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laR
 
25.06.2022 - 05:30

Il giorno che Mike sbranò le orecchie a Holyfield

25 anni fa su un ring del Nevada Mike Tyson si rese protagonista di un episodio davvero clamoroso

Dieci anni di carcere, di cui sei da scontare: a tanto ammontava la pena comminata a Mike Tyson nel febbraio di trent’anni fa per lo stupro di Desiree Washington, reginetta di bellezza diciottenne che il pugile aveva conosciuto qualche mese prima a Indianapolis durante il concorso Miss Black America, al quale lui presenziava fra gli ospiti d’onore. Il campione si era sempre proclamato innocente, ma ciò non gli servì a evitare la condanna, e così fu inghiottito da un penitenziario dell’Indiana. L’attesissimo match contro Evander Holyfield, già in agenda, non poté dunque andare in scena. Liberato dopo tre anni per buona condotta, all’uscita di prigione, ventinove anni da compiere e un nome islamico nuovo di zecca (Malik Abdul Aziz), Iron Mike si ritrovò parecchio alleggerito, innanzitutto nel peso corporeo. Nei mesi del processo, infatti, stress e mancanza di allenamento lo avevano fatto ingrassare fino a 125 kg, stazza con cui si era presentato ai secondini. La pessima cucina del carcere e gli esercizi con cui si era tenuto in forma dietro le sbarre gli avevano invece permesso di scendere fino al quintale, cioè il suo peso-forma da atleta, il giorno della sua liberazione.

La cattiva notizia era invece che il dimagrimento riguardava purtroppo anche il suo patrimonio, vicino ai cento milioni di dollari quando aveva varcato la soglia della prigione e ridotto a quattro scarsi al momento della scarcerazione. Colpa della scellerata gestione operata dal suo manager, il celebre Don King, uno che prima di tuffarsi nel mondo del pugilato gestiva scommesse clandestine e, en passant, uccideva persone. Due gli omicidi acclarati a suo carico: per il primo (colpo di pistola) se la cavò grazie alla legittima difesa, nel secondo caso (calci in testa) l’omicidio volontario fu invece derubricato in colposo, e tutto si risolse con tre anni e mezzo nelle patrie galere. Con queste premesse, capite bene, anche per una belva come Tyson sarebbe stato difficile fare la voce grossa per sapere che fine avevano fatto i novantasei milioni mancanti. E dunque, per ricostituire la propria ricchezza, a Mike non restò che rimettersi a lavorare, cioè a fare a pugni. Ritrovato presto il feeling con ring e guantoni, un anno dopo aver lasciato la sua cella, il ragazzo di Brooklyn torna a essere il Re dei pesi massimi. Dapprima, battendo Frank Bruno, conquista la corona Wbc. Poi, liquidando Bruce Seldon, si appropria della cintura Wba. E così un paio di mesi più tardi, nel novembre del 1996, può finalmente consumarsi lo slittato incontro con Evander Holyfield, sfida che all’epoca rappresentava il sogno di ogni appassionato di boxe. Non a caso, il match fu battezzato "Finally". A vincere fu Holyfield, che grazie a una migliore gestione tattica strappò il titolo Wba a Tyson al termine di 11 riprese massacranti. Mike, che la vigilia era strasicuro di vincere, s’incazza come Sgarbi, accusa l’arbitro di partigianeria ed esige la rivincita, che il nuovo campione gli concede l’estate seguente, vale a dire il 28 giugno 1997, esattamente un quarto di secolo fa.

L’attesa

Attorno all’evento – ospitato come il precedente all’Mgm Grand Garden Arena di Paradise, periferia di Las Vegas – l’interesse è altissimo. La copertura mediatica non ha precedenti, i biglietti benché carissimi vanno esauriti in pochi minuti e le borse per i pugili toccano quote per l’epoca inimmaginabili: a Tyson andranno trenta milioni dollari, mentre Holyfield – che è detentore del titolo – ne riceverà trentatré. Ma in palio, specie per Mike, non ci sono soltanto la corona e un mucchio di soldi: per lui, ex galeotto e frequentatore seriale dei riformatori, è anche l’occasione di ripulire almeno in parte un’immagine pubblica che nel corso degli anni è andata deteriorandosi sempre di più. Qualcuno dice che durante i tre durissimi anni trascorsi in gattabuia Mike abbia maturato una nuova coscienza: oltre ad avvicinarsi all’islam, pare che il più giovane campione della storia dei massimi abbia scoperto autori come Machiavelli, Tolstoj, Shakespeare e Mao. Letture e lezioni che, secondo il suo entourage, avrebbero aiutato il boxeur a sviluppare una diversa visione della realtà e un maggiore autocontrollo, dote di cui era sempre stato carente. La curiosità del mondo è dunque enorme, e il ragazzo inizia a sentirsi addosso una pressione altissima e una responsabilità di cui, nel passato, non si è mai sognato di preoccuparsi. La serata, come sempre in questi casi, richiama a bordo ring star di altri sport, politici importanti e pezzi grossi dello showbiz, mentre sul divano di casa a seguire il combattimento ci sono centinaia di milioni di appassionati, molti dei quali sull’esito del match hanno pure scommesso porzioni piccole o grandi del proprio stipendio. Al centro del ring, a ricordare ai contendenti le regole di base c’è Mills Lane, un’istituzione, chiamato ad arbitrare dopo che Mitch Halpern – il giudice designato in un primo momento – si era tirato indietro: Tyson e il suo clan lo avevano ricusato, ritenendolo responsabile della sconfitta di Mike nel primo incontro con Holyfield l’autunno precedente. Il reclamo rimase lettera morta e Halpern fu confermato, ma poi, come detto, per evitare ulteriori speculazioni aveva preferito farsi da parte.

Il match

Holyfield, in bermuda bianchi e viola, ha 35 anni. Fin lì ha vinto 33 volte (24 per ko) ed è stato sconfitto solo in 3 occasioni. Tyson, infilato nei suoi iconici pantaloncini neri cortissimi, di anni ne ha 31 e di sconfitte ne ha rimediate ancora meno – soltanto 2 – mentre è risultato vincitore ben 45 volte, 39 delle quali prima del limite. Sfoggia soltanto un paio di tatuaggi sulle braccia, ricordo del penitenziario, nulla a che vedere col disordinato patchwork con cui avrebbe istoriato il proprio corpo, volto compreso, negli anni a venire. Pesano entrambi 99 kg, Evander però è molto più alto (189 cm contro i 178 scarsi di Mike) e dunque dispone di un allungo assai maggiore. Tyson dovrà quindi tenere una difesa ancor più chiusa del solito, si affiderà alla peekaboo insegnatagli a inizio carriera da Cus D’Amato, suo maestro, mentore e padre adottivo: si tratta di una specie di guardia francese, ma ancor più alta ed ermetica. Ed è proprio con lo sfidante asserragliato a respingere gli attacchi del campione che inizia finalmente il match, presentato sui manifesti come "The sound and the fury" ma passato poi alla storia come "The bite fight", cioè il combattimento del morso.
Non fu infatti una grandinata di pugni ravvicinati – come spesso succede – o un solo colpo ben assestato a definire l’esito dell’incontro, ma un paio di morsi affondati da Tyson alle orecchie di Holyfield, a causa dei quali Iron Mike fu ovviamente squalificato, mentre il suo avversario poté mantenere la cintura di campione. Avvenne tutto nel corso del secondo round, durante il quale Tyson – uscito perdente dalla prima ripresa – invece di concentrarsi sulle mosse di Holyfield si distrae parlando di continuo all’arbitro, secondo lui troppo tollerante con le testate con cui il campione lo colpisce ripetutamente. In realtà, nell’azione di Evander non pare esserci nulla d’illecito. Inevitabilmente Tyson apre la guardia e il rivale, con un sinistro, gli squarcia un’arcata sopracciliare, che prende a sanguinare. All’angolo lo sfidante viene curato, e il medico dice che si può proseguire. Tyson, però, ormai è partito per la tangente: in clinch azzanna l’orecchio destro dell’avversario, gliene stacca un pezzo, lo mastica e lo risputa sul ring. Holyfield, per il dolore, si mette a saltellare schizzando sangue ovunque. Mike, non pago, rincorre l’avversario e lo colpisce alle spalle scaraventandolo contro le corde. Nessuno riesce a credere a ciò che ha appena visto, è una cosa troppo folle per essere vera, e così si opta per concedere a Tyson, che giura di aver usato i guanti e non gli incisivi, una seconda possibilità. Appurato che Holyfield può continuare, le ostilità riprendono con lo sfidante penalizzato di 2 punti. L’atto di cannibalismo, però, si ripete dopo pochi secondi, e stavolta a essere addentato è l’orecchio sinistro. "He did it again!", urlano all’unisono cronisti e telespettatori del mondo intero. L’arbitro però, non si capisce perché, impone ai pugili di portare a termine il 4 round. Nel frattempo, tutti hanno rivisto almeno un paio di volte al rallentatore i due attacchi da squalo bianco, e appena i contendenti poggiano le chiappe sullo sgabello, il match viene dichiarato chiuso, con la vittoria ovviamente assegnata al campione in carica.

Le radici

Invece di rinsavire e magari chiedere scusa, Mike perde anche l’ultima stilla di autocontrollo e, come posseduto, si scaglia verso l’angolo nemico a caccia di Holyfield. Scoppia un pandemonio, sul ring si riversano decine di persone per creare una zona cuscinetto fra i due clan. Tyson, indemoniato, colpisce perfino un paio di poliziotti: per fortuna con qualche jab appena accennato, altrimenti li avrebbe ammazzati. Appassionati e commentatori possono dire le parole che hanno sempre pensato ma che fin lì si erano imposti di non pronunciare: oltre che uno squilibrato, Mike è un criminale conclamato.
Poteva essere l’occasione per riabilitarsi dopo i tre anni trascorsi in galera per violenza carnale, ma Tyson fece di tutto per evitare che ciò accadesse. Del resto si sa, tu puoi uscire dal ghetto, ma il ghetto resterà sempre dentro di te. Già da ragazzino, per le strade e durante i molti soggiorni in riformatorio, gli avevano insegnato che il mondo è una giungla e che per sopravvivere devi agire da belva. E lui si era conformato a quella scuola. Sempre. Ad esempio, dichiarando prima di ogni match di voler vedere morti i suoi avversari. Oppure trattando le donne come descritto nelle peggiori canzoni trap, posto che ce ne siano alcune meglio di altre. Mike è cresciuto nei quartieri più degradati dell’area metropolitana di New York, senza mai conoscere suo padre. La madre, per sbarcare il lunario, si accompagnava a innumerevoli partner coi quali non esitava ad accoppiarsi nel letto occupato dal piccolo Mike, che fingeva di dormire ma sentiva e vedeva tutto, comprese le botte che la donna riceveva e in parte restituiva. «Sono cresciuto insieme a donne tostissime, perfettamente in grado di prendere a pugni gli uomini», racconterà in "True, la mia storia", uscito in Italia nel 2015. «Non consideravo un tabù alzare le mani su una donna perché quelle che conoscevo erano capacissime di ammazzarti». Questo è il tipo di ambiente dove ha trascorso l’infanzia Mike Tyson, adulto capace di staccare a morsi le orecchie dei rivali e bambino bullizzato dai compagni, arrestato 38 volte prima di compiere 13 anni e violentato per strada da uno sconosciuto.

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