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28.06.2017 - 06:350
Aggiornamento : 15.12.2017 - 17:12

I ricordi di Michael von Grünigen, domatore delle nevi: "Davvero bei tempi, quelli!"

MvG. La chimica, in senso stretto, stavolta non c’entra. Niente formule segrete, se non quella di un fenomeno passato, ma che ancora oggi rimane indelebile nei ricordi di chi lo sci, quello del circo bianco planetario, lo segue da qualche annetto. In barba a un nome troppo lungo da pronunciare – tanto che per i cronisti di allora, nel citarlo per nome e cognome c’era il rischio di... terminare quando lui la sua fatica fra i paletti, in prevalenza non quelli più stretti, l’aveva già portata a termine – quella di Michael von Grünigen (noto ai più con il più spiccio acronimo “MvG” è una figura che conserva intatto il suo fascino.


A 14 anni dal suo commiato da sciatore professionista (l’ultima gara, un gigante non portato a termine, a Lillehammer il 15 marzo 2003), il 48enne bernese è uno dei “bersagli” principali di chi va a caccia di autografi dei big del circuito bianco. Anche a Losone, dove negli scorsi giorni si è tenuta l’assemblea dei delegati di Swiss Ski. Nonostante la sua statura tutto sommato contenuta (1 metro e 77 di altezza, per una corporatura snella), von Grünigen ha saputo imporsi sulla scena come un autentico “Gigante delle nevi”. Una reputazione costruita a suon di successi: ben 23 quelli accumulati durate la sua lunga carriera in Coppa del mondo. Una marea, al punto da poterlo quasi definire uno degli ultimi veramente grandi dello sci rossocrociato. Uno dei pochi che, sull’arco di svariate stagioni, ha saputo mantenersi sulla cresta dell’onda, confermandosi da un anno all’altro. Fino al fatidico momento di appendere gli sci al chiodo. Almeno dal profilo dell’atleta, visto che allo sci Michael von Grünigen è ancora saldamente legato. «Per me è ben più di una semplice passione – sottolinea il bernese –. Lo era quando gareggiavo in Coppa del mondo e lo è ancora oggi: ormai l’ho nel sangue, è parte di me. Ho smesso di sciare, ma non di impegnarmi per questo mondo: ho avuto l’opportunità di lavorare per un’azienda che fornisce l’attrezzatura agli atleti e inoltre sono attivo come allenatore delle giovani promesse della mia regione». Chissà che un giorno, proprio seguendo i suoi insegnamenti, non possa nascere un altro campione della sua stoffa. Uno che sapeva rivaleggiare con colossi come Alberto Tomba, tanto per citare uno dei protagonisti dei suoi epici duelli. Sfide che ancora oggi scorrono nitide nei suoi ricordi. E non manca un po’ di nostalgia nei suoi occhi quando li rievoca. «Beh, sì, erano davvero bei tempi quelli! Le sensazioni che provavi quando ti presentavi al cancelletto di partenza sono indescrivibili. Ancora oggi, a qualche anno di distanza, provo ancora grande emozione quando ci ripenso. Tuttavia fa parte del passato, come parecchie altre cose. Certo, il mio presente è ancora e sempre legato allo sci, ma da quei tempi il circo bianco ha fatto un bel passo avanti e voltato pagina». Quanto è cambiata questa realtà? «I maggiori cambiamenti sono intervenuti sul piano tecnico: la ricerca e lo sviluppo dei materiali hanno fatto enormi progressi, permettendo agli atleti di compiere un sensibile salto di qualità. Grazie a questi nuovi materiali le doti di ciascun atleta possono essere valorizzate e ottimizzate. A mio modo di vedere i progressi più significativi sono stati quelli intervenuti a cavallo tra fine anni Novanta e il 2003: una sorta di rivoluzione per il mondo dello sci, soprattutto per quel che concerne lo slalom speciale, disciplina tecnica per eccellenza. Dopodiché è subentrata una certa fase di stallo, ma non sono comunque mancate nuove “trovate”».

Scorriamo a ritroso l’album dei ricordi. Quasi un’enciclopedia: praticamente impossibile passarli in rassegna uno per uno. Anche se Michael von Grünigen qualcuno più degli altri lo ricorda con particolare commozione. «Fermo restando che ogni vittoria merita lo stesso posto in questo album, se devo scegliere citerei senza di dubbio i due titoli iridati di gigante (il primo vinto al Sestrière nel 1997 e l’altro a Sankt Anton quattro anni più tardi, ndr). I Mondiali sono una cosa a sé: in una sola gara e in una singola giornata si decide tutto. Non ci sono prove d’appello, né per gli avversari né per te. Bisogna azzeccare la giornata giusta e sperare che anche la fortuna sia dalla tua parte. Il titolo è la somma di tanti piccoli fattori e quando lo si vince si prova una gioia immensa». MvG snocciola qualche altro risultato degno di nota nella sua carriera ricca di pietre miliari: «Le diverse coppe di specialità vinte», ben quattro, tutte in gigante, la sua disciplina prediletta, come ben evidenziano i 46 podi su un totale di 48 in Coppa del mondo. L’ultimo acuto l’ha piazzato a Yongpyong, in Corea, il 1° marzo 2003. E quello più speciale di questo contesto? «Le due vittorie ottenute in Alta Badia (1996 e 1998) sono probabilmente quelle che ancor oggi ricordo con maggiore emozione. Indimenticabili perché ottenute su un tracciato estremamente esigente. Personalmente questa località è quella che si è presa un pezzo del mio cuore, così come Adelboden», dove vinse nel 1996. Proprio mentre cita la stazione dell’Oberland bernese, quasi a volersi vendicare di una sorta di sgarbo, un’improvvisa folata di vento gli fa cadere in testa il cartellone che pubblicizza un’altra stazione sciistica bernese: quella di Schilthorn-Piz Gloria.

 

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