Architettura

L’incompiuto: simbolo identitario o fallimento?

Un edificio mai finito, che sia sacro o infrastrutturale, definisce nel tempo l’identità di un luogo. È importante però non rimanere passivi e pianificare

La Sagrada Familia toglierà le sue iconiche gru perdendo, forse, un po’ del suo fascino
(Keystone)
22 giugno 2026
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Il 10 giugno la Sagrada Familia di Barcellona ha raggiunto un nuovo traguardo con l’inaugurazione della Torre di Gesù Cristo, destinata a diventare il punto più alto della basilica con i suoi oltre 170 metri. L’evento ha coinciso con il centenario della morte del suo architetto, Antoni Gaudí, rappresentando un momento altamente simbolico per un’opera che da oltre un secolo vive in una condizione di costante trasformazione.

Eppure, proprio mentre uno dei più celebri cantieri al mondo si avvicina a una forma di completamento, torna attuale una domanda che riguarda non solo la chiesa catalana, ma l’intera cultura architettonica contemporanea: che fare delle opere incompiute? Per molti osservatori, la Sagrada Familia era forse più affascinante quando appariva come un gigantesco cantiere permanente. «Da studentessa ero dispiaciuta all’idea che venisse completata», osserva la Professoressa Daniela Mondini, ordinaria presso l’Accademia di architettura dell’USI a Mendrisio. «La trovavo più interessante come oggetto incompiuto, non una chiesa ma una grande scultura architettonica. Mi chiedevo: quando sarà finita continuerà ad affascinarci allo stesso modo?».

Un valore che affascina

La riflessione apre un tema più ampio: l’incompiuto non è necessariamente una mancanza, anzi in molti casi possiede una propria forza estetica. «Credo che nella cultura della seconda metà del Novecento, dominata dall’astrazione, l’immaginazione dello spettatore possa contribuire a completare l’opera», spiega la studiosa. «Forse la nostra è una nostalgia del non finito che le nuove generazioni sentono meno. I miei studenti per esempio potrebbero chiedersi perché non si utilizzi l’intelligenza artificiale per ricostruire ciò che manca. Noi invece siamo probabilmente più inclini a vedere nell’incompiuto uno spazio di possibilità». Il caso della Sagrada Familia è inoltre particolare perché attorno alla figura di Gaudí si è sviluppata una sorta di culto. «Si è persino tentato di beatificarlo. Oggi è riconosciuto come ‘venerabile’. Trovo significativo che la torre principale sia stata inaugurata proprio nel giorno della sua morte. In qualche modo si sta trasformando un architetto in una figura quasi sacrale».

Per secoli l’incompiuto ha avuto un significato molto diverso da quello odierno. Le grandi opere non finite erano quasi sempre edifici monumentali, soprattutto religiosi, che sembravano reclamare il loro completamento. Il Duomo di Milano, per esempio, ha visto per secoli discussioni sulla facciata definitiva; lo stesso vale per Santa Maria del Fiore a Firenze o per il Duomo di Colonia, tutti edifici completati nell’Ottocento. «Fino al Novecento i grandi edifici incompiuti avevano quasi sempre una funzione comunitaria», sottolinea la studiosa. «La stessa Sagrada Familia appartiene a questa tradizione. È forse uno degli ultimi grandi edifici di culto che continuiamo a costruire». Esistono però anche incompiuti destinati a rimanere tali. È il caso della Cattedrale di Beauvais, in Francia, «dove la ricerca esasperata dell’altezza provocò crolli già nel XIII secolo. Oggi nessuno pensa di completarla. La sua incompiutezza è diventata parte integrante della sua identità storica».

Demolire, conservare o trasformare?

Nel Novecento le architetture incompiute sono cambiate radicalmente. Non si trattava più di cattedrali o palazzi monumentali, ma di infrastrutture, edifici pubblici, strutture industriali e complessi edilizi abbandonati. «L’incompiuto contemporaneo è soprattutto infrastrutturale», osserva la professoressa Mondini. «Abbiamo un paesaggio pieno di opere lasciate a sé stesse. La domanda è: che cosa ne facciamo?». Demolire, conservare o trasformare? La demolizione presenta costi economici e ambientali elevati, oltre a cancellare una testimonianza del nostro tempo. D’altra parte la semplice monumentalizzazione rischia di congelare questi edifici in una condizione di inutilità permanente. Per di più ha dei costi e non sempre l’edificio ha un valore storico e/o architettonico tale da giustificarli. Per questo si sta sempre più affermando una terza via: il riuso. «Molte strutture hanno perso la loro funzione originaria e sono diventate obsolete», spiega la studiosa, «ma proprio per questo possono diventare opportunità». Gli esempi non mancano. L’area industriale Sulzer di Winterthur è stata trasformata in un quartiere misto che ospita abitazioni, servizi e attività culturali. A Roma la vecchia centrale elettrica Montemartini è diventata una sede museale dove le sculture romane dialogano con le vecchie turbine e i macchinari. («Bellissimo!»). Anche in Germania numerosi bunker della Seconda guerra mondiale sono stati riconvertiti in musei, alberghi o spazi pubblici. La logica è semplice: invece di demolire, si recupera lo scheletro esistente e gli si attribuisce una nuova funzione. Addirittura «oggi alcuni architetti, anche alcuni qui in Accademia, progettano già pensando a una possibile futura trasformazione degli edifici», osserva la Vicedirettrice per la Ricerca. «L’idea è che una struttura possa sopravvivere cambiando destinazione d’uso. È un cambio di paradigma importante rispetto alla cultura dell’usa e getta che ha caratterizzato gran parte del Novecento». Per trasformare le incompiute in una risorsa è però necessario conoscerle e classificarle. Da qui nasce la proposta di costruire un vero e proprio “inventario/corpus” dei non-finiti: uno strumento per catalogare gli edifici sulla base di caratteristiche precise come il contesto urbano o rurale, il materiale strutturale, le dimensioni, la proprietà e soprattutto il grado di incompiutezza. «Recentemente è stata conclusa una tesi di dottorato dedicata alla costruzione del non-finito in Sicilia. Anche lì la domanda era: completare, non completare, o celebrare questo tipo di incompiutezza?». Un edificio può infatti trovarsi in condizioni molto diverse: avere soltanto le fondamenta, presentare pilastri e solai, oppure essere completo nella struttura ma mai utilizzato. L’obiettivo è individuare criteri che consentano di associare a ciascuna tipologia possibili strategie di recupero, mantenendo la flessibilità necessaria per adattarsi alle specificità locali. In quest’ottica il non-finito smette di essere soltanto un errore da correggere e diventa una risorsa progettuale. «Questo è anche un tema di una nostra scuola estiva, che teniamo ogni due anni: riuso, restauro. Sempre con questa domanda: come viene riutilizzato nel tempo un edificio, che sia antico, medievale, rinascimentale o contemporaneo?».

Archivio storico di MendrisioDa ospedale ad accademia di architettura

Un riuso diffuso

Del resto le città europee sono da sempre costruite attraverso riusi e trasformazioni del preesistente. Le strutture romane sono diventate fondamenta o parti integranti di edifici medievali; complessi industriali si sono trasformati in musei, ospedali – come la biblioteca dell’Accademia di architettura – in biblioteche; le fortezze hanno assunto nuove funzioni civili, come a Bellinzona. «Tutte le nostre città sono stratificate», ci ricorda la professoressa Mondini. «Riutilizzare ciò che esiste è una pratica molto più antica di quanto pensiamo». Forse è proprio questa la chiave per leggere le incompiute contemporanee. Oggi appaiono come simboli di spreco e di fallimento, domani potrebbero essere considerate rovine caratteristiche della nostra epoca, testimonianze materiali di un modello di sviluppo e delle sue contraddizioni.

Tra demolizione e conservazione passiva esiste dunque una terza possibilità: trasformare l’incompiuto in una nuova occasione di progetto. Una prospettiva che vale per gli scheletri di cemento disseminati nel paesaggio, così come per il celebre cantiere catalano. Perché la vera alternativa all’incompiuto non è necessariamente il completamento, ma la capacità di immaginare nuovi usi e nuovi significati per ciò che già esiste.

Senza dimenticare una piccola curiosità: il “chantier-spectacle”, come lo chiamano in Francia e che ha avuto il suo apogeo nel restauro di Notre Dame a Parigi dopo l’incendio del 15 aprile 2019, un lavoro durato anni che è diventato anche attrazione turistica e show («tutti guardavano i video di come venivano trasportate le grandi travi di quercia per la carpenteria del tetto, come venivano tagliate, montate ecc.»), un successo che la cattedrale di Saint-Denis, uno dei monumenti più importanti dell’inizio del gotico – nel XIX secolo la torre nord è stata smontata per ragioni statiche e oggi si vuole ricostruirla –, intende ripetere (i lavori sono iniziati a marzo 2025). Forse pure alla Sagrada Familia, una volta portata a termine, lasceranno qualche gru?

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