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07.04.2021 - 05:30

La guerra al virus e il ruolo dello Stato

Ora che si intravede la fine della pandemia riprende il dibattito tra il difficile equilibro tra pubblico e privato

di Aldo Sofia
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Stiamo già assistendo, mentre la crisi sanitaria è ancora aperta, a un assaggio del dibattito ideologico-politico-economico che si preannuncia inevitabile nell’attesissimo e liberatorio dopo-Covid. Il confronto, cioè, sul futuro ruolo dello Stato. Quantomeno in quelle che vengono definite “le società avanzate” del modello capitalista, quindi economicamente più sviluppate. L’organizzazione “no profit” Oxfam (dicembre 2020, rapporto “Shelter from the storm”, rifugio dalla tempesta) ha calcolato che l’83% della spesa pubblica complessiva per fronteggiare la crisi è stata investita dai paesi più ricchi (meno numerosi e meno popolosi), mentre le nazioni povere hanno potuto contare sullo 0,4% di aiuti statali, lasciando senza un centesimo in più oltre 2,7 miliardi di persone.

Lo sforzo nel “primo mondo”, quello più sviluppato, è stato (e probabilmente rimarrà) enorme. Impossibile, per ora, dire quanti miliardi sono stati complessivamente messi sul tavolo. Tanti. Una montagna. In uno sforzo che non ha precedenti. La domanda è dunque se un cambiamento di parametro rispetto al passato vi sarà anche una volta usciti da questo dramma mondiale. O se invece, a breve o medio termine, torneranno a imporsi le voci, le narrazioni, le logiche e le sirene del “meno Stato”, riuscendo a rendere puramente transitoria la cosiddetta e indispensabile “rivincita dello Stato”. Anche il solo esempio dei vaccini è esemplare di questo confronto ancora aperto, e incerto. Chi è il protagonista principale delle scoperte immunitarie a cui è affidata la nostra sorte futura?

Boris Johnson ha attribuito il successo della campagna vaccinale al “capitalismo”, al libero mercato, e non è l’unico a pensarla così. L’economista Mariana Mazzucato, dello University College di Londra, dove dirige l’“Institute for innovation and public purpose”, ci ricorda invece che nella ricerca, nello sviluppo e nella produzione dei vaccini è stata riversata una quantità mai vista di denaro pubblico, dunque soldi dei cittadini: “Si stima che i sei candidati principali (alla produzione del siero) abbiano ricevuto dai governi circa 10 miliardi di dollari, oltre agli ‘impegni anticipati di mercato’ (in sostanza i pre-acquisti)”. I fondi pubblici, sottolinea ancora la Mazzucato, riprendendo le conclusioni dell’“Industrial Strategy Council” britannico – “hanno spesso una natura imprenditoriale, investono nelle iniziali e più rischiose fasi dell’innovazione sanitaria, prima che esista un mercato”; anche grazie a ciò le aziende sono riuscite a sviluppare un vaccino per il Covid-19 in tempi record. Difficile negarlo, senza nulla togliere al superbo successo della scienza.

Ma per ristabilire fra leva pubblica e imprenditoria privata un rapporto meno sfacciatamente favorevole a quest’ultima, ci vorrebbero leadership politiche più convinte del bene pubblico. E più determinate. Non come quelle che si sono fatte imporre quasi tutto dalle società farmaceutiche: prezzi, tempi di distribuzione, persino la segretezza dei contratti. Dopo aver beneficiato della risolutiva mano pubblica, e non certo della “mano del mercato”.

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