Architettura

Perché l’architettura ha ancora bisogno della matita

Prima il pensiero, poi lo strumento. La professoressa Eva Prats illustra come, in un mondo sempre più digitale, l’analogico rimanga importante

Le linee organizzano i pensieri
(depositphotos)
21 settembre 2026
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Lo strumento non è di per sé portatore di senso o di significato, senza chi sia pronto a renderlo vivo. Tuttavia, come il linguaggio, forma e conforma il nostro pensare. Lo stesso, pare, sia per qualsiasi segno prodotto dall’intelletto umano, come il disegno. E il disegno in architettura è fondamentale, dato che influenza notevolmente il modo di riflettere, ovvero immaginare, prefigurando lo spazio. Di conseguenza la maniera di disegnare analogicamente o virtualmente condiziona chi progetta molto più di quanto si voglia ammettere. Disegnare a mano (schizzi, disegni interpretativi, tecnici o altro) o farlo al computer utilizzando programmi appositi sono entrambi modalità assolutamente legittime, ma diverse. E oggi, in un’epoca di rivoluzione digitale imperante, chiedersi se la pratica del disegno – inteso come un esercizio sia fisico sia intellettuale, teso alla costruzione di un’opera – sopravviverà alle nuove tecnologie è non solo legittimo, ma doveroso. Indagarne i motivi, pure. Per farlo ci siamo rivolti alla Prof.ssa Eva Prats, Professoressa straordinaria presso l’Accademia di architettura dell’USI a Mendrisio, dove dirige atelier in cui la matita è ancora protagonista assoluta.

Professoressa, perché questa contrapposizione fra disegno analogico e digitale in architettura? Cosa cambia?

La matita presuppone una tecnica, il computer un’altra. Bisogna capire quando abbiamo bisogno dell’una piuttosto che dell’altra. In Accademia, a Barcellona, all’ETH e ovunque abbia insegnato, invito gli studenti a lavorare a mano, a lasciare lo schermo. Questo perché sono convinta che la matita permetta una concentrazione migliore. Il mestiere dell’architetto è molto complesso: bisogna ragionare e far funzionare tante cose contemporaneamente – i desideri del cliente, il luogo, l’utilizzo dell’edificio, il terreno, la struttura... Quando si utilizza il pc si rischia di essere troppo concentrati sullo strumento, mentre la carta ci permette di mantenere l’attenzione necessaria, perché la mano traduce graficamente il nostro pensiero.

Bisogna saper utilizzare entrambi gli strumenti quindi?

Certamente. Non è che ogni progetto inizi a matita, con piccoli disegni, e poi tutto diventi digitale: le due modalità si mischiano in ogni fase. Per esempio in cantiere un dettaglio è più facile da mostrare a mano: disegni quello che l’operaio vedrà e capirà. Allo stesso tempo il fatto di disegnare ti costringe a concentrarti su quello che è importante e ti permette di verificare che quel disegno corrisponde a ciò che hai in testa. La tua mano non ti chiede nulla, non se vuoi andare a destra o a sinistra, quanto deve essere grande una cosa. Il fatto che non ci siano tutte queste domande, che non ci siano interferenze con il pensiero, è importantissimo. Il computer è uno strumento per produrre, non per riflettere.

La mano sbaglia, il computer – teoricamente – non sbaglia mai. Non è un vantaggio?

Sì, ma se disegni a mano quello che vedi sul foglio sono revisioni e cancellature, ossia i dubbi, le aree, le zone dove c’è stata più riflessione, non errori, perché se c’è un errore di pensiero, di logica costruttiva o di progetto, allora si deve rifare tutto. La matita invece mostra i punti critici, o quelli in cui deve apparire qualcosa che ancora non c’è e che forse scoprirai. È interessante osservare come gli studenti, quando alla fine del corso faccio loro riprendere in mano tutti i disegni che hanno fatto per ordinarli, scoprono l’evoluzione del loro pensiero, i dubbi che hanno avuto e le possibilità che si sono loro aperte, e diventano coscienti che un edificio si costruisce lentamente.

La matita mostra, mentre il computer fa “copia”, “incolla”, “cancella” e non si vede più niente: è questo il concetto?

Io non penso che la perfezione esista, ma neppure che le idee cadano dal cielo. Penso che un edificio sia prima di tutto una costruzione mentale, che si discute con il cliente, con gli amici, con i colleghi, confrontandosi. Solo dopo si disegna. In questo senso l’evoluzione di un progetto è importantissima. È un pensiero aperto, e tu devi essere capace di cogliere le cose che ti appaiono lungo il tragitto. In studio, ma anche a scuola, chiedo di non cancellare, ma di sovrapporre una carta lucida e riprovare, di lavorare su quel dubbio. Tante volte una cosa non va, ma parte di quell’intenzione magari può funzionare. E hai più possibilità quando torni indietro e dici: ‘Quello non era male’. Così vai avanti e indietro tutte le volte che vuoi fino a quando tutto sembra a posto. Il computer non lo permette, perché non lascia tracce del processo.

Un progetto ha tuttavia delle tempistiche, delle scadenze. Il computer non è più veloce?

È uno strumento fantastico, ma la questione è come usarlo. La tua volontà deve sempre essere al di sopra di ogni tecnica: prima c’è l’obiettivo, poi lo strumento che ti permette di raggiungerlo. Il pc ti permette di avere documenti più flessibili una volta che le cose sono state fissate. Se bisogna apportare dei cambiamenti durante il processo costruttivo, in particolare quando si fa l’installazione tecnica, è molto utile e veloce. Addirittura oggi questi documenti sono spesso realizzati in 3D, per cui è più facile vedere un problema e risolverlo. In questo senso il computer è un aiuto importante.

La creatività è soprattutto analogica, mentre l’esecuzione tecnica del progetto è digitale?

È diverso per ognuno. Ci sono architetti che stanno davanti allo schermo dall’inizio, ma io ritengo che sia meglio stare sulla carta, che non brilla, è meno ipnotica e mantiene la mente più vigile. Io voglio che gli studenti conoscano questa possibilità. In aula siamo 23-24 giovani; quando mettiamo i disegni sulla tavola, l’atelier diventa un mercato di idee, dove uno vede quello che ha fatto un altro e c’è uno scambio che con lo schermo sarebbe impossibile. Una cosa molto bella. Il computer è uno strumento fantastico, lo ribadisco. Però isola, e fa di ogni studente un’isola, un aspetto che personalmente non mi piace. Anche nel nostro studio succede la stessa cosa: la gente lavora con il pc, ma quando si deve discutere si stampa, in modo che tutti possano vedere e mettere mano alla matita. Con la carta si condivide più facilmente.

Lei ormai insegna alla generazione degli anni Duemila, non dico nata di fronte a uno schermo, ma poco ci manca. C’è una differenza fra un nativo digitale e una persona che è stata abituata a una manualità maggiore fin da piccola?

Noi dobbiamo capire che abbiamo a disposizione due mezzi tecnici, la matita e il computer, e cosa vogliamo fare in quel momento, cosa ci è più utile. Confidare solo nel computer, in modo acritico, come spesso si fa oggi, non mi sembra un buon modo di crescere. Penso che il computer abbia delle qualità, ma che ognuno debba trovare la propria strada. Il disegno a mano aiuta molto in questo.

Tutto questo, naturalmente, non c’entra nulla con la qualità: non è che, se uno disegna a mano, è un bravo architetto, mentre se disegna al computer è un cattivo architetto… Corretto?

Certamente, ma ti fa essere più cosciente di quello che stai facendo. Le faccio un esempio: alla scuola di Barcellona ci avevano chiesto di disegnare un edificio abitativo di 100 unità. Il pc le farà tutte uguali; disegnarle a mano è noioso, ma permette di chiedersi se sia giusto che tutti gli appartamenti siano uguali, e allora magari cambi qualcosa. Molte volte uno strumento utile per la produzione ti fa prendere delle scorciatoie e ti fa perdere delle possibilità, ti fa prendere la strada più facile e veloce e ti amputa il pensiero.

Oggi è in corso un’evoluzione che si chiama intelligenza artificiale. È un problema?

Non so quanto sia sviluppata l’IA in architettura, anche se sicuramente c’è chi la usa. È un mezzo, come il computer, che dobbiamo imparare a usare. Io la utilizzo per trovare delle normative e per informarmi, come una sorta di enciclopedia, non come mezzo creativo.

I vostri studenti non usano l’intelligenza artificiale per aiutarsi?

Nelle mie lezioni no: un progetto deve crescere passo dopo passo. Non vogliamo trovare soluzioni semplici e veloci. Questa è una cosa che diceva il primo direttore dell’Accademia, Aurelio Galfetti: non bisogna pensare che gli architetti debbano trovare soluzioni; devono avere dubbi, farsi delle domande, avere un’attitudine riflessiva, scoprire cose. Il progetto è un insieme di voci che uno deve mettere insieme. Ti permette di costruire un mondo, ma solo se lo fai tu, non l’IA.

Gli studenti non abituati a fare il disegno architettonico a matita all’inizio come reagiscono?

Quello che dico loro è che non è una questione di abilità. Il disegno in architettura deve rappresentare quello che interessa, non mostrare le capacità di tratto. All’inizio sono spaventati, ma alla fine tutti disegnano benissimo, ognuno con la propria personalità. Ogni linea è pensata, è una costruzione mentale, e ogni cosa ha un senso. Quando ho iniziato a insegnare ho trovato che tutti disegnavano al pc e non c’era comunicazione. Le linee che tracciavano non gli appartenevano: erano lì, ma non erano loro. Allora ho chiesto che tutti disegnassero a mano. Due giorni dopo sono entrata in aula ed era fantastico, piena di grandi disegni a matita. Me li hanno presentati, tutti ascoltavano, curiosi del lavoro degli altri, ed è iniziato un vero e proprio interscambio, che è quello che deve accadere a scuola. La classe era più concentrata e lavorava meglio.

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