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24.12.2020 - 06:00
Aggiornamento : 15:19

Tardi, ma ora l’intesa c’è

Con l’accordo tra Italia e Svizzera, la fiscalità dei frontalieri cambierà rendendo forse più equo il mercato del lavoro a cavallo del confine

È un tema, quello della tassazione dei lavoratori frontalieri, che ha acceso il dibattito politico locale e tenuto banco per oltre un decennio. Ricordiamo quando, nell’estate del 2011, il Consiglio di Stato a maggioranza bloccò i ristorni fiscali che - stando a un accordo internazionale, quello appunto aggiornato ieri - spettavano all’Italia o meglio ai Comuni di residenza dei lavoratori frontalieri in una fascia di 20 chilometri dal confine svizzero. Una promessa retta dal diritto internazionale e disattesa dalla Svizzera per volontà del Ticino che in quell’accordo era, e continua a essere, principale parte in causa. Infatti è il nostro Cantone a farsi ‘ente pagatore’ per le imposte alla fonte prelevate dai redditi di lavoro dipendente dei frontalieri italiani che lavorano oltre che in Ticino, anche in Vallese e Grigioni. Erano gli anni delle discussioni sullo scambio automatico d’informazioni fiscali e si intravedeva all’orizzonte la fine del segreto bancario. Quella mossa diplomaticamente maldestra, che non fece piacere per prima all’allora consigliera federale Eveline Widmer-Schlumpf, serviva comunque a fare pressione sull’Italia perché si sedesse a un tavolo per regolare, oltre alla tassazione dei lavoratori frontalieri ormai superata dal regime di libera circolazione delle persone tra Svizzera e Unione europea, anche l’accesso al mercato italiano da parte degli intermediari finanziari svizzeri, oltre all’annosa questione dei rapporti tra il Ticino e Campione d’Italia. Sappiamo come andò a finire. Lo scambio automatico d’informazioni arrivò regolarmente e nel frattempo la piazza finanziaria fece opera di ‘moral suasion’ nei confronti della clientela italiana affinché aderisse ai programmi di emersione di capitali illecitamente esportati. Il libero accesso al mercato italiano dal Ticino è rimasto invece lettera morta con buona pace di ‘roadmap’ varie e tante belle parole.

Ora, a distanza di quasi un decennio da quelle schermaglie diplomatiche e a cinque anni dalla prima sigla sotto una bozza di accordo mai firmata dai rispettivi ministri, è arrivata probabilmente la parola fine anche alle mille polemiche politiche tutte ticinesi. Negli ultimi giorni c’è stato chi – giocando sui soliti stereotipi – ha accusato gli italiani di essere sostanzialmente inaffidabili e levantini, mettendo in dubbio anche la buona fede del suo consigliere federale, il responsabile delle finanze Ueli Maurer che proprio negli scorsi mesi si è speso in prima persona per arrivare a un accordo entro la fine dell’anno. Lo aveva promesso a Bellinzona lo scorso ottobre e così è stato, riabilitando anche la controparte italiana. 

L’intesa che regolerà il trattamento fiscale dei redditi dei frontalieri conseguiti in Svizzera, una volta giunta a regime, supererà il sistema dei ristorni. Ogni Stato di fatto tasserà i redditi secondo il proprio sistema tributario. Del resto la base legale affinché l’Italia tassi i redditi conseguiti all’estero dai suoi contribuenti esiste dal 2003. In questo modo il Ticino potrà trattenere molto di più di quanto preleva oggi: l’80% del gettito fiscale di questi redditi, rispetto all’attuale 62%. Non si fanno cifre, ma dovrebbero essere decine i milioni di franchi in più ogni anno che rimarranno nelle casse ticinesi.

Questa però è musica del futuro. Dal 2022, anno in cui dovrebbe entrare in vigore l’accordo – sperando che l’iter di ratifica tra Italia e Svizzera non prenda troppo tempo – e fino al 2033 esisterà una sorta di ‘doppio binario’ fiscale tra nuovi e vecchi frontalieri. Questi ultimi continueranno a essere tassati con l’attuale sistema dei ristorni. Ma gli accordi si fanno in due. Ed è questa clausola il prezzo da pagare per portare a casa l’obiettivo principale: incassare di più e rendere il mercato del lavoro transfrontaliero più equo, anche se in modo dilazionato nel tempo.

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