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A ciascuno la sua memoria

La giornata in ricordo della Shoah non può non far pensare a quanto israeliani e palestinesi agiscano pensando solo agli errori altrui, ignorando le colpe

In sintesi:
  • Cronaca e libri sacri spingono verso ‘verità opposte’, intanto è strage continua
  • Le decisioni della Corte dell’Aja non sanano nulla, ma certificano distanze e rotture
Una bandiera israeliana e una palestinese in uno scatto del 1997
(Keystone)
29 gennaio 2024
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Novembre 2005. C’era voluto mezzo secolo, dopo la Seconda guerra mondiale, per estendere a livello internazionale (risoluzione Onu) la “Giornata della Memoria”. Affinché la Shoah – con i suoi milioni di ebrei sterminati solo perché ebrei dal nazismo – rimanesse scolpita nella memoria collettiva. Monito perenne e fecondo di quel “mai più” che doveva democraticamente bandire la barbarie; avvertirci, come disse Primo Levi, che essa poteva riprodursi; non dimenticare, aggiunse Hannah Arendt, che lo sterminio era stato ferocemente realizzato da umani “banalmente” normali; non perderne di vista la sua genesi storica (dai “Saggi di Sion” nella Russia zarista, ai pogrom nella civile Europa, preceduti nel lontano 1555 dall’infamia del primo ghetto voluto a Roma da un pontefice); e infine non eludere, oltre le responsabilità storiche della Germania, la complicità di nazioni in cui l’antisemitismo era germogliato e cresciuto perché comodo strumento di propaganda e di presunta purezza etnico-identitaria.


Keystone
Bandiere che s’incrociano durante delle proteste in Germania

Qualche volta con successo, molte altre del tutto ignorata, a questo doveva comunque servire quella “Memoria”. E, aggiornata, a denunciare anche violenza e tragedie del nostro tempo. È che nella “Giornata della Memoria” di questo 2024 l’attualità più tragica ha fatto nuovamente (dopo la guerra ucraina) la sua pesante irruzione.

Con il brutale attacco antisemita di Hamas dello scorso ottobre nel Sud di Israele; e con la rappresaglia dello Stato ebraico (la “vendetta” come l’ha definita Netanyahu) che in 100 giorni ha provocato oltre 25mila morti. In grandissima maggioranza vittime civili. Ognuno con i propri protettori, dietro Hamas governi islamici che della questione palestinese si sono serviti più che servirla; e a fianco di Israele nazioni democratiche che a lungo e vergognosamente se ne erano lavate le mani. Per arrivare alla salomonica sentenza della Corte internazionale di giustizia dell’Aia: che non chiede il cessate il fuoco ma ‘ordina’ ad Hamas di liberare tutti gli ostaggi, e a Israele di evitare il ‘genocidio’ dei palestinesi, come se il gradino che precede l’eventuale condanna finale non poggi già su una intollerabile punizione collettiva che configura un crimine di guerra.


Keystone
Il processo a Israele alla Corte dell’Aja

Così, nei giorni della Memoria le due parti in guerra agiscono sulla base di una memoria propria. Quella dello Stato ebraico, i cui cittadini sono rimasti psicologicamente cristallizzati alla tragedia del 7 ottobre, riavvertono una minaccia esistenziale, si sentono “assediati” dalla crescita ovunque dell’antisemitismo, mentre un ministro del governo nazional-religioso più a destra della storia israeliana ipotizza il ricorso all’atomica per vincere definitivamente a Gaza, mentre altri vogliono l’annessione di tutta la Palestina storica, il più possibile svuotata dei suoi residenti arabi.

Sull’altro fronte la memoria dei dirigenti di Hamas, sempre ancorata all’inaccettabilità dell’esistenza stessa di Israele, all’insopportabilità della riuscita colonizzazione sionista, ai villaggi palestinesi distrutti già dal 1948, al diritto al ritorno di milioni di profughi, esattamente come la legge israeliana dell’Aliyah invita gli ebrei di tutto il mondo a immigrare in Israele.

Convinzioni sempre opportunamente incartate nei rispettivi testi sacri, Antico Testamento e Hadith del Profeta, che predicano per entrambi un unico regno “dal fiume Giordano al mare”. Intanto, è strage continua.

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