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Ultimo aggiornamento: 19.09.2018 09:00
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28.07.2018 - 10:050

Le conseguenze del rallentamento della Corrente del Golfo

Dati raccolti e analizzati da team di ricercatori indicano che la Corrente del Golfo è ai minimi storici da 1’600 anni a questa parte

In questi giorni si può leggere sul sito di MeteoSvizzera che sulle spiagge del Mare Artico – nell’estremo Nord della Norvegia – la colonnina di mercurio ha toccato i 30 gradi, in una regione che di regola conosce temperature massime attorno ai 10 gradi. Non solo: la Svezia deve fare i conti con incendi boschivi, come non se n’erano mai visti. Una delle tante notizie di questa strana e pazza estate che avvalora quanto anticipato da due diversi studi pubblicati lo scorso 12 aprile dalla prestigiosa rivista ‘Nature’. I dati raccolti e analizzati dai team di ricercatori indicano che la Corrente del Golfo è ai minimi storici da 1’600 anni a questa parte. In termini percentuali ha perso il 15-20% della sua forza. L’indebolimento della Corrente del Golfo – che garantisce un clima mite all’Europa – è da molti anni una delle maggiori preoccupazioni degli scienziati che si occupano di clima e cambiamenti climatici. Quella che nel 2000 era ancora un’ipotesi, oggi è una preoccupante realtà. A interferire nella circolazione atlantica sono i grandi quantitativi di acqua dolce che si riversano nell’Atlantico del Nord a causa dello scioglimento dei ghiacci e dall’aumento delle precipitazioni nella regione polare, fenomeni direttamente legati ai cambiamenti climatici in corso.

Questa grande massa di acqua dolce, più leggera dell’acqua salata, impedisce l’inabissamento dell’acqua nella regione artica che a sua volta è il motore che richiama altra acqua dal Golfo caraibico dando origine alla Corrente del Golfo. Tra le conseguenze di questo rallentamento – destinato a peggiorare nei prossimi decenni – vi sono tempeste invernali sulle Isole Britanniche, onde anomale di calore in Europa, innalzamento del livello dell’oceano nella costa est degli Stati Uniti e aumento della frequenza e violenza dei cicloni nella regione del Golfo. I modelli non sono comunque ancora in grado di precisare le conseguenze del rallentamento della Corrente del Golfo sul sistema climatico, che potrebbero essere ben peggiori. Per questo motivo la comunità scientifica è al lavoro proprio in questi giorni in Florida per cercare di meglio comprendere questo fenomeno.

Di certo vi è che le conseguenze non si limiteranno al clima, ma anche alla fauna marina. Sotto la lente ci sono soprattutto specie importanti per l’industria della pesca come il merluzzo.

La comunità scientifica ha fornito da tempo le prove che il riscaldamento del clima terrestre è causato in gran parte dalla combustione di energie fossili (carbone, petrolio, gas) da parte dell’uomo. Purtroppo, le emissioni globali di CO2 – dopo una lieve diminuzione subito dopo il vertice di Parigi – sono tornate a salire. La sete di petrolio sembra non conoscere limiti, la guerra dei dazi innescata da Trump ha già provocato un calo della crescita dell’industria solare e pure gli svizzeri non sono esenti da responsabilità, visto che sono tra i maggiori ‘volatori’ al mondo. Di conseguenza l’agenda climatica continuerà a impegnare a fondo il WWF nei prossimi anni, ad esempio per una revisione della legge federale sul CO2 più incisiva, per l’estensione della tassa sul CO2 al traffico aereo internazionale e per convincere la piazza finanziaria elvetica a disinvestire dalle fonti energetiche fossili a favore di maggiori investimenti nelle energie pulite.

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