salute mentale

Lo sport può allenare la salute mentale

Puntare solo al risultato in ambito sportivo può essere poco lungimirante rischiando di far perdere il piacere di praticare dello sport

All’apice della sua carriera, durante le olimpiadi di Tokyo 2020, Simone Biles ha avuto il coraggio di mettersi al primo posto
(Keystone)

La salute mentale è un tema di grande attualità. Sempre più spesso il modo in cui si vive una certa situazione e le emozioni che si provano vengono messi al centro della discussione e anche presi in considerazione come elementi fondamentali per fare scelte importanti. La letteratura, così come le esperienze personali, è sempre più ricca di racconti in cui le persone scelgono di mettere al primo posto la propria salute mentale, anche a discapito di lavori ben remunerati o possibilità di una carriera professionale. Avere del tempo da dedicare a sé stessi, alle proprie relazioni e ai propri passatempi è riconosciuto come una priorità nella vita di sempre più persone.

Allo stesso tempo, vi sono purtroppo persone che non hanno la possibilità di poter effettuare queste scelte, trovandosi in situazioni difficili con la priorità di mantenere il lavoro, pur sapendo che mettono a rischio la propria salute mentale. Il mondo dello sport, pur essendo, spesso ma non sempre, un mondo privilegiato nel senso che è composto da persone che hanno fatto della propria passione il proprio mestiere, è anch’esso sensibile alla cura della salute mentale.

Una chiave di lettura: psicologia costruttivista

Curare la salute mentale in ambito sportivo vuol dire accompagnare le atlete e gli atleti, sin da piccoli, a sviluppare le competenze che permettano loro di vedere le diverse implicazioni emotive e sviluppare delle abilità per poterle gestire, diventando flessibili e generativi. Diventare flessibili permette di adattarsi alle diverse situazioni, anche impreviste, e continuare a sperimentare un sentimento di autoefficacia, ovvero sentirsi in grado di gestire la sfida che si sta affrontando. Essere generativi rende possibile produrre nuovi significati e nuove soluzioni, che siano funzionali ai propri obiettivi e che mantengano alta la motivazione, l’attenzione e il piacere. In quest’ottica, la psicologia costruttivista propone una chiave di lettura interessante e utile per tutti gli attori coinvolti nel mondo sportivo.

Il presupposto di base dell’approccio costruttivista consiste nell’accettare che la realtà esiste solo attraverso gli occhi di chi la guarda. Questo vuol dire che quando una persona racconta come sta vivendo una determinata situazione, solo lei sa il significato che sta dando a quello che sta accadendo. Una gara può generare piacere o paura, e solo la persona interessata sa quale sia l’emozione che sta sperimentando. Il motivo per il quale prova proprio quella emozione è legato alla sua storia di vita e a come le siano state presentate e raccontate le gare durante il suo percorso da atleta. Allo stesso tempo, ogni persona significativa attorno all’atleta ha l’opportunità di presentare la realtà in modo diverso, permettendo all’atleta di costruire rappresentazioni alternative della gara, che possano attivare altre emozioni, alcune anche più funzionali per il compito che deve svolgere.

Lavorare in ambito sportivo secondo un approccio costruttivista vuol quindi dire incuriosirsi di come l’atleta, l’allenatore, il genitore, o qualsiasi altro attore del mondo sportivo viva una determinata situazione e chiedersi se questo sia funzionale o meno al perseguimento degli obiettivi in gioco.

depositphotosAnche il contesto sportivo contribuisce al benessere degli atleti, a tutte le età

Il risultato come conseguenza e non una priorità

A questo punto si apre un altro grande capitolo, quello legato agli obiettivi sportivi. Quali obiettivi debbano essere le priorità per le atlete e gli atleti, e di conseguenza che tipo di percorso sportivo costruire tenendo conto delle diverse priorità che possono emergere. Ci sono situazioni in cui la priorità viene messa sul risultato e si è pronti a sacrificare tutto il resto per arrivarci. Quando si stabilisce questa priorità è possibile arrivare al risultato atteso, ma anche quando questo dovesse accadere, è un aspetto percorribile solo sul breve termine.

Inoltre, così facendo, la salute mentale delle persone coinvolte è spesso maltrattata, lasciando poco o nessuno spazio alle emozioni delle persone e il piacere di svolgere l’attività è messo in secondo piano. Il vissuto della persona viene considerato come meno importante rispetto al risultato da raggiungere. Si tratta di situazioni che purtroppo a volte si incontrano. Allo stesso tempo, per fortuna, sia le esperienze che la letteratura mostrano come la salute mentale possa essere compatibile con il raggiungimento di risultati ambiziosi e, anzi, come spesso sia un elemento facilitatore per il raggiungimento di questi risultati.

Inoltre, curando la salute mentale e lasciando il risultato come conseguenza di quello che ognuno può fare, come per esempio curare la qualità del proprio gesto, dell’allenamento e della gestione emotiva, lo sport può diventare anche un’opportunità preziosa per allenare e sviluppare talenti utili anche in altre aree della vita, come la determinazione, la capacità di collaborare, la gestione delle emozioni, la costruzione della fiducia vedendo quello che si sa fare bene e anche ciò che è possibile migliorare. Tornando all’approccio costruttivista, un altro elemento portante di questo sguardo consiste nell’assunzione di responsabilità di ogni parte in causa. Ognuno ha la possibilità di presentare la realtà in un modo che possa promuovere e valorizzare la salute mentale. E ognuno può mettersi in gioco pensando e proponendo soluzioni, quando si incontrano situazioni o persone che soffrono per un disagio mentale. Questo vale nel mondo sportivo, così come in qualsiasi altro contesto di vita.

Curare il contesto o rafforzare gli atleti

Negli ultimi anni sempre più atleti hanno parlato di salute mentale, alcuni valorizzando l’importanza di avere altri ambiti di vita significativi, oltre alla propria disciplina, altri condividendo la propria sofferenza nel dover far fronte quotidianamente a un contesto sportivo che genera più malessere che benessere. Anche in questo caso il vissuto e i motivi di questa sofferenza sono soggettivi. Emerge comunque come ci si senta sempre più legittimati a mettere la priorità sul fatto di stare bene, piuttosto che dover performare a tutti i costi. La difficoltà a gestire le pressioni esterne, la paura di un infortunio, l’inizio o la fine della carriera sono alcuni degli aspetti che maggiormente possono attivare disagi mentali. In situazioni come queste, due possono essere le strade da intraprendere: permettere alle atlete e agli atleti di sviluppare competenze psicologiche per rafforzare la salute e il benessere mentale; oppure curare il contesto, in modo che non pretenda risultati incompatibili con un benessere mentale duraturo per tutti gli attori che ne fanno parte.

Prendendo spunto da queste riflessioni e chiedendosi se salute mentale e prestazione possano essere compatibili, il 25 aprile è stata organizzata la prima giornata di studio Psicosport, che ha visto, tra gli altri, la partecipazione tra i relatori di membri di comitato dell’Associazione Ticinese degli Psicologi (ATP) e dell’Associazione Svizzera di Psicologia dello Sport (SASP). Alla giornata hanno partecipato sia psicologi che docenti, allenatori, atleti, genitori di atleti e altri attori del mondo dello sport.

L’obiettivo era quello di offrire una lettura per poter costruire un contesto sportivo che promuova la salute mentale e mostri come questo possa essere compatibile anche con i contesti di massima prestazione. Inoltre, è stata l’occasione per condividere, anche con racconti di esperienze concrete, in che modo la figura dello psicologo possa essere una risorsa importante in collaborazione con gli allenatori e i dirigenti sportivi.

Affrontare tutte le sfumature di emozioni

È quindi possibile prendersi cura di sé e degli altri anche nel mondo dello sport. Prendersi cura di sé e degli altri, vuol dire vedere come stanno le persone, dare spazio e valore alla soggettività di ognuno e costruire la responsabilità di ogni persona nel poter proporre un contesto e delle relazioni che facciano stare bene tutti coloro che vi partecipano. Tenendo presente che stare bene non vuol dire essere solo felici. Stare bene vuol dire vedere e affrontare tutte le sfumature di emozioni, sentendosi accompagnati da persone che trasmettono la fiducia e la sicurezza di poter gestire anche le difficoltà, uscendone, perché no, anche arricchiti.

Così facendo si allenano e sviluppano due componenti fondamentali per la salute mentale e anche per il successo: il piacere e la fiducia. Ogni persona che ottiene successi significativi racconta di averli realizzati sperimentando sensazioni di fiducia e piacere. L’arte sta nel definire, riconoscere e valorizzare quale sia il successo significativo per ognuno e come renderlo coerente con il contesto nel quale ci si trova. Il successo può essere ottenere una medaglia come promuovere l’inclusione attraverso lo sport o molto altro ancora. L’importante è che, in ogni situazione, si abbia cura anche della salute mentale delle persone.

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