Sembra che non possa esserci ambito che non utilizzi le nuove tecnologie. Sono utili sì, ma necessitano di una misura e di rigore scientifico

Comunicare è un’azione insita in qualsiasi essere vivente, che nell’essere umano è all’origine di ciò che chiamiamo cultura. Un patrimonio formatosi nei millenni che oggi facciamo fatica non solo a comprendere, ma pure a conoscere, anche se “orde” di turisti ogni giorno si muovono da una parte all’altra del globo per visitare i maggiori siti di interesse dell’umanità, spinti da documentari visti in tv o dal chiacchiericcio e dalle immagini dei social media. È la digitalizzazione, che ha spalancato la porta a nuovi modi di comunicare in ogni ambito della nostra vita. Utili o dannosi, in particolare quando si parla di patrimonio culturale? Per capire come si possano utilizzare in modo costruttivo e sensato – quindi riuscire a fare qualcosa che possa avere una certa durata e dare un beneficio all’esperienza di chi viaggia o di chi si accosta a una cultura poco conosciuta – ci siamo rivolti al professor Lorenzo Cantoni. Laurea in filosofia e dottorato in comunicazione e pedagogia, è direttore presso l’Università della Svizzera italiana dell’Istituto di tecnologie digitali per la comunicazione e del Master in Turismo internazionale. Soprattutto è responsabile della cattedra UNESCO, istituita all’USI nel 2013, che si occupa di tecnologie digitali, turismo sostenibile e patrimonio, e membro del World Heritage Switzerland. Assieme a colleghe, colleghi, studentesse e studenti, ha sviluppato un modo di gestire il dialogo fra tecnologie digitali e patrimonio culturale.
Professor Cantoni, qual è secondo lei il principale contributo che le tecnologie digitali hanno portato alla diffusione e alla conoscenza del patrimonio culturale?
Il grande vantaggio delle tecnologie digitali è l’accesso: desideriamo comprendere, e la tecnologia digitale ci permette di accedere a una ricchezza di contenuti molto ampia, purché questi siano garantiti da una rigorosa qualità scientifica. Questo tema è cruciale, anche se siamo lontani dall’averlo risolto, sia per qualità e quantità dei contenuti, sia per l’interculturalità: quando dico ‘chiesa’, ‘altare’ o ‘campanile’ le nostre associazioni mentali sono immediate; in altre latitudini invece devo spiegare cosa sono. Comunicare una cultura diversa richiede un percorso di ‘localizzazione’, un filone di ricerca su cui stiamo lavorando molto.
Le tecnologie possono anche arricchire l’esperienza di chi visita un luogo di interesse culturale?
Penso che possano sia arricchire che disturbare. Se un visitatore si trova in un luogo straordinario e passa il tempo a guardare il cellulare, sta perdendo l’esperienza. Esistono comunque tecnologie che migliorano la visita in situ, per esempio la realtà aumentata, in particolare nel campo dell’archeologia. Attraverso dispositivi mobili – in futuro con gli occhiali intelligenti – è ad esempio possibile vedere come appariva un luogo in origine. Naturalmente devono essere ricostruzioni scientificamente plausibili, non fantasiose. Orchestrando bene le tecnologie, possiamo arricchire l’esperienza senza renderle distrattive. Un esempio concreto è la mostra che abbiamo allestito a Villa Ciani con la Tavola Bardi di Coppo di Marcovaldo (San Francesco e venti storie della sua vita), opera alta circa due metri. Impossibile spostarla da Firenze, ma grazie a uno schermo verticale ‘touch’ di grandi dimensioni il pubblico può ammirarla. Per cercare di fargliela guardare con l’occhio di una persona del medioevo – un uomo del XIII secolo di immagini fatte dagli uomini ne vedeva poche, per cui si soffermava su ognuna con estrema attenzione, mentre noi oggi ne ‘consumiamo’ centinaia al giorno molto distrattamente – abbiamo creato con il nostro team tecnico delle animazioni che incoraggiano le persone a soffermarsi e a esplorare ogni singola immagine. La tecnologia in questo caso aiuta a scoprire l’occhio medievale.
E per quanto riguarda il rapporto tra i visitatori e le comunità locali?
Uno degli obiettivi dev’essere garantire la connessione fra i tre elementi principali del turismo culturale: persone, patrimonio e comunità locale. Le tecnologie possono infatti anche alienarci gli uni dagli altri (penso per esempio ai sistemi di navigazione: pochi si fermano a chiedere la strada). È dunque necessario trovare modalità che incoraggino l’interazione diretta. Noi, per esempio, collaboriamo con World Heritage Switzerland con l’intento di promuovere un turismo di qualità, sviluppando giochi e un’applicazione, pensata sia per i turisti che per i residenti, che possa favorire il dialogo con la gente del posto.
Un altro concetto importante è quello della disintermediazione. Di che cosa si tratta?
Grazie alle tecnologie digitali è possibile ridurre l’impatto delle agenzie che fungono da intermediari, creando un contatto e delle relazioni più dirette tra il visitatore e la comunità ospitante, consentendo così un flusso economico più equo e sostenibile. Noi per esempio lavoriamo in Africa, Asia e America Latina con l’obiettivo di garantire che i proventi del turismo non restino alle agenzie appunto, ma vadano anche a beneficio della popolazione locale.
Passiamo all’intelligenza artificiale, quali opportunità offre per la valorizzazione del patrimonio culturale?
È fondamentale chiarire un punto cruciale: l’uso dell’IA nel settore culturale non può essere lasciato a modelli come ChatGPT, il cui contenuto è indeterminato e non verificato, bisogna adottare un approccio rigoroso. Posso fare due esempi concreti: alcuni anni fa abbiamo addestrato un sistema di IA a riconoscere il Batik indonesiano. L’anno scorso, invece, abbiamo presentato a Villa Ciani una mostra sul mondo del vestire, focalizzata sugli abiti delle confraternite. Per illustrare come fossero realizzati questi vestiti abbiamo utilizzato un ologramma tridimensionale interattivo, alimentato da un sistema di IA specializzato e scientificamente validato, la cui interfaccia permetteva ai visitatori di dialogare con l’ologramma. In entrambi i casi, per arrivare al risultato finale abbiamo dovuto addestrare il sistema con materiali specifici forniti da noi. Di più: per il nostro ologramma abbiamo utilizzato la base linguistica di OpenAI, ma opportunamente filtrata e integrata esclusivamente con contenuti validati da noi. Se una domanda usciva dal perimetro stabilito, il sistema era programmato per non rispondere o correggere la premessa, garantendo la massima precisione. Anche l’animazione delle immagini era gestita attraverso diversi motori di IA, ma ogni singolo output è stato supervisionato manualmente. Le immagini finali sono state approvate solo dopo aver confermato la loro correttezza e pertinenza. Questo approccio ci porta a una riflessione essenziale: nel mondo della cultura non si può assumere che l’IA, pur avendo accesso a enormi database, produca risultati corretti o sensati. È imperativo garantire la qualità scientifica di ogni interpretazione offerta; abbiamo la responsabilità di fornire ricostruzioni che siano scientificamente plausibili e trasparenti, distinguendo chiaramente fra fatti accertati e ipotesi più o meno plausibili.
Quali sono invece le potenzialità e i limiti della realtà virtuale immersiva?
L’utilizzo della realtà virtuale immersiva deve essere contestualizzato. La VR è uno strumento prezioso per chi non può raggiungere fisicamente un luogo, come le persone con disabilità motorie, o per visitare ambienti inaccessibili per motivi di sicurezza, economici o fisici. Tuttavia non esiste attualmente alcuna tecnologia che possa sostituire l’esperienza fisica. Nessuno preferirebbe guardare un luogo in realtà virtuale, se potesse andarci di persona. Tutti i nostri cinque sensi, non solo la vista, sono essenziali. Entrare in una cattedrale e non sentire i suoni, gli odori, lo spazio è un’esperienza povera. La realtà virtuale è meglio che non vedere nulla, ma è lontana dall’esperienza in presenza, il cui desiderio è dunque insopprimibile.
In conclusione, come possiamo evitare che il patrimonio culturale venga eccessivamente protetto, oppure al contrario banalizzato?
Nel turismo culturale identifichiamo due polarità: la musealizzazione e la disneyficazione. La musealizzazione consiste nel porre il patrimonio sotto una campana di vetro, rendendolo inaccessibile o sterile. Il patrimonio deve essere visto, toccato (se possibile) e vissuto, nel rispetto della sua integrità, non può essere solo un oggetto da guardare da lontano. La disneyficazione significa banalizzare la storia o, peggio, violare la dignità dei luoghi. Il nostro compito – anche se a volte è necessario ‘osare’ per comunicare efficacemente, specialmente con i giovani – è mantenere un accesso significativo e rispettoso del bene culturale. Per questo noi esperti dobbiamo filtrare ogni sperimentazione, selezionando ciò che è applicabile senza stravolgere, falsificare o alterare la verità storica. È la tecnologia che deve servire la cultura, non il contrario.
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