lasciò la squadra col bilancio più basso degli ultimi trent’anni, 23 vittorie in 34 partite, una statistica che la gran parte delle altre squadre possono solo sognare. Nessun allenatore francese ha mai vinto più del 65% delle partite affrontate sulla panchina dei Coqs e solo Clive Woodward ha portato l’Inghilterra, tra il 1997 e il 2004, al 70% di vittorie. Negli ultimi vent’anni, gli All Blacks si erano attestati ben sopra l’80%, il picco con l’ex poliziotto Steve Hansen come coach: 93 vittorie in 107 partite, una sconfitta ogni undici match. Tra l’agosto 2015 e il novembre 2018, 18 successi consecutivi. I record della formazione con la felce sul petto non si contano: il più eclatante, 509 settimane e sei giorni in testa al ranking mondiale, dal novembre 2009 all’agosto 2019, nemmeno il miglior Federer (310 settimane, secondo dietro a Djokovic, 373) si è avvicinato a quei numeri. Tutti questi risultati, lo scorso mese di giugno, hanno dato anche un valore economico al rugby neozelandese nel suo assieme: due miliardi e mezzo di dollari, secondo la valutazione del fondo di investimento americano Silver Lake diventato partner commerciale della federazione ovale della Nuova Zelanda.

Crisi da record

Solo che, dallo scorso novembre, gli All Blacks non vincono più, o molto poco: due sconfitte in autunno, a Dublino contro l’Irlanda e a Parigi contro la Francia. Poi la catastrofe di luglio, di nuovo contro l’Irlanda, capace di vincere 2-1 la serie di tre partite disputate nella Terra della lunga nuvola bianca, come i Maori chiamavano la Nuova Zelanda. Era dal 1994 che i Tuttineri non subivano due sconfitte in casa contro una formazione europea, allora fu la Francia. Più di recente: la batosta di Nelspruit contro il Sudafrica, 10-26, nel primo turno del Rugby Championship, seguita da un breve riscatto a Johannesburg, sempre contro gli Springbok, prima del nuovo tonfo contro i Pumas, la sesta nazionale nella storia capace di vincere in Nuova Zelanda. I tifosi chiedono la testa dell’allenatore Ian Foster, il quale dopo le sconfitte con l’Irlanda aveva sostituito i suoi assistenti in un implicito scarico di colpe, invece di assumere le proprie. Ma al di là degli eventuali errori tattici e degli occasionali rimbalzi imprevedibili della palla ovale, i tifosi degli All Blacks cominciano a temere che le radici del malessere della squadra siano più profonde e vengano da più lontano. Il Covid, certo, (chi non dà la colpa al Covid di questi tempi?). La pandemia ha costretto il rugby neozelandese a un lungo isolamento, soprattutto a livello di club, durato per tutto il 2020 e 2021. In questo periodo, le cinque franchigie che alimentano gli All Blacks (Blues, Crusaders, Chiefs, Highlanders e Hurricanes) hanno giocato esclusivamente tra di loro, per evitare contatti con il mondo esterno, dando vita al Super Rugby Aotearoa. Ne è scaturita una manifestazione di grande impatto spettacolare, apprezzata dagli appassionati di tutto il pianeta e che ha illuso molti che quel rugby – basato su straordinarie qualità individuali, estro, talento e inventiva – potesse essere anche la ricetta per continuare a trionfare in campo internazionale.

La standardizzazione

Il ritorno alla normalità, invece, ha messo gli All Blacks davanti all’amara realtà: di fronte a difese molto ben organizzate (Sudafrica, Irlanda, ma anche Argentina), al cospetto di rivali che durante il lockdown hanno messo su muscoli e potenza da far paura privilegiando la palestra al rischio di contatto nel gioco collettivo, la tecnica individuale diventa sterile e non produce vittorie. A forza di specchiarsi nella propria bravura, insomma, i neozelandesi non si sono accorti, come accadde al cervo di Fedro, che nel folto di quel contesto feroce che è la foresta stregata del rugby internazionale, il bel palco di corna che rappresentava motivo di vanto nella radura in battaglia dà più problemi che soddisfazioni, non aiuta a vincere e impone un cambio di strategia se si vuole tornare a battere i migliori. Il problema è che, nel frattempo, seguendo i dettami rigidi del professionismo sportivo, anche il rugby neozelandese ha cominciato ad accorpare le sue forze migliori, nelle scuole, nelle franchigie, nei club più prestigiosi, perdendo gran parte di quelle specificità provinciali (Taranaki, Waikato, Otago, Canterbury, per citare solo le più famose) che costituivano altrettante scuole ovali e fornivano ciascuna, nell’emergenza, una potenziale risposta diversa davanti alle difficoltà e alle sfide degli avversari. Da questo mix di approcci diversi al gioco del rugby nasceva la grande leggenda All Black. Adesso che gli standard sono diventati (quasi) tutti uguali, con poco confronto fra teorie e pratiche diverse, cambiare impostazioni e tattica nel momento di crisi diventa difficile ma essenziale. Il Sudafrica sta traendo immenso vantaggio dal confronto permanente delle sue squadre migliori (Sharks, Stormers, Bulls e Lions) con il rugby europeo, e dalla loro partecipazione nello United Rugby Championship, torneo a cui partecipano le squadre irlandesi, gallesi, scozzesi e le due italiane, Zebre e Benetton Treviso.

Bye bye melting pot

Insomma, la commistione aiuta, così come il meticciato produce campioni, basti pensare a Marcell Jacobs e alle sorelle Kambundji nell’atletica. Il rugby sudafricano, dopo i lunghi anni dell’apartheid, sposa a meraviglia le qualità atletiche dei suoi giocatori neri, di origine africana, con la durezza degli afrikaners, discendenti delle prime migrazioni europee, olandesi, francesi e inglesi. La stessa Francia, che ospiterà i prossimi Mondiali, si avvale di numerosi giocatori nati e cresciuti nelle colonie, il trequarti centro Moefana e il tallonatore Mauvaka vengono addirittura da Wallis e Futuna e Nuova Caledonia, i territori d’Oltremare più distanti che ci siano. Il rugby neozelandese per anni si è nutrito di robuste iniezioni isolane, tongani, samoani, figiani. Tutte realtà dove il rugby è di grande tradizione: combattimento, fisicità, fantasia. Non a caso le Fiji hanno vinto la medaglia d’oro nel rugby (Seven) maschile sia alle Olimpiadi di Tokyo che a quelle di Rio. Ma in un Paese di soli 5 milioni di abitanti come la Nuova Zelanda l’equilibrio è precario. Attratti dalle borse di studio delle scuole più prestigiose di Rotorua, di Wellington, di Auckland i ragazzi delle isole del Pacifico hanno trovato nel rugby uno strumento importante d’identità e un mezzo d’integrazione sociale. La loro enorme prestanza fisica ha permesso loro di imporsi fin dalle categorie giovanile e davanti a questo strapotere molti giovani pakeha, gli eredi della migrazione anglosassone, hanno cominciato a preferire il calcio al rugby (ricordate il pareggio della Nuova Zelanda con l’Italia ai Mondiali di calcio del 2010 in Sudafrica?).

Le attese degli investitori

Morale: il rugby anche nel regno di Aotearoa è diventato più "pacifico" (nel senso di oceano) che bianco. I poderosi "farmer" di origine europea, figli dei primi immigrati scozzesi, irlandesi, britannici, pian piano sono stati sostituiti nelle formazioni dei club, nelle franchigie e infine in nazionale dai fantasiosi interpreti di un rugby più spensierato, meno rigoroso, più individuale che collettivo. Insomma, la Nuova Zelanda ha perso nel tempo una parte di quel rigore contadino, occidentale, europeo che ne faceva una delle culle della tradizione ovale. In termini calcistici è come dire Brasile (che non vince i Mondiali dal 2002) contro Germania, attacco contro difesa, che tanta parte conta ormai nel rugby moderno: il Sudafrica vincitore dell’ultima Coppa del Mondo ne è diventato il nume tutelare.

Può essere che già dal prossimo weekend gli All Blacks ripristinino una parte del loro dominio. Ma per tornare a essere gli incontrastati numero uno probabilmente ci vorrà più tempo, con la giusta capacità di dosare risorse ambientali, storiche, atletiche e sportive. La Francia del calcio, nel 2018, è diventata campione del mondo in Russia con i vari Pogba, Mbappè, Kantè, ma anche con Griezmann, Giroud e Pavard. Può darsi che questo mix di culture diverse nel 2023 le permetta di fare il bis anche nel rugby. Il 2019 ha visto il trionfo della Rainbow Nation sudafricana. La Nuova Zelanda cerca la sua identità tra passato, presente e futuro. Mentre il fondo Silver Lake aspetta grandi ritorni dal suo investimento milionario, in un angolo della Terra dove il rugby è ancora religione.

Potrebbe interessarti anche
© Regiopress, All rights reserved